Google prova a rincorrere sulle intelligenze artificiali

Rispetto a concorrenti anche più piccoli è in ritardo, a causa di interessi aziendali in conflitto tra loro e di una certa cautela

di Pietro Minto

Caricamento player

Questa settimana Google ha presentato una prima versione rivolta a un pubblico limitato di Bard, un nuovo software di intelligenza artificiale in grado di discutere via chat con l’utente, generando risposte e contenuti testuali di vario tipo. Bard è più precisamente un chatbot simile nel suo funzionamento a ChatGPT, prodotto dall’azienda californiana OpenAI, la stessa che nel 2021 aveva presentato DALL-E, l’intelligenza artificiale in grado di generare immagini d’ogni tipo sulla base di una descrizione dell’utente. Negli ultimi mesi OpenAI ha dominato il settore delle IA e ha costretto Google a inseguirla, rivedendo velocemente le proprie dinamiche interne, il tutto nonostante i molti investimenti fatti nel settore nel corso degli anni.

Il fatto che sia stata OpenAI a inaugurare l’epoca delle intelligenze artificiali “di consumo”, cioè con software disponibili a chiunque per utilizzi anche occasionali, ha stupito molti osservatori. La società è infatti una realtà tutto sommato piccola in confronto alle grandi aziende della Silicon Valley (Google, Meta, Amazon, Microsoft) che da tempo investono in queste tecnologie. Eppure OpenAI, co-fondata da Sam Altman, imprenditore tecnologico, e Elon Musk, capo di Tesla (che però ha lasciato OpenAI nel 2018), sembra essere riuscita a superare – almeno a livello di attenzioni mediatiche – la stessa Google. Grazie a questi risultati, lo scorso gennaio OpenAI ha firmato «un accordo multimiliardario» con Microsoft, che vede in questa collaborazione una rara opportunità di fare concorrenza a Google.

La storia del ritardo di Google in questo settore comincia qualche anno fa. Nell’ottobre del 2015 AlphaGo, un progetto della società specializzata in intelligenze artificiali DeepMind, diventò il primo software a vincere una partita di Go, un antico gioco da tavolo cinese. Il risultato fu ritenuto un momento di svolta per l’intero settore per via della complessità del gioco: nonostante l’aspetto molto semplice, infatti, il gioco permette di disporre delle pedine su una scacchiera in un numero di combinazioni enorme, «più grande del numero di atomi nell’universo» (10^170 combinazioni).

AlphaGo non aveva vinto contro un giocatore qualunque, ma contro il campione europeo Fan Hui: e fu un gran risultato anche per Alphabet, il gruppo a cui fa capo Google, che aveva acquisito DeepMind l’anno precedente per intensificare i propri sforzi su un settore considerato cruciale, quello delle IA. L’anno successivo la vittoria a Go, nell’aprile del 2016, l’amministratore delegato di Google Sundar Pichai, nella sua lettera annuale agli azionisti, definì quello delle intelligenze artificiali uno dei settori più importanti per il futuro della società. Pochi mesi dopo, all’annuale conferenza dedicata agli sviluppatori, annunciò «un importante cambiamento da un mondo mobile first [cioè con i dispositivi mobili come supporto principale e fondativo, ndt] a uno basato sulle intelligenze artificiali».

Sono passati circa sette anni da quelle dichiarazioni e negli ultimi mesi il dibattito sulle intelligenze artificiali è diventato il più animato del settore delle nuove tecnologie, a causa di una serie di nuovi prodotti e servizi in grado di generare testo, immagini e filmati, come DALL-E, Midjourney AI, Stable Diffusion e ChatGPT. Nessuno di questi, però, è stato sviluppato da Google né da una sua divisione come DeepMind.

