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  • Domenica 27 agosto 2023

Le prime analisi sull’acqua di Fukushima dispersa nel Pacifico non sono preoccupanti

Come ampiamente previsto: ma nei paesi vicini rimane un certo allarmismo

Uno dei tecnici che lavorano al rilascio dell'acqua alla centrale di Fukushima (AP Photo/Eugene Hoshiko, Pool)
Uno dei tecnici che lavorano al rilascio dell'acqua alla centrale di Fukushima (AP Photo/Eugene Hoshiko, Pool)
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Ad alcuni giorni dall’inizio della dispersione nell’Oceano Pacifico dell’acqua contenente sostanze radioattive accumulata nell’ex centrale nucleare di Fukushima Daiichi, in Giappone, il ministero dell’Ambiente giapponese ha fatto sapere che le prime rilevazioni non hanno individuato livelli rilevanti di radioattività nell’acqua.

Il ministero ha fatto in questi giorni analisi su campioni d’acqua dell’oceano prelevati in 11 punti vicini all’ex centrale nucleare (cioè la zona dove sta avvenendo il rilascio dell’acqua) e ha rilevato che la concentrazione di trizio, la principale sostanza radioattiva rimasta nell’acqua di Fukushima, era sotto i limiti minimi della rilevazione, che sono tra i 7 e gli 8 becquerel per litro (il becquerel, semplificando all’estremo, è un’unità di misura della radioattività). Di fatto, il trizio nell’acqua era così poco che non poteva essere rilevato.

La centrale di Fukushima fu gravemente danneggiata dal terremoto dell’11 marzo del 2011 e dal conseguente tsunami. Attualmente attorno all’impianto sono conservati più di 1,3 milioni di tonnellate d’acqua (pari a quella che starebbe in più di 500 piscine olimpiche) contaminata da elementi radioattivi: per la maggior parte è stata usata per raffreddare le barre di combustibile nucleare della centrale e mantenerle alla giusta temperatura subito dopo il disastro del 2011 e nel corso degli anni; una parte minore è l’acqua piovuta o penetrata dal suolo all’interno degli edifici dei reattori nucleari prima che fossero isolati dall’ambiente esterno.

Prima della dispersione l’acqua era stata a lungo conservata in appositi serbatoi e sottoposta a una progressiva filtrazione che consente di rimuovere la quasi totalità degli elementi radioattivi dall’acqua. L’eccezione principale è il trizio, un isotopo dell’idrogeno naturalmente presente nell’acqua del mare e nell’atmosfera. Il trizio è considerato poco pericoloso per la salute umana perché sebbene possa avere effetti sulle molecole del DNA non può penetrare attraverso la pelle. Può tuttavia essere inalato o ingerito se si trova nell’acqua o nel cibo. Secondo l’AIEA, l’Agenzia internazionale per l’energia atomica, la concentrazione di trizio nelle acque di Fukushima però è tale da non essere pericolosa, soprattutto ai livelli di diluizione che raggiunge dopo la dispersione nell’oceano.

Nonostante questo, la decisione di riversare l’acqua contenente materiale radioattivo in mare è da tempo controversa e osteggiata dai paesi vicini al Giappone. La Corea del Sud dal 2013 vieta l’acquisto nel paese di pesce di origine giapponese, e lo stesso ha fatto in questi giorni la Cina, che è il maggiore importatore di pesce giapponese al mondo.

In Cina, in particolare, i media hanno diffuso un certo allarmismo: per settimane i funzionari pubblici e i giornalisti dei media di stato hanno accusato il governo giapponese di non fare abbastanza per garantire la sicurezza delle acque dell’Oceano Pacifico, e hanno detto che le prove portate non erano sufficienti.

Questo allarmismo si è diffuso almeno a parte della popolazione: secondo alcuni video circolati online (che ovviamente hanno valore aneddotico) in alcuni casi in Cina le persone hanno cercato di fare scorta di sale da cucina, convinte che il sale iodato le avrebbe protette dalle radiazioni. Anche il pesce surgelato, dunque pescato prima che cominciasse la dispersione delle acque di Fukushima, ha avuto grossi aumenti delle vendite.

L’Industria nazionale del sale, un’azienda statale che è anche il maggior produttore di sale da cucina al mondo, questa settimana ha chiesto ai consumatori di smettere di accumulare sale, ma al tempo stesso ha annunciato che aumenterà la produzione per venire incontro alla domanda. Fenomeni di accaparramento del sale si verificarono in Cina anche nel 2011, nel periodo dell’incidente alla centrale di Fukushima.

Il riversamento dei primi serbatoi di acqua nel mare sarà effettuato nel giro di circa 17 giorni: complessivamente saranno dispersi 7.800 metri cubi d’acqua, più o meno la quantità di tre piscine olimpiche. La Tokyo Electric Power Company (Tepco), l’azienda energetica che gestisce la centrale, prevede di compiere altre tre dispersioni di un’analoga quantità d’acqua entro il marzo del 2024. Nel complesso, si stima che ci vorranno 30 anni per disperdere gradualmente tutta l’acqua nell’Oceano.