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  • Venerdì 5 maggio 2023

Cos’ha da dire al mondo un negoziatore per il clima che sta per morire

Il Financial Times ha intervistato Pete Betts, autorevole diplomatico delle conferenze sul clima dell'ONU che ha un grave tumore

Giovani attivisti per il clima a Sharm el Sheikh, in Egitto, in occasione della COP27, il 19 novembre 2022 (AP Photo/Nariman El-Mofty, LaPresse)
Giovani attivisti per il clima a Sharm el Sheikh, in Egitto, in occasione della COP27, il 19 novembre 2022 (AP Photo/Nariman El-Mofty, LaPresse)
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Pete Betts non è famoso ma fa parte di un influente gruppo di persone che negli ultimi anni hanno lavorato alle trattative internazionali per provare a risolvere il più grande problema della contemporaneità, cioè la crisi climatica. È un diplomatico britannico che ha partecipato ai negoziati sul clima organizzati dalle Nazioni Unite – le COP – in ruoli di grande responsabilità nelle delegazioni del Regno Unito e dell’Unione Europea e poi come consulente dell’Agenzia internazionale dell’energia (IEA): tra le altre cose, è stato una delle persone che hanno lavorato allo storico accordo di Parigi del 2015.

Betts oggi ha 64 anni. Sicuramente non saprà mai che risultati avrà il lavoro della sua vita nei prossimi decenni e molto probabilmente non vedrà nemmeno la prossima conferenza sul clima perché ha un grave tumore al cervello. Quando gli è stato diagnosticato gli è stata annunciata un’aspettativa di vita di 15 mesi: da allora ne sono passati 14. Betts ha trascorso gran parte di questo tempo a scrivere un libro sul punto a cui siamo con il contrasto al cambiamento climatico, sul senso delle COP, che da fuori sono spesso viste come poco comprensibili e tutto sommato inutili, e sui fallimenti della politica internazionale nella riduzione delle emissioni di gas serra. Ha anche parlato di queste cose con la giornalista del Financial Times Pilita Clark, che le ha sintetizzate in un recente articolo.

«Le decisioni che saranno prese a Pechino contano più di tutte le altre», ha detto ad esempio Betts, spiegando che la Cina è il paese da cui oggi concretamente dipende di più la possibilità di limitare le emissioni globali in modo significativo, in quanto «più grande produttore di emissioni di gas serra». Betts continua dicendo che è dipeso principalmente dalla Cina il mancato accordo internazionale sugli interventi da fare entro il 2030, per cui di fatto è sfumato l’obiettivo di mantenere l’aumento della temperatura media globale rispetto all’epoca preindustriale sotto 1,5 °C.

«Non lo dico per puntare il dito contro Pechino: i paesi sviluppati fuori dall’Europa, specialmente gli Stati Uniti, il Canada, l’Australia e il Giappone, non hanno fatto nulla per decenni, in tempi in cui avrebbero potuto farlo con costi gestibili. Ma adesso la realtà dei fatti è questa».

Non superare il limite di 1,5 °C, che è sempre più vicino, sarebbe stato importante per non far aumentare troppo le probabilità di eventi disastrosi, come inondazioni e prolungati periodi di siccità a livello regionale, e per evitare alcuni “punti di non ritorno”, cioè situazioni di crisi del clima e degli ecosistemi che non possono risolversi semplicemente riabbassando la temperatura. «Molti cercheranno di sfruttare questo momento per dire che dobbiamo rinunciare al limite di 1,5 °C», ha commentato ancora Betts: «Ma sono le stesse persone che ci hanno impedito di raggiungere l’obiettivo».

Betts ha poi aggiunto che anche se supereremo l’aumento di 1,5 °C non dovremmo arrenderci, ma piuttosto raddoppiare gli sforzi.