– Leggi anche: Come Google influenza le nostre conoscenze

È in particolare il successo di ChatGPT a turbare il gruppo Alphabet, la cui dirigenza ha reagito al successo di questo strumento lanciando un «codice rosso» lo scorso dicembre e aggiornando le priorità aziendali per allocare nuove risorse per rispondere alla concorrenza. ChatGPT è un chatbot, ovvero un’intelligenza artificiale che sfrutta un modello linguistico per comunicare direttamente con gli utenti, rispondendo a domande o generando contenuti su richiesta e simulando conversazioni umane. Anche per questo viene già oggi usato come sostituto dei motori di ricerca da alcuni utenti, dimostrando le potenzialità della tecnologia e la minaccia che può rappresentare per Google, che fonda il suo business sull’organizzazione dei contenuti online e la raccolta pubblicitaria. A sviluppare ChatGPT è stata OpenAI, un’azienda fondata nel 2015 che nell’ultimo anno ha intensificato i suoi rapporti con Microsoft, con cui lo scorso gennaio ha firmato «un accordo multimiliardario».

Grazie all’alleanza con OpenAI, Microsoft ha potuto presentare una versione di Bing, il suo motore di ricerca, potenziata proprio da ChatGPT, e lo ha fatto rendendola disponibile solo a chi scarica Microsoft Edge (il browser del gruppo, che ha sostituito Internet Explorer). La scelta è parte di una strategia piuttosto aggressiva decisa da Satya Nadella, amministratore delegato di Microsoft, che vede nelle IA un’occasione storica per cambiare – se non sovvertire – le gerarchie nel settore della ricerca online, dominato al 93,3% da Google (seguita proprio da Bing, ma solo con il 2,8%). In un’intervista con il sito The Verge, Nadella ha detto di voler spingere Google «a uscire e dimostrare di saper ballare. E voglio che la gente sappia che siamo stati noi a farli ballare».

A inizio febbraio Google aveva presentato per la prima volta Bard nel corso di un evento pubblico su cui l’azienda puntava molto per recuperare terreno – quanto meno sul piano mediatico – nei confronti di OpenAI. Una delle risposte fornite da Bard nel corso della dimostrazione conteneva però un errore fattuale che è stato prontamente sottolineato dalla stampa, provocando una caduta del titolo in borsa del 7% (per un danno stimato attorno ai cento miliardi di dollari). Dopo alcuni mesi di test interni, martedì Google ha finalmente annunciato che il chatbot sarà disponibile ad alcuni utenti negli Stati Uniti e il Regno Unito, una forma di distribuzione che il New York Times ha definito «cauta», sottolineando come le sue tempistiche siano state stravolte da OpenAI.

La figuraccia del chatbot di febbraio aveva comunque dimostrato chiaramente quali sono gli svantaggi competitivi di Google rispetto a realtà come OpenAI, che, nonostante il legame con Microsoft, può vantare ancora un’aura da startup indipendente dalle grandi aziende del settore. Google sembra infatti pressata da due parti: da un lato l’avvento di queste IA rischia di stravolgere il modo in cui cerchiamo e troviamo informazioni online, minando alle fondamenta il suo modello di business; dall’altro ogni implementazione di intelligenze artificiali da parte di Google sembra ricevere uno scrutinio molto più severo di quello riservato alla concorrenza. È infatti la stessa rilevanza di cui gode Google, e la reputazione d’affidabilità di cui gode tra la maggior parte degli utenti, a rendere errori come quelli di Bard un problema molto più grande che per OpenAI o anche Microsoft. La stessa ChatGPT, del resto, è nota per fornire informazioni errate nelle sue risposte, tanto da essere stata definita «un prodotto orribile» dal suo stesso capo Sam Altman. Questo non sembra comunque fermarne il successo.

Il primo settore di crisi per Google riguarda quindi la ricerca sul web, quello da cui è iniziata la sua storia ma che recentemente sembra non essere quello a cui l’azienda è più interessata. Negli ultimi anni, ben prima del lancio di ChatGPT, si è discusso dei modi in cui i risultati di ricerca forniti da Google siano cambiati, secondo alcuni analisti in peggio. Lo scorso anno un post intitolato «La ricerca su Google sta morendo», scritto dall’esperto del settore Dmitri Brereton, aveva attirato molte attenzioni mettendo in fila la serie di fenomeni ed errori da parte dell’azienda che avrebbero diminuito l’accuratezza e l’utilità delle sue ricerche.

