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  • Venerdì 23 giugno 2023

22 libri consigliati dalla redazione del Post

Per chi è in cerca di spunti per scegliere cosa portarsi in vacanza o leggere quest'estate

(Bruce Bennett/Getty Images)
(Bruce Bennett/Getty Images)
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È sempre comodo avere una lista di libri a cui attingere per orientarsi su cosa potrebbe farci una buona compagnia nei mesi a venire, soprattutto quando si parte per qualche giorno e bisogna restringere la scelta a pochi titoli: per questo motivo, e per il piacere della condivisione di cose potenzialmente interessanti anche per qualcun altro, abbiamo messo insieme la consueta lista di libri consigliati dalle persone del Post. Quest’anno oltre ai classici romanzi ci sono un paio di libri per chi ha voglia di approfondire il berlusconismo, uno per chi è curioso di sapere come funziona la mente degli animali, un saggio sull’amore in forma di fumetto e storie di sport.

Se nessun libro vi ispira, potete sempre dare un’occhiata a quelli che ci erano piaciuti l’anno scorso o l’anno ancora prima o ancora più indietro. Ma pure lo scorso Natale. Valgono sempre.

Trilogia sporca dell’Avana, di Pedro Juan Gutiérrez
C’è un turismo a Cuba, stramaggioritario, che si sviluppa soprattutto lungo il triangolo Avana, Trinidad e Varadero (o comunque le spiagge del nord, lì vicino). All’Avana non sono tanti i turisti che escono dalla parte vecchia del centro, che in effetti ha cose incredibilmente belle ed è molto ripulita e sistemata grazie agli interventi che ha fatto il governo cubano negli ultimi anni. Se si guarda un po’ oltre – oltre al giro in Cadillac sul Malecón, il mitico lungomare della città, e oltre le piazze e i locali del centro – c’è una città che cade a pezzi, letteralmente. Ci sono edifici crollati o messi così male che sembra possano crollare da un momento all’altro, moltissime persone in strada che cercano modi per guadagnare due soldi e arrivare a fine giornata con qualcosa da mangiare. C’è molta miseria, anche perché Cuba sta passando una delle crisi economiche e sociali peggiori della sua storia. Per capire questi altri pezzi dell’Avana, ma di tutto il paese in realtà, c’è un libro, scritto da un ex giornalista negli anni Novanta, durante un’altra gravissima crisi.
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Elena Zacchetti

La parata, di Dave Eggers
Quattro e Nove devono asfaltare una strada, di quelle lunghe e drittissime, sulla quale si dovrà celebrare una importante parata per commemorare un armistizio in un paese lontano e diverso dal mondo occidentale da cui provengono i due protagonisti. Nove è indisciplinato e non sembra essere molto interessato a seguire rigidamente le istruzioni, come invece vorrebbe fare Quattro per rispettare i tempi molto stretti per la costruzione della strada. È da questa tensione tra i due personaggi che parte Dave Eggers per raccontare qualcosa di noi occidentali, di come affrontiamo i problemi e di come vediamo quelli degli “altri”, nei posti lontani e diversi dai nostri. La parata è un racconto che scorre velocemente su una strada che per Eggers non è sempre drittissima come in altri suoi romanzi, ma ti lascia lì sull’asfalto a fare i conti con te stesso. Si può leggere in inglese, la lingua in cui è stato scritto, senza troppe difficoltà, altrimenti c’è un’ottima traduzione italiana.
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Emanuele Menietti

