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  • Venerdì 14 luglio 2023

Assad ha preso il controllo degli aiuti umanitari nel nord della Siria

Ora gli aiuti ai ribelli contro il suo regime dipenderanno da lui, dopo il fallimento di un accordo al Consiglio di sicurezza dell'ONU

Un'ispezione di alcuni aiuti umanitari inviati in Siria (US Embassy in Turkey via AP)
Un'ispezione di alcuni aiuti umanitari inviati in Siria (US Embassy in Turkey via AP)
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Giovedì il governo siriano del dittatore Bashar al Assad ha annunciato che darà la sua approvazione al passaggio di aiuti umanitari dell’ONU dai valichi di confine tra Turchia e Siria e che consentono l’accesso alle regioni del nord della Siria controllate dai ribelli ostili al regime. Fino alla settimana scorsa, questa approvazione non era necessaria, perché l’ONU poteva inviare aiuti in autonomia grazie a una risoluzione del Consiglio di sicurezza che risale al 2014 e che consentiva alle associazioni umanitarie il libero passaggio dai valichi.

Ma questa settimana la Russia, alleata del regime di Assad, ha fatto fallire il rinnovo dell’accordo con un veto al Consiglio di sicurezza, e ora Assad è di fatto tornato a controllare il passaggio degli aiuti umanitari ai valichi di confine: questo significa che sarà il suo governo a decidere cosa arriva e cosa no alle zone del nord della Siria controllate dai ribelli. In una lettera inviata al Consiglio di sicurezza, il regime di Assad ha fatto sapere che consentirà il passaggio degli aiuti dai valichi per sei mesi ma solo se saranno rispettati «la piena cooperazione e coordinamento» con il governo.

Per il regime questo è un grosso successo. Negli scorsi anni Assad aveva più volte accusato l’ONU di violare la sua autorità inviando aiuti e risorse ai «terroristi» che vivono nel nord e vorrebbe da tempo controllarne direttamente la gestione. Per questo, la Russia per molto tempo aveva cercato di indebolire la risoluzione del Consiglio di sicurezza che garantiva il libero passaggio tramite i valichi, e questa settimana è riuscita a eliminarla del tutto.

Gli aiuti in questione consistono in cibo, acqua, medicine e altri generi di prima necessità. Nelle aree del nord della Siria milioni di persone vivono in condizioni estremamente precarie a causa della guerra civile siriana e del terremoto dello scorso febbraio. Secondo alcune stime, l’80 per cento dei bisogni della popolazione civile che abita nel nord della Siria è soddisfatto dagli aiuti internazionali.

Alle condizioni appena dettate dal governo siriano ci sono molti dubbi su quanto effettivamente gli aiuti arriveranno a destinazione: non è chiaro se e come i convogli delle Nazioni Unite dovranno chiedere il permesso al governo siriano per attraversare il confine, quali tipi di ispezioni dovranno affrontare, se potranno continuare a lavorare con i propri partner locali e, in sostanza, quali ostacoli o rallentamenti causerà il controllo del governo siriano sulla gestione degli aiuti umanitari.

Già in passato, durante la guerra civile siriana, il regime di Assad ha usato l’assenza di cibo e acqua come arma e come strumento di ricatto contro le aree che gli si opponevano.

Un’altra condizione dettata dal governo siriano riguarda la durata dell’autorizzazione: di sei mesi e non di dodici come richiesto dalle Nazioni Unite. La discussione del Consiglio di sicurezza dell’ONU in cui martedì scorso la Russia aveva posto il veto all’invio di aiuti aveva riguardato proprio la durata di estensione dell’accordo: finora era sempre stato rinnovato di sei mesi in sei mesi, ma il devastante terremoto che ha colpito la Turchia e il nord della Siria lo scorso febbraio ha reso la situazione umanitaria nel nord della Siria ancora più precaria.

Per questo, il segretario generale dell’ONU António Guterres e alcuni paesi occidentali avrebbero voluto estenderlo per 12 mesi, mentre la Russia preferiva sei mesi. Alla fine era stata proposta un’estensione di 9 mesi, ma la Russia, che in quanto membro permanente del Consiglio ha il cosiddetto “potere di veto” (insieme a Cina, Regno Unito, Stati Uniti e Francia), aveva bloccato la risoluzione. Di fatto, quindi, le condizioni proposte dal governo siriano giovedì combaciano con quanto richiesto dalla Russia.

L’autorizzazione inviata dalla Siria riguarderà l’unico valico di frontiera da cui attualmente passano gli aiuti, quello di Bab al Salam, da cui transita la stragrande maggioranza dei camion delle Nazioni Unite e che è stato quello usato per tutti gli aiuti arrivati via terra dopo il terremoto. Inizialmente l’accordo prevedeva il passaggio degli aiuti da quattro vie d’accesso alla frontiera tra Turchia e Siria, ma di fatto è sempre rimasta aperta solo quella di Bab al Salam.

Le reazioni al controllo del governo siriano sulla ripresa degli aiuti sono state di forte scetticismo e preoccupazione. Barbara Woodward, ambasciatrice del Regno Unito alle Nazioni Unite, ha detto che «senza il monitoraggio delle Nazioni Unite, il controllo di questa fondamentale via di salvezza è stato consegnato all’uomo responsabile delle sofferenze del popolo siriano»; Andrew Tabler, analista del Washington Institute for Near East Policy, ha detto che l’annuncio del governo siriano «permette essenzialmente ad Assad e a Putin di stringere in una morsa i civili siriani che hanno sofferto per 12 anni di guerra e di sfollamento».