Si può vietare il burkini?

La sindaca di Monfalcone dice di volerlo fare, ma andrebbe contro i trattati internazionali e in ogni caso è una questione di competenza statale

(AP Photo/Amr Nabil, File)
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Questa settimana Anna Maria Cisint, sindaca di Monfalcone, ha detto in un comunicato che non è accettabile che le persone di religione musulmana vadano in spiaggia e al mare «con abbigliamenti diversi dai costumi da bagno»: a Monfalcone, che si trova sulla costa del Friuli Venezia Giulia, c’è uno dei più grandi cantieri navali d’Europa ma anche alcuni stabilimenti balneari. Seppur in modo maldestro e offensivo, Cisint si riferiva al burkini femminile (o burqini), ossia il più noto tra i costumi da bagno usati dalle persone di religione musulmana, quelli che coprono gran parte del corpo. Ce ne sono anche di altri tipi, come quelli pensati per gli uomini musulmani.

Cisint dice in sostanza di voler imporre un divieto all’uso del burkini sulle spiagge di Monfalcone, anche se non è chiaro come: la competenza di questioni del genere non è comunale ma statale, e l’ultima volta che un sindaco ha provato a fare una cosa simile è stato condannato a un risarcimento per discriminazione razziale. In ogni caso le restrizioni all’abbigliamento su base religiosa non sono consentite dai trattati internazionali di cui fa parte l’Italia.

Nel comunicato Cisint parla genericamente del «comportamento degli stranieri musulmani che entrano abitualmente in acqua con i loro vestiti». Non è del tutto chiaro se la sindaca abbia scambiato i normali vestiti usati durante il giorno con i costumi coprenti. Parlando al Tg3, comunque, ha sostenuto che vietarli sia «una questione di decoro» e che usarli non sia rispettoso degli investimenti fatti dal Comune di Monfalcone sulle sue spiagge, né «della nostra identità, della nostra storia». Le sue posizioni sono state criticate sia dall’opposizione locale che dai sindaci di altre località balneari italiane.

L’uso del burkini e di altri costumi da bagno coprenti è stato osteggiato più volte negli ultimi anni non solo in paesi con governi apertamente islamofobi, ma anche per esempio in Francia, il paese europeo in cui forse ci sono state le maggiori discussioni sul tema. Anche in Italia periodicamente si torna a discutere dell’opportunità di indossarlo, ma gli argomenti di chi è contrario hanno perlopiù basi razziste ed esiti discriminatori, e non reggono dal punto di vista legale.

Per iniziare, i Comuni non hanno potere di legiferare. Le ordinanze emanate dai sindaci devono basarsi su leggi statali già esistenti per essere valide. In Italia l’unica legge che regola la copertura del corpo e in cui si potrebbe comprendere il caso del burkini è la 152 del 1975, che per ragioni di sicurezza vieta «l’uso di caschi protettivi, o di qualunque altro mezzo atto a rendere difficoltoso il riconoscimento della persona, in luogo pubblico o aperto al pubblico, senza giustificato motivo». Tuttavia, dal momento che il burkini non copre il volto, un eventuale divieto non può basarsi su questa legge.

Alberto Guariso è un avvocato responsabile del servizio antidiscriminazione dell’ASGI, l’associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione. Le poche sentenze che ci sono state finora per vietare il velo islamico nelle sue varie forme, dice Guariso, «sono state quasi tutte annullate, e non esiste una norma di legge che autorizzi a incidere sui modi con cui una persona si veste». L’unica che non è stata annullata è una norma ancora in vigore in Lombardia che per ragioni di sicurezza vieta il burqa, quindi il velo che copre anche il viso, in luoghi pubblici come ospedali e uffici amministrativi.

In generale in Italia non è possibile imporre limitazioni all’abbigliamento per motivi religiosi, in base all’articolo 9 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo (CEDU). L’articolo dice che il diritto alla libertà religiosa «non può essere oggetto di restrizioni diverse da quelle che sono stabilite dalla legge e che costituiscono misure necessarie, in una società democratica, alla pubblica sicurezza, alla protezione dell’ordine, della salute o della morale pubblica, o alla protezione dei diritti e delle libertà altrui».

Nella guida ufficiale della CEDU all’articolo 9 è citato il divieto di imporre restrizioni all’abbigliamento con connotazioni religiose.

L’interpretazione dell’articolo 9 della CEDU, unita alla legge 152 del 1975, è il motivo per cui solitamente i tentativi di vietare il burkini si fondano su presunti pericoli per la sicurezza pubblica. Nelle piscine o in altri luoghi privati invece tentativi simili si sono basati su norme igienico sanitarie stabilite dai gestori: anche in questi casi però non si è mai arrivato a un divieto, perché il burkini di solito è fatto in modo da rispettare quelle norme.

Il burkini è un tipo di costume da bagno che copre tutto il corpo in modo simile a una tuta da sub, tranne viso, mani e piedi. È realizzato con lo stesso materiale di qualsiasi costume da bagno, ma un po’ più resistente rispetto ai bikini. È molto traspirante e ha un cappuccio che serve per coprire i capelli in alternativa a uno hijab, il tradizionale velo islamico. Non è l’unico tipo di costume molto coprente: ne usano di simili anche le donne di religione ebraica, per esempio.

La parola “burqini” è un’unione di “burqa” e “bikini” ed è un marchio registrato dall’azienda australiana Ahiida, la prima a produrre questo tipo di capo di abbigliamento. L’assonanza con “burqa”, indumento musulmano che nasconde tutto il corpo, ha probabilmente contribuito a creare qualche confusione sul fatto che anche il burkini copra la faccia: ma non è così.

Anna Maria Cisint è della Lega, un partito che ha una storia ormai consolidata di opposizione al burkini e in generale di annunci e minacce contro gli usi e le tradizioni della religione musulmana. Nel 2009 il leghista Gianluca Buonanno, all’epoca sindaco di Varallo Sesia, in Piemonte, posizionò sul territorio del Comune quattro cartelli stradali che vietavano burqa, burkini e niqab (il velo che lascia scoperti solo gli occhi), sostenendo che il divieto fosse stabilito da un’ordinanza. In realtà l’ordinanza vietava solo la copertura del volto (quindi non poteva comprendere il burkini, per esempio), e in ogni caso cinque anni dopo Buonanno fu condannato a risarcire due persone che si erano sentite discriminate.

La stessa Cisint aveva già mostrato in passato posizioni islamofobe. Per esempio in un’altra lettera, lo scorso marzo, aveva definito «gravissimo» far digiunare i bambini nelle scuole, di fatto opponendosi al rispetto del ramadan, il mese sacro per le persone musulmane in cui è vietato mangiare e bere dall’alba al tramonto. Anche il leader della Lega, Matteo Salvini, è sempre stato molto contrario al burkini. Nel 2016, dopo che si parlò molto del tema in Francia, invitò i sindaci di tutti le città sul mare governate dalla Lega a vietarlo. Anche il divieto del burqa nei luoghi pubblici in Lombardia fu introdotto nel 2015 da una giunta leghista, quella di Roberto Maroni.

– Ascolta anche: Il bikini e il burkini, dal podcast Cosa c’entra