Ti seguo, di Sheena Patel
Fare un romanzo che racconti accuratamente come Internet ha stravolto vite e comportamenti collettivi è difficile. Un po’ perché le piattaforme su cui ci muoviamo quotidianamente cambiano e si evolvono in continuazione, e scriverne vuol dire rischiare che il proprio romanzo sia già obsoleto quando esce. Un po’ perché i movimenti ripetitivi – i click, gli swipe, lo scroll infinito – sono complessi da riportare in un modo avvincente abbastanza da spiegare perché milioni di persone vi dedichino varie ore della propria giornata da anni. E un po’ perché il web restituisce alle singole persone esperienze personalissime, sfuggendo a facili universalizzazioni. Degli scrittori che ci hanno provato negli ultimi anni – tanti – ce n’è una che credo ci arrivi particolarmente vicino: l’inglese Sheena Patel, con Ti seguo. Quella raccontata da Patel non è una storia universale, tutt’altro: è una storia che impiega un certo grado di crudele ironia nel raccontare come genere, etnia ed estrazione sociale impediscano a una persona di avere la vita che pur le viene costantemente mostrata come modello, e già per questo vale la pena di essere letta. Se a questo si aggiunge uno sguardo lucidissimo ma non giudicante sul modo in cui le piattaforme si prestino, quando vogliamo, a un uso compulsivo e a una costante distorsione di sé stessi e degli altri, capirete che Ti seguo è una perla rara. Il fatto che lo si possa leggere in un paio di giorni non guasta, considerato lo stato di salute della soglia d’attenzione collettiva.
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Viola Stefanello

Storia stupefacente della filosofia, di Alessandro Paolucci 
Storia stupefacente della filosofia offre una semplice risposta alla domanda: «Ma i grandi filosofi del passato si facevano di qualcosa per elaborare le loro teorie?». Questa risposta è ovviamente sì, e in questo breve ma interessantissimo manualetto, Alessandro Paolucci (noto per essere Dio nell’omonima pagina Facebook/Instagram) ripercorre il rapporto con le droghe di alcuni dei più famosi filosofi della storia, da Platone a Wittgenstein, passando per Marco Aurelio, Nietzsche e Jünger senza dimenticare Freud e i suoi trascorsi “problematici” con la cocaina. Questo piccolo saggio offre uno spaccato diverso della vita e del pensiero dei filosofi citati, restituendone anche una visione più umana, rispetto a quella reverenziale con cui li approcciamo quando li studiamo sui testi alle superiori. Alcuni capitoli sono divertenti, al punto che qualcuno dovrebbe fare un buddy movie su Jünger e Hoffmann.
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Luigi Briganti

La ricreazione è finita, di Dario Ferrari
Ero scettica sulla possibilità che una parodia del contesto delle università umanistiche italiane e di chi aspira a farci un dottorato, con tanto di studente sfaccendato plurifuoricorso, mi convincesse: i meccanismi del mondo accademico sono noiosi per chi non ne fa parte e a prenderlo in giro si rischia di dire solo ovvietà. La parodia di Dario Ferrari però è perfetta, mette insieme una serie di luoghi comuni in modo che non lo sembrino e riesce a tenere in piedi sia la verosimiglianza che l’umorismo. E poi a un certo punto il tono cambia e La ricreazione è finita si trasforma in un romanzo serio che racconta cosa poteva spingere un giovane degli anni Sessanta alla lotta armata. E poi ancora nelle ultime cento pagine i due registri si mescolano, ci sono drammi e un mistero da svelare. Complessivamente un romanzo inaspettato, pieno di idee, divertente e profondo.
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Ludovica Lugli

Come vento cucito alla terra, di Ilaria Tuti
Metti che allo scoppio della Prima guerra mondiale le pochissime dottoresse del Regno Unito, a cui all’epoca era permesso solo fare le ginecologhe o le pediatre, vogliano mettere su un ospedale da campo in Francia, per curare i soldati feriti vicino al fronte. Metti che mollino tutto, lavoro e famiglia, e vadano nei dintorni della Marna, nelle paludi di Saint-Gond, e ci restino per mesi a provare a salvare la vita a soldati spesso gravemente feriti inventandosi una medicina “di guerra” che prima non esisteva. E metti che decidano di tornare a Londra e aprire un vero ospedale per i soldati rimpatriati perché non più in grado di combattere, e che insegnino loro a passare il tempo ricamando, durante le lunghe settimane di ricovero necessarie a guarire magari dopo una grave amputazione. Metti che i vertici dell’esercito e dell’aristocrazia britannica si rivoltino contro questo “rammollimento”, e metti che la Regina in persona le difenda. Chiaramente una storia che non sta in piedi, considerando come erano viste le donne oltre un secolo fa. E invece… Una volta letto avrete voglia di scoprire tutto di Endell Street, delle dottoresse del RAMC, della London School of Medicine for Women. Mi erano piaciuti i libri polizieschi della Tuti, e confesso che pensavo lo fosse pure questo. Invece era meglio degli altri.
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Marco Surace