– Leggi anche: Le ricerche su Google non sono quelle di una volta

Le tre «cause di morte» citate da Brereton erano: la pubblicità in ogni sua forma, che spinge contenuti non richiesti e spesso viene visualizzata in modo poco distinguibile dagli altri contenuti; la SEO (acronimo di Search Engine Optimization), ovvero la serie di tecniche con cui i creatori di contenuti scrivono e impaginano gli articoli web in modo da essere premiati dai motori di ricerca; e le intelligenze artificiali stesse, con le quali «Google prova a essere “smart” e capire cosa “volevi veramente”», invece di limitarsi alla ricerca. Nel 2020, un altro imprenditore del settore, Daniel Gross, aveva denunciato lo stesso fenomeno ricordando che «nel 2000 Google divenne famoso perché gli hacker capirono che era meglio di Lycos o Excite [due portali utilizzati negli anni Novanta, ndt]). Questo non avviene più, gli early adopter [cioè chi utilizza per primo un nuovo prodotto tecnologico, ndt] non usano più Google».

A questa crisi si è aggiunta la concorrenza da parte dei social network, in particolare TikTok, la cui ascesa ha costretto molte aziende tecnologiche ad adeguarsi in fretta a un formato di contenuti del tutto diverso: YouTube, ad esempio, un’altra azienda del gruppo Alphabet, ha risposto al successo di TikTok introducendo gli Shorts, un tipo di video verticali e di breve formato, che però non ha ottenuto un successo paragonabile. Ma TikTok rappresenta anche una minaccia per Google stessa, poiché molti suoi utenti, in particolare i più giovani, lo utilizzano come motore di ricerca, cercando termini chiave e ottenendo risposte sotto forma di video. Il “codice rosso” lanciato in occasione del successo di ChatGPT, quindi, è giunto in un momento molto delicato per l’attività principale dell’azienda.

L’idea che le ricerche Google non siano più quelle di una volta si accompagna a una serie di altre lamentele – diffuse sia all’interno che all’esterno dell’azienda – secondo cui la società non sarebbe più in grado di innovare e innovarsi. In un articolo pubblicato recentemente dall’Atlantic, Cory Doctorow, autore di fantascienza e attivista digitale, ha riassunto la storia di Google alla luce di quella che sembra essere un’insicurezza estrema: «L’azienda, che aveva rovesciato un leader di mercato costruendo una tecnologia migliore [Yahoo, ndt]), è ossessionata dalla paura di essere a sua volta messa da parte». Secondo Doctorow, il mito di Google come agente d’innovazione sarebbe in gran parte infondato perché «quasi tutti i suoi prodotti di successo sono stati acquisiti. In molti casi queste acquisizioni sono andate a sostituire prodotti fallimentari sviluppati internamente»: è il caso di YouTube, acquisita nel 2006 dopo il lancio poco entusiasmante di Google Video.

Google riceve critiche simili ormai da molto tempo. Già nel luglio del 2012, durante un incontro pubblico tra Eric Schmidt, all’epoca presidente della società, e Peter Thiel, co-fondatore di PayPal e controversa figura della Silicon Valley (soprattutto a causa del suo supporto a Donald Trump e alcuni candidati d’estrema destra), quest’ultimo denunciò l’immobilità dell’azienda, diventata parte dello status quo tecnologico: «Avete 50 miliardi di dollari. Perché non li spendete in nuove tecnologie, o avete forse finito le idee?»


 

Pochi anni dopo, nel 2018, Steve Yegge, programmatore che aveva lavorato per l’azienda per tredici anni, lasciò Google denunciandone l’immobilismo, causato a suo avviso dall’ossessione per i concorrenti e da una generale diffidenza nei confronti del rischio. In un post pubblicato nel 2021 da un altro programmatore, Edward Huang, si affronta la stessa questione confrontando la parabola di Project Loon (un ambizioso progetto cominciato nel 2011 da Google per portare connessioni internet superveloci in ogni angolo del pianeta utilizzando dei palloni aerostatici, e chiuso nel 2021) con iniziative ben più ambiziose e rischiose come quelle di SpaceX, che ha dovuto trovare un modo di rendere i lanci spaziali sostenibili economicamente, anche grazie al riutilizzo dei razzi stessi.