Sempre riguardo alla Cina, Betts ha detto di essere sempre colpito dalle critiche che riceve da alcuni leader di organizzazioni non governative quando dice che è dalla Cina che dipendono le sorti del clima, ma anche che ci sono delle buone ragioni per cui le ong «sono riluttanti a fare pressioni su Pechino». «Farlo rischia di aggravare le tensioni tra la Cina e l’Occidente, che stanno peggiorando. E dà gioco a quelli che sostengono che la Cina non sta facendo nulla, cosa che è falsa. Le ong che lavorano in Cina poi hanno paure legittime di subire delle conseguenze se sono troppo critiche».

Betts ritiene che, dato che oggi la maggior parte delle emissioni viene prodotta dalle economie emergenti, è importante spingere i paesi più ricchi ad aiutare finanziariamente quelli più poveri a passare a fonti di energia che non producono gas serra. Servono grandi risorse per avviare la cosiddetta transizione ecologica e «i fondi attuali sono drammaticamente insufficienti».

A proposito dei meccanismi diplomatici che stanno dietro agli accordi internazionali sul clima invece Betts ha detto che per lui è sempre molto frustrante vedere quanto poco la maggior parte delle persone capisca cosa si fa alle COP e soprattutto cosa non si fa: «Le ong e i media non hanno capito come sono cambiate le cose dopo l’accordo di Parigi del 2015. Ora le decisioni che importano davvero vengono prese mesi prima dell’inizio di una COP. Accade quando i paesi annunciano i propri impegni nazionali a ridurre le emissioni, come prevede l’accordo di Parigi».

Riguardo a quelle promesse, o più precisamente ai Nationally Determined Contributions (NDC), in italiano “Contributi determinati su base nazionale”, i negoziatori delle COP commisero un grave errore col senno di poi, crede oggi Betts:

Quando facemmo quell’accordo, pensavamo che la società civile avrebbe dato molta attenzione a quelle promesse e dunque i paesi avrebbero sentito una pressione tale da fissare obiettivi ambiziosi, e aggiustarli nel caso in cui fossero stati giudicati insufficienti. Ci sbagliammo. Per dirne una, gli NDC non vengono fatti per tempo. E poi nessuno critica gli impegni a meno che non si tratti di quelli fatti dai paesi sviluppati. Dovrebbe esserci molta più attenzione ai fallimenti di paesi come la Cina (…), dovrebbe essere più evidente che paesi come il Brasile di Jair Bolsonaro hanno ridotto il proprio impegno. Invece si dà molta più attenzione alle parole a proposito dei combustibili fossili che vengono usate nei documenti finali delle COP, che non obbligano nessun paese a fare nulla.

Betts e Clark hanno parlato anche dell’attivismo per il clima e lui ha elogiato il lavoro di Greta Thunberg, che ritiene abbia rimesso il cambiamento climatico «sul radar dei politici» quando rischiava di essere dimenticato. Gruppi come Extinction Rebellion invece gli sembrano poco efficaci nello scegliere i destinatari delle loro campagne. «Sono d’accordo comunque sul fatto che la mia generazione abbia fatto un torto ai giovani di oggi: non penso che sia colpa dei singoli negoziatori, ma mi prendo le mie responsabilità. Penso di aver avuto un raggio di azione più ampio di altri per fare la differenza. Ma collettivamente abbiamo fallito, è vero».

Betts ha anche raccontato alcuni aneddoti su specifici politici e negoziatori che aiutano a capire cosa succede alle COP. Tra le altre cose ha confrontato il lavoro di diversi primi ministri britannici in occasione delle conferenze e ha detto che alla COP26 di Glasgow, nel 2021, Boris Johnson e i suoi collaboratori erano impegnati soprattutto a fare in modo che i titoli dei giornali presentassero la conferenza – che era appunto ospitata dal Regno Unito – come un successo. «Johnson strigliò il presidente della COP Alok Sharma perché versò qualche lacrima dopo un intervento dell’ultimo minuto dell’India e della Cina che indebolì gli impegni per la dismissione del carbone come fonte di energia. Pensava che avrebbe fatto percepire la COP come un fallimento».

Oggi Betts lavora al suo libro sulle COP e sul clima anche per accettare che sta per morire: spera che mostrerà che la sua vita è stata utile.

– Leggi anche: Cosa si fa esattamente alle conferenze sul clima

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