Friday night lights. Una città, una squadra, un sogno, di H. G. Bissinger
Magari cercate un romanzo “da spiaggia”, una di quelle letture semplici ma appassionanti che vi-tengono-incollati-alla pagina e vi fanno scottare tenendovi immobili più del dovuto; oppure cercate uno di quei saggi che attraverso storie piccole e di dimensioni locali, vicende di vita quotidiana, sappiano raccontare qualcosa di più ampio e profondo su una cultura, su un popolo, su una nazione, e farvici immergere. Questo libro è entrambe le cose, oltre che probabilmente il più amato e popolare libro statunitense che parli di football: racconta la storia, vera e romanzata insieme, della squadra di una scuola superiore texana e del campionato di football delle high school del 1988. Accadde qualcosa di particolarmente importante o di storico, in quella stagione? No. E i Panthers, il nome della squadra, non vincono nemmeno (spoiler!). Ma nella loro storia c’è un mondo, e conoscere le regole del gioco non vi impedirà di godervi lo spettacolo.
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Francesco Costa

I sentimenti del principe Carlo, di Liv Strömquist
Cos’è l’amore? Un sentimento romantico, un accordo economico, una consuetudine comoda in cui rifugiarsi, senza metterne in dubbio le modalità e anzi reiterandone comportamenti, sistemi di potere e controllo, consolidando i ruoli di genere. Oppure no? Può essere qualcosa di diverso, che consapevole di tutto quello che è stato finora decide di accorgersi delle cose che non vanno: come riconoscere e rinunciare al possesso remissivo, alla gelosia e all’esclusività automatiche, aprirsi a modi nuovi e sani di gestire le relazioni, di qualsiasi tipo esse siano, emanciparsi da un modello patriarcale ed eteronormativo che va smantellato pezzo per pezzo. Liv Strömquist lo fa con un saggio-graphic novel densissimo di illustrazioni che sono mazzate bellissime e evocative, da cui spuntano centinaia di riferimenti alla cultura pop e altrettanti asterischi che rimandano a studi accademici a sostegno di ciò che scrive: che dobbiamo riappropriarci dell’amore, qualunque sia il suo significato.
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Valentina Lovato

La famiglia Karnowski, di Israel Joshua Singer
La famiglia Karnowski è un’epopea familiare inserita alla perfezione nella storia europea tra la seconda metà dell’Ottocento e la prima del Novecento. È divisa in tre parti, una per ognuno dei tre protagonisti: David, il capostipite della famiglia ebrea che lascia la Polonia per trasferirsi a Berlino; il figlio Georg, che fin dalla giovinezza vive un aspro conflitto con il padre; e il nipote Jegor. Anche quest’ultimo odia il padre e la sua ammirazione per il nazismo e i nazisti lo condannerà a emigrare negli Stati Uniti insieme al resto della famiglia. Da queste poche righe i personaggi non sembrano ispirare grande simpatia, e in effetti è davvero così. Ma l’autore, Israel Joshua Singer, è riuscito comunque a tenermi incollato al romanzo: chi legge viene accompagnato alla scoperta delle contraddizioni che dominano la storia di questa famiglia in un periodo storico caratterizzato da altre enormi e devastanti contraddizioni. L’anno di pubblicazione, 1943, rende il lavoro di Singer ancora più sorprendente e per certi versi profetico.
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Isaia Invernizzi

Cuor contento il ciel lo aiuta, di David Sedaris
Da qualche anno faccio in modo di portarmi dietro per le vacanze estive alcuni libri di David Sedaris. Il motivo è semplice: Sedaris è uno dei pochi che mi fanno ridere, ma proprio ad alta voce. In più la struttura dei suoi libri – divisi in agili capitoli, senza una trama lineare, ma sempre resoconti di cose che girano intorno alla sua famiglia e alla sua vita passata un po’ qui e un po’ lì, tra campagne inglesi a raccogliere spazzatura o nell’appartamento di New York con il suo compagno – li rende perfetti per prenderli e poi abbandonarli tra un bagno e una partita a burraco, ma anche come intermezzo quando c’è bisogno di prendersi del tempo tra libri più impegnativi, per decomprimere. Cuor contento il ciel lo aiuta è l’ultimo pubblicato e uno dei temi ricorrenti nel libro riguarda gli ultimi mesi di vita del padre, quello che viene descritto come “un personaggio”, a tratti incredibilmente controverso e sgradevole, e il rapporto dell’autore e delle sue sorelle con lui: racconta cose problematiche in modo così candido da mettermi quasi in imbarazzo, per poi passare a parlare di denti e bocche rovinate con assoluta nonchalance.
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Alessia Mutti