Nonostante queste critiche, però, a guardar bene Google ha dimostrato in effetti una certa dinamicità proprio nel settore delle intelligenze artificiali. Anche dietro al successo del modello linguistico di OpenAI GPT-3 (a cui è da poco seguito GPT-4) è rilevabile l’influenza di Google, che era stata la prima a sviluppare la tecnologia «trasformativa», quella che rende questo modello tanto potente (e che è rappresentata dalla T della sigla GPT). Si tratta di un tipo particolare di apprendimento profondo che adotta un meccanismo detto di «auto-attenzione», in grado di «analizzare le relazioni tra tutte le parole di una frase, qualunque sia la loro posizione». A svilupparli è stata Google Brain, una divisione dell’azienda dedicata alle intelligenze artificiali, e si sono rivelati in grado di generare testo con facilità, «trasformando» gli input ricevuti in nuove frasi (da cui il loro nome). Ma allora, perché non è stata Google Brain o DeepMind a sviluppare una tecnologia come GPT-3?

Nel giugno del 2022, pochi mesi prima della presentazione di ChatGPT, si parlò molto di Blake Lemoine, programmatore di Google ed esperto di etica che si disse convinto che un chatbot sviluppato dall’azienda fosse diventato «senziente», ovvero conscio di sé, una caratteristica di solito attribuita a esseri viventi particolarmente intelligenti (Lemoine fu presto smentito e licenziato dall’azienda). La tecnologia in questione era Language Model for Dialogue Applications (LaMDA), un modello linguistico particolarmente avanzato dal quale la società è partita per sviluppare anche Bard.

– Leggi anche: Le intelligenze artificiali sono una bolla?

Per molti anni prima della tesi dal ricercatore, il settore aveva lavorato relativamente sottotraccia. Nonostante il grande interesse da parte di investitori e imprenditori del settore, quello delle IA era ritenuto un ambito troppo delicato per poter essere gestito come una tecnologia qualsiasi. La stessa OpenAI fu fondata nel 2015 con una preoccupazione simile in mente: sviluppare le IA tenendo conto dei rischi che potevano comportare, e mantenendo un approccio aperto, accademico, per evitare di sviluppare intelligenze artificiali in grado di arrecare danno agli umani.

Nata come non profit, l’azienda ha aperto una divisione a scopo di lucro nel 2019: da allora, il suo approccio si è fatto meno cauto e sempre più pronto al rischio, arrivando all’introduzione di DALL-E prima e di ChatGPT poi, e all’alleanza strategica con Microsoft. Secondo l’ex ricercatore di DeepMind Jonathan Godwin, la differenza d’approccio tra OpenAI e Google ha finito col premiare la prima: «OpenAI ha compreso che la corsa per la supremazia percepita nel settore delle intelligenze artificiali generali non si disputa tra le riviste accademiche più citate del mondo ma nelle esperienze soggettive degli utenti delle IA, l’utilizzo delle intelligenze artificiali come prodotto».

In questo senso, il 2019 è stato un anno di svolta perché «OpenAI doveva dimostrare qualcosa», come scrive Godwin: all’epoca sembrava un’azienda senza un focus preciso, intenta a sviluppare una tecnologia molto costosa. Ciò ha spinto Altman ad accelerare sulle IA «di consumo», portando nel giro di due anni nelle mani di milioni di utenti servizi accessibili e potenti. Il tutto è successo mentre Google sembrava la naturale ed inevitabile vincitrice della gara per le IA, proprio per via del suo interesse pregresso e della sua solidità industriale.

Ora i ruoli si sono invertiti: OpenAI si muove in anticipo e definisce gli standard e i modelli, mentre Google è costretta a inseguire, presentando prodotti con più fretta del dovuto e sapendo che uno di questi, probabilmente, finirà per avere effetti negativi nel suo stesso modello di business, che prevede la raccolta pubblicitaria per inserzioni da visualizzare sulle pagine web. Nonostante questo, l’ex direttore dei progetti speciali di Google Adrian Aoun ha definito il lancio tardivo di Bard la mossa comunque giusta, «perché è lì che sta andando il mondo».