Cosa c’è nel DEF approvato dal governo

Contiene le previsioni del governo sulla crescita dell'economia: moderatamente ottimistiche per il 2023 e un po' meno per gli anni futuri

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il ministro dell'Economia Giancarlo Giorgetti (ANSA/RICCARDO ANTIMIANI)
La presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il ministro dell'Economia Giancarlo Giorgetti (ANSA/RICCARDO ANTIMIANI)
Caricamento player

Il governo di Giorgia Meloni ha approvato in Consiglio dei ministri il cosiddetto DEF, ossia il Documento di Economia e Finanza, che contiene tra le altre cose le previsioni del governo sulla crescita dell’economia, sul mercato del lavoro e sull’inflazione, e che indica anche cosa intende fare in termini di spesa e debito pubblico.

Nel DEF approvato martedì, il primo del governo Meloni, le previsioni di crescita del PIL sono piuttosto prudenti, anche se più ottimistiche rispetto a quelle contenute nella Nota di Aggiornamento al DEF dello scorso novembre, redatta in un momento di grande incertezza economica, quando i prezzi stavano aumentando molto e quando non si sapeva se ci sarebbe stato abbastanza gas per affrontare l’inverno. Alla fine le scorte di energia sono bastate e l’economia ha risposto generalmente meglio delle previsioni all’aumento dei prezzi e alle politiche di rialzo dei tassi che hanno messo in piedi le banche centrali per combattere l’inflazione.

Il documento prevede che il Prodotto Interno Lordo (PIL) italiano nel 2023 cresca dello 0,9 per cento a livello tendenziale, quindi non tenendo conto degli interventi del governo in campo economico, e dell’1 per cento a livello programmatico, ossia in termini di obiettivo che il governo si dà con le sue politiche economiche: significa che le politiche economiche aggiuntive del governo valgono circa lo 0,1 per cento del PIL. Per il 2024 le previsioni sono invece in peggioramento rispetto a quelle fatte a novembre: il PIL dovrebbe crescere in termini tendenziali dell’1,4 per cento e in quelli programmatici dell’1,5 per cento. Per il 2025 e per il 2026 sono previste crescite rispettivamente dell’1,3 e dell’1,1 per cento (sempre in termini tendenziali).

Il rapporto tra deficit e PIL è visto in leggera riduzione: sarà pari al 4,35 per cento quello tendenziale e al 4,5 per cento quello programmatico, quest’ultimo uguale a quanto previsto a novembre. La stima passa al 3,7 per cento nel 2024 e al 3 per cento nel 2025, con l’obiettivo del 2,5 per cento per il 2026. Il deficit è la differenza tra le entrate dello stato (le tasse, semplificando) e le uscite (le pensioni, gli stipendi dei dipendenti pubblici, i vari bonus fiscali e così via). È sostanzialmente l’indebitamento che lo stato accumula in un anno e che va a sommarsi al debito già esistente. Viene calcolato in rapporto al PIL perché così si mette in relazione con l’economia nazionale e con le risorse che si usano potenzialmente per ripagare il debito.

In questo caso il miglioramento del rapporto deficit/PIL tendenziale, ossia quello che ci sarebbe se il governo non facesse niente, è dovuto al solo fatto che il PIL crescerà più del previsto: il valore al denominatore sale e quindi il rapporto deficit su PIL scende. Il governo ha però mantenuto costante l’obiettivo di deficit al 4,5 per cento del PIL, ossia quello programmatico: in questi casi si dice che grazie alla maggiore crescita si è liberato uno spazio di bilancio uguale alla differenza, lo 0,15 per cento del PIL e pari a circa 3 miliardi di euro. Il governo nel comunicato stampa ha detto che intende usare queste risorse extra e inattese per un intervento di riduzione delle tasse per i lavoratori dipendenti, il cosiddetto cuneo fiscale.

Il debito pubblico è previsto in riduzione e segue un percorso iniziato col governo Draghi, dopo che negli anni della pandemia era cresciuto notevolmente: il quadro tendenziale prevede che nel 2023 sarà pari al 142,1 per cento del PIL e nel 2024 al 141,4 per cento del PIL, fino a raggiungere il 140,4 per cento nel 2026. Stando al quadro programmatico, il debito sarà pari al 142 per cento del PIL nel 2023, al 141,2 nel 2024 e raggiungerà il 140,4 nel 2026 (come previsto nel quadro tendenziale).

Il DEF fa parte di tutta una serie di procedure che gli stati membri dell’Unione europea devono rispettare per il coordinamento generale delle politiche economiche e per arrivare infine all’approvazione delle leggi di bilancio nazionali: è il cosiddetto “ciclo di bilancio”, un insieme di appuntamenti europei e nazionali che dura in pratica tutto l’anno. L’obiettivo generale è quello di sottoporre alle istituzioni europee le politiche economiche degli stati prima che queste vengano approvate in via definitiva dal parlamento.

Il ciclo di bilancio entra nel vivo ad aprile di ogni anno, quando gli stati membri dell’Unione europea iniziano a delineare i loro obiettivi per gli anni successivi. Per esempio, il governo italiano lo fa proprio nel DEF, che delinea il quadro macroeconomico entro cui pensa di muoversi nel prossimo futuro, indicando quindi gli obiettivi di crescita del PIL e dell’andamento del debito pubblico. Il DEF non è una bozza di legge di bilancio ma rappresenta solo le stime del governo sui vari parametri di finanza pubblica, indica quindi la situazione economica generale in cui opererà e quella che intende ottenere con le sue politiche economiche. Questo documento viene poi aggiornato a settembre con la Nota di Aggiornamento al DEF (detta anche NADEF).

Tutte le scadenze, in ordine cronologico

– Leggi anche: Cos’è la legge di bilancio, spiegato bene