Il berlusconismo nella storia d’Italia, di Giovanni Orsina
Lo so, lo so, calma: anch’io non ne posso già più degli aneddoti, dei racconti, delle analisi che tentano di far stare insieme tutto della sua vita, puntualmente non riuscendoci mai. E mi sono stufato sia dei bilanci fatti con inevitabile approssimazione, sia delle sintesi tentate con lapidaria certezza, condite da “comunque la si pensi” e “nel bene e nel male” e “pezzo di storia del paese”. Però. Il giorno dopo la morte di Berlusconi, Francesco Costa nella rassegna stampa su Morning ha detto che su di lui e sulla sua esperienza politica non c’è molto altro da aggiungere rispetto a 10 anni fa, trovandomi d’accordo. Infatti se c’è una cosa utile e interessante da leggere ora è un libro uscito appunto dieci anni fa (ma ne è uscita una ristampa a aprile): lo lessi ai tempi dell’università e ci penso ogni tanto ancora oggi. All’epoca ero molto antiberlusconiano per ragioni familiari, come tutti del resto, e lo rimasi anche dopo aver dato l’esame di storia dell’Italia contemporanea, tenuto da un professore abbastanza illuminato da inserire nel programma alcuni elementi più vicini alla cronaca che alla storia. Il berlusconismo nella storia d’Italia è un’analisi politologica ancora oggi validissima, che non parla quasi per niente dell’uomo, come si capisce dal titolo. Ma che può dare spunti ancora originali sul cosiddetto “popolo berlusconiano”, sul perché quasi metà paese votò convintamente Berlusconi, sulla distanza tra chi osservava un «universo tolemaico» con un «punto di vista copernicano». Se proprio siete di quelli a cui piace infliggersi letture di questo genere sotto l’ombrellone, e se vi è rimasta la curiosità di trovare una chiave di lettura diversa rispetto al circo trash, al mappazzone calcio-donne-barzellette-processi-trapianti-pompetta, ve lo consiglio.
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Mario Macchioni

Il perfetto dilettante, di Erik Kessels
È fatto di foto, frasi ispirazionali, aneddoti, opere di alcuni artisti contemporanei e brevi riflessioni. Il tema che lega tutto è il dilettantismo: fare qualcosa senza sapere come farla per stimolare la propria creatività (assieme al libro si può comprare una shopper che dice proprio “do it like you don’t know what you are doing”). Il mio consiglio è di leggerlo in un pomeriggio in cui si era programmato di fare qualcosa di divertente e per qualche motivo (piove, gli amici ti hanno dato buca, sei ammalato) i piani sono saltati, e poi di andare a vedere le altre cose che ha fatto Erik Kessels come la mostra sui soldati tedeschi fotografati mentre fanno la cacca o le raccolte di foto con il dito davanti trovate nei mercatini dell’usato.
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Alice Nicolin

La chiave a stella, di Primo Levi
Ci sono tre cose grandissime in La chiave a stella: la prima sono le strutture che monta per professione Tino Faussone, il tecnico-operaio protagonista del romanzo, dalle gru alle torri di perforazione, dai tralicci ai ponti sospesi. Le soddisfazioni del suo mestiere e le varie grane nei cantieri in giro per il mondo sono descritte con gergo e tecnicismi appaganti e capaci di trasmettere quel senso di orrido dilettevole che si prova quando su un treno si passa vicino a un’enorme raffineria, e si riflette sul fatto che quel labirinto di tubi, cisterne e ciminiere qualcuno l’ha progettato, qualcun altro lo ha costruito, qualcun altro ancora lo fa funzionare, e che questo permette peraltro al treno su cui si è seduti di allontanarsi il più velocemente possibile e di far apparire nel finestrino panorami migliori. La seconda grande cosa è che è uno di quei libri di cui non ci si vuole perdere nemmeno una riga: sia perché ciascuna dice qualcosa di importante, per la trama o per chi la legge, ma soprattutto perché sarebbe un peccato, per com’è scritta incredibilmente bene. Quindi quando ci si distrae un attimo e si torna poi indietro a rileggere ci si sente sollevati come chi ha rimediato a un errore potenzialmente gravissimo. Di libri così se ne leggono pochi. E infine c’è la centrale riflessione sul lavoro e su cosa può significare (meglio: su cosa poteva significare un tempo) per un lavoratore, che contiene valutazioni e punti di vista opposti a quelli popolari nella mia generazione dei trentenni (e su cui aveva fatto dei ragionamenti anche Michele Serra in una delle sue prime Ok Boomer!), ma che normalmente si sentono esporre con toni paternalisti difficilmente tollerabili. Non è questo il caso, ed è un’occasione rara anche questa.
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Stefano Vizio

La città dei 15 minuti, di Natalie Whittle
Sta diventando sempre più evidente che le grandi città europee condividono una serie di problemi che tendono ad assomigliarsi: la scarsità di case da affittare o comprare a prezzi ragionevoli, ma anche di posti negli asili nido; la gestione di periferie che a lungo sono state percepite soltanto come una minaccia alla sicurezza; la transizione verso un futuro in cui circoleranno sempre meno automobili. Sono questioni di cui discutiamo ogni giorno, noi che viviamo in una di queste città, e a volte si intrecciano. Come faccio a portare mia figlia al nido a cui è stata assegnata, a tre chilometri da qui, se per farlo devo cambiare due autobus, oppure rischiare la vita in bicicletta, o ancora passare un’ora nel traffico a produrre smog, che finirà inevitabilmente nei polmoni di qualcuno? Raramente questi dilemmi trovano spazio sulle pagine dei quotidiani locali, che hanno i loro problemi e spesso sono impegnati ad occuparsi dell’omicidio avvenuto due mesi prima, ancora irrisolto. Al contempo esiste un enorme rischio di astrattezza e musichette alla Tron, per chi cerca di parlare delle città-del-futuro. Non è il caso di un piccolo saggio uscito qualche settimana fa, pubblicato dalla casa editrice il Margine. L’ha scritto Natalie Whittle, brava giornalista scozzese del Financial Times, e l’ha tradotto Maria Chiara Piccolo. Si intitola La città dei 15 minuti e contiene un sacco di storie, dati e informazioni per capire come alcune città in giro per l’Europa stiano cercando di risolvere i problemi di cui sopra, con il pregio notevole di essere scritto come un lungo reportage di un rispettato giornale anglosassone: solido, immaginifico, senza retorica, a tratti persino divertente.
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Luca Misculin

Il trucco, di Ida Dominijanni
Non è un libro vecchio né un libro su una storia ormai sepolta. Con la morte di Berlusconi si è chiusa una biografia politica che ha fatto epoca, senza però che si sia risolta «una sola delle immani questioni che essa ha aperto in un paese plasmato a propria immagine e somiglianza», ha scritto di recente la giornalista e filosofa Ida Dominijanni. Il cui libro vale la pena rileggere perché affronta, esattamente, alcune di quelle «immani questioni». Il trucco è un libro sulla fine del berlusconismo e sul ruolo decisivo che in essa ha avuto la parola femminile: la parola di alcune donne, come Veronica Lario, nello scoperchiare il sistema di scambio fra sesso, potere e denaro dei cosiddetti scandali sessuali, ma anche la parola di altre donne, dell’opinione pubblica femminista o segnata dal femminismo, che interpretò e contestò quel sistema in modo più sensato di quanto avessero fatto i media o parte della politica. Con Berlusconi, la sessualità aveva fatto irruzione nel discorso pubblico con una forza uguale e contraria a quella del femminismo degli anni Settanta. E il sexgate, dice Dominijanni, non fu un incidente di percorso né un fatto laterale, ma ciò che svelò un intero sistema e il suo trucco. Tutto questo allora non fu compreso e non venne colta nemmeno l’occasione per fare i conti con la libertà femminile, in questo paese. Oggi, nonostante il comprensibile desiderio di rimuovere e dimenticare, leggere Il trucco può darci però gli strumenti per cominciare a farlo e tirare le somme sul presente, che di quei vent’anni è un esito.
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Giulia Siviero

Città di sogni, di Don Winslow
Don Winslow è forse il migliore raccontatore di storie crime al mondo. Non scrive gialli: racconta, in forma di romanzo, storie di gruppi criminali. Ma lo fa come se fossero cronache giornalistiche, descrive persone, capi, gregari, e ce li immaginiamo così, ci immaginiamo che quei criminali siano proprio così. Racconta in forma di romanzo cosa avviene in un’organizzazione criminale, come vengono prese le decisioni, come si vincono o si perdono le guerre con altri gruppi mafiosi, come si uccide e si viene uccisi. L’ultimo libro di Don Winslow si intitola Città di sogni, è edito da HarperCollins ed è il secondo della trilogia dedicata a Danny Ryan (il primo libro si intitola Città in fiamme), criminale di origini irlandesi di Providence, nel Rhode Island, che guida il suo gruppo in guerra contro un’organizzazione mafiosa italo-americana. È uno scontro sul controllo degli affari a Providence ma la guerra è iniziata, tra due famiglie un tempo legate e alleate, per una storia di tradimenti e onore, con al centro una donna, esattamente come fu Elena per i greci e i troiani. Winslow racconta la guerra, la sconfitta, la fuga così come aveva raccontato, e nessuno era riuscito a farlo come lui, i narcotrafficanti messicani nella trilogia Il potere del cane, Il cartello e Il confine.
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Stefano Nazzi

L’arte del calcio sovietico, di Carles Viñas
Come è stato possibile che un passatempo arrivato dall’Inghilterra negli ambienti aristocratici dell’Impero zarista non solo sia sopravvissuto alla Rivoluzione d’ottobre, ma da lì sia diventato un fenomeno di massa al servizio del comunismo? La diffusione del calcio nell’attuale Russia è un’altra storia improbabile, contraddittoria ma vera di un paese che non riusciamo quasi mai a capire.
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Pietro Cabrio

Smarrimento, di Richard Powers
Sono antica sostenitrice della teoria che i libri possano essere letti senza che se ne capisca proprio ogni parte: trovo che qualcosa addosso rimanga sempre, e che l’autore possa aver previsto lettori ignari e fiduciosi. Questo è un libro del quale mi capita di perdere dei pezzi: si parla molto di Spazio e astronomia, spesso al confine tra realtà e immaginazione, in un romanzo chissà quanto contemporaneo e quanto in un futuro possibile, con una scrittura talvolta fattuale talvolta evocativa, e solo alcuni strumenti di contesto permettono di determinarne l’aderenza al nostro mondo. Eppure, non servono davvero. Smarrimento è un libro sullo Spazio, ma va bene anche se cercate un padre e un figlio atipici con un legame sconfinato, che guardano al cielo per guardare la terra, o se vi va di leggere di cambiamento climatico per una volta senza citazioni scientifiche. Qui come in Il sussurro del mondo Powers è un maestro a scrivere di umanità spostandola dal centro dell’attenzione, a scrivere di persone facendo parlare il pianeta.
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Cecilia Pigozzi

Global Economic History: A Very Short Introduction, di Robert C. Allen
Georgi Derluguian è un professore russo-armeno-ucraino al quale mi sono appassionato da un annetto. Derluguian è un sociologo (ma si occupa anche molto di storia) e le sue lezioni pubbliche non hanno niente da invidiare a quelle di Alessandro Barbero. In una conferenza eccellente sulla modernizzazione del mondo, l’Occidente, la globalizzazione e praticamente tutto il resto, tenuta in una sala spoglia dell’Università di Tbilisi, Derluguian a un certo punto cita un libriccino intitolato Global Economic History: A Very Short Introduction, e dice che aiuta a mettere a posto molti pezzi del puzzle. Di tutti i libri citati da Derluguian in quella eccellente conferenza (dovete vederla, è su YouTube in tre parti), Global Economic History è l’unico con meno di 2mila pagine, per cui l’ho comprato. Fa parte di una serie dell’Università di Oxford intitolata “Very Short introductions”, ed è un libro che quelli della generazione di mio padre definirebbero un Bignami, cioè piccoli libri che forniscono infarinature su grandi questioni. Ogni volume è affidato a un luminare del suo campo, e ha ragione Derluguian: il volume dedicato alla Storia economica globale aiuta a mettere a posto vari pezzi del puzzle. Il libriccino cerca di spiegare perché nella storia alcuni paesi sono diventati ricchi ed evoluti e altri no. Dà molte risposte non scontate. In meno di 200 pagine. Io l’ho letto in inglese, ma c’è pure in italiano, pubblicato dal Mulino.
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Eugenio Cau

Se Nietzsche fosse un narvalo, di Justin Gregg
Lui è un ricercatore canadese del Dolphin Communication Project, un’organizzazione che studia il linguaggio dei delfini, e si occupa da tempo di comportamento e processi cognitivi degli animali. Il suo libro più recente ha un titolo efficace, anche se un po’ fuorviante: non parla di Nietzsche, ma trae spunto da una sua famosa riflessione sull’incapacità degli animali di vivere in momenti diversi dall’attimo presente. Attraverso vari esperimenti e studi, ma anche osservazioni e battute divertenti, Gregg cerca di indebolire l’idea che gli esseri umani siano la specie più “intelligente” al mondo, mostrando come altre specie se la cavino piuttosto bene in molte cose. «E se riconoscessimo che le nostre cosiddette conquiste umane sono in verità delle soluzioni abbastanza di merda, evolutivamente parlando?», si chiede, chiarendo fin dalle prime pagine il tono e l’obiettivo del libro. Tralasciando alcune semplificazioni, uno dei punti di forza del libro è la capacità di descrivere concetti difficili – la teoria della mente e la coscienza, per dire – senza prendersi troppo sul serio. E un altro è il tentativo di descrivere come una specie di epifenomeno, utile fino a un certo punto, alcune facoltà umane spesso considerate il motivo della superiorità su altre specie.
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Antonio Russo

La bella confusione, di Francesco Piccolo
È un saggio sul cinema che decide di partire da questo fatto: Claudia Cardinale si ritrova a fare avanti e indietro tra due set importanti, Otto e mezzo di Federico Fellini e Il Gattopardo di Luchino Visconti, due capolavori del cinema usciti entrambi nel 1963. Tutto questo è accaduto veramente, ma è così “romanzesco” che sembra fatto apposta per essere raccontato in un libro, in un film, in una serie. Così La bella confusione è più di un saggio, è un saggio-romanzo: è sì la ricostruzione del cinema e della cultura dell’Italia di quegli anni, ma non è divulgazione didascalica, è una trama appassionante che scivola via con leggerezza. Per questo non è un libro solo per cinefili: è un libro per chi ama le storie.
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Stefania Carini

Gaddabolario. Duecentodiciannove parole dell’Ingegnere, di Paola Italia
Un dizionario vertiginoso delle parole inventate o usate da Carlo Emilio Gadda. È un libro abradacante, ingravallesco e forlimpopolesco pieno di gnommeri tra cui “cinobalànico”, che compare in Quer pasticciaccio brutto de via Merulana. La frase descrive la furia e l’eccitazione della stampa e dell’opinione pubblica nel condannare qualcuno senza prove prima del processo: “L’arroganza della sconsiderata istruttoria, e l’orgasmo cinobalànico dell’anticipato giudizio”. Dove “cinobalànico” è un neologismo composto da cino-“cane” e balanico-che riguarda il “glande”, che insomma significa “a cazzo di cane”.
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Giacomo Papi

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Disclaimer: con alcuni dei siti linkati nella sezione Consumismi il Post ha un’affiliazione e ottiene una piccola quota dei ricavi, senza variazioni dei prezzi. Ma potete anche cercare le stesse cose su Google. Se invece volete saperne di più di questi link, qui c’è una spiegazione lunga.