Il complicato rapporto degli italiani con il POS

Tre pagamenti su quattro sono ancora fatti in contanti, ma negli ultimi anni le cose stavano cambiando, anche grazie a obblighi e incentivi

(AP/Emilio Morenatti)
(AP/Emilio Morenatti)
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Il governo di Giorgia Meloni vuole togliere l’obbligo per gli esercenti di accettare i pagamenti elettronici (cioè con carte, bancomat o smartphone) sotto una certa soglia, che inizialmente doveva essere di 30 euro, poi è diventata di 60, e ora sembra che potrebbe cambiare di nuovo. La misura è stata inserita nel disegno di legge di bilancio per il prossimo anno, che è in discussione in parlamento e che quindi è ancora suscettibile di modifiche.

L’Italia è già di per sé un paese in cui il numero di transazioni elettroniche non è molto alto, ma con la pandemia le cose erano iniziate a cambiare e sempre più persone facevano uso di carte o altri strumenti di pagamento alternativi al contante. Togliere l’obbligo per gli esercenti di accettare i pagamenti elettronici ha una valenza soprattutto culturale e politica per il governo: secondo gli esperti è improbabile che ci sarà un calo significativo nell’uso di questi strumenti.

Quanto pagano gli italiani con la carta
Uno studio della Banca Centrale Europea del 2020 traccia alcune indicazioni sui comportamenti dei consumatori dell’area dei paesi che adottano l’euro, la cosiddetta “Eurozona”. Sono più inclini a pagare in contanti le donne, ma anche le persone tra i 18 e i 24 anni, rispetto a quelle con età compresa tra i 25 e 54 anni. Solo il 19 per cento dei laureati preferisce pagare in contanti, contro il 26 per cento di chi ha un diploma e il 36 per cento di coloro che hanno la licenza media.

Secondo il sito lavoce.info, le differenze potrebbero essere dovute al reddito: probabilmente chi guadagna di meno tiene una parte cospicua dei propri soldi in contanti. Inoltre i più giovani spesso non hanno entrate proprie e ricevono denaro dalla famiglia in contanti.

Dallo studio della BCE emerge che gli italiani preferiscono ancora il denaro contante. Sia in termini di quantità che di valore delle transazioni, la quota di pagamenti in contanti è tra le più alte dell’Eurozona: nel 2019 l’82 per cento delle transazioni è avvenuto in contanti, contro una media europea del 68; il 58 per cento dei consumi totali è stato fatto in contanti, contro una media del 51. Tra i grandi paesi europei solo la Spagna ha un valore più elevato. Anche la Germania mostra una chiara preferenza per il contante (77 per cento delle transazioni e 51 per cento del valore), a differenza della Francia (dove i valori sono rispettivamente 59 e 25 per cento).

I dati sono però relativi al 2019. Nel frattempo è arrivata la pandemia, che ha cambiato moltissime abitudini. Innanzitutto, durante il periodo di lockdown non c’erano molte occasioni per usare il denaro contante e le spese venivano fatte soprattutto su internet. Inoltre, quando si è potuti di nuovo uscire, è rimasta la percezione che usare i pagamenti elettronici, evitando così di toccare le banconote e le monete, fosse più igienico. Il risultato è stato che gli italiani hanno continuato a usare i pagamenti elettronici di più rispetto al passato.

Dati più recenti, che tengono quindi conto dei grandi cambiamenti culturali arrivati con la pandemia, sono forniti dall’Osservatorio Innovative Payments del Politecnico di Milano. Il 2020 è un anno problematico per fare delle valutazioni, a causa della fortissima riduzione dei consumi e quindi delle transazioni.

Conviene invece guardare al 2021: su 884 miliardi di euro di consumi, il 48 per cento è avvenuto in contanti, mentre la restante parte con carte e altri strumenti (Paypal, Satispay e le altre piattaforme di pagamento). Per capire quanto effettivamente i pagamenti elettronici siano entrati nella quotidianità in Italia è ancora più indicativo guardare il numero di transazioni, sia in contanti che elettroniche, a prescindere dall’importo. Nel 2021 sono state fatte in contanti ancora 3 transazioni su 4, e quelle elettroniche sono state oltre 7 miliardi su un totale di 32.

Potrebbero sembrare poche, ma erano in crescita del 34 per cento rispetto all’anno precedente, probabilmente spinte anche dal cashback, il piano introdotto dal governo di Giuseppe Conte a fine 2020 per incentivare i pagamenti elettronici.

Nel 2021 in Italia questi pagamenti sono cresciuti di più che nel resto dell’Unione Europea: in un anno in media gli italiani hanno fatto 114 transazioni a testa, il 40 per cento in più rispetto all’anno prima. I pagamenti elettronici sono stati effettuati soprattutto per gli importi piccoli e medi: l’80 per cento delle transazioni elettroniche riguarda quelle sotto i 60 euro e l’importo medio è stato di 47,5 euro.

Nel primo semestre del 2022 – i più recenti dati disponibili e ancora parziali – il numero di transazioni è aumentato ulteriormente del 19 per cento, e del 22 per cento in termini di valore. Questi ultimi dati, però, non tengono conto degli effetti dell’obbligo per gli esercenti di accettare i pagamenti elettronici, introdotto dal governo Draghi solo a giugno.

Secondo Valeria Portale, direttrice dell’Osservatorio Innovative Payments del Politecnico di Milano, con l’obbligo «c’è maggior attenzione e maggior consapevolezza da parte degli esercenti. Nonostante la multa non sia particolarmente punitiva per l’esercente, l’obbligo legittima il consumatore ad avere la libertà di poter pagare con la carta. Per il secondo semestre ci attendiamo una crescita in linea con il primo semestre, nonostante tutte le difficoltà del periodo, se non addirittura un po’ più robusta».

Se effettivamente l’obbligo sarà tolto dal governo Meloni, per Portale non è plausibile pensare che «in termini numerici ci sarà un crollo delle transazioni, qualsiasi soglia venga messa. Il tema riguarda il messaggio culturale che viene dato, perché ci saranno esercenti che rifiuteranno i pagamenti e i consumatori che si ritroveranno costretti a pagare in contanti. L’obbligo era un segnale soprattutto culturale, ma che di fatto permetteva al consumatore di scegliere lo strumento di pagamento più adatto alle proprie esigenze». Senza l’obbligo è probabile che si attivi un meccanismo psicologico per cui il consumatore che vorrebbe pagare elettronicamente anche un piccolo importo deciderà di pagarlo comunque in contanti per “non creare problemi” all’esercente.

Secondo Portale il livello della soglia potrebbe però avere conseguenze pratiche notevoli: «Più alta la soglia più il segnale è quello di legittimare interi settori a rifiutare i pagamenti elettronici perché per molte professioni, di fatto, 60 euro sono un valore molto alto. Pensiamo a un tassista, le cui corse costano mediamente molto meno di questo importo: di fatto si sentirà legittimato a rifiutare tutti i pagamenti e magari anche a non dotarsi del POS».

La discussione politica sul tema dei contanti e dei pagamenti elettronici è molto polarizzata e ideologica. Gli esponenti di centrosinistra sono fortemente contrari a favorire l’uso del contante perché diventerebbe più facile evadere e si rischierebbe di fatto di rendere più facili le attività criminali, che per non essere tracciabili richiedono l’uso dei contanti. Secondo Meloni, e la destra in generale, non ostacolare l’uso del contante è invece una misura di libertà con un impatto positivo: innanzitutto, non è dimostrato un legame con l’evasione fiscale, che quindi non è detto che aumenterebbe; poi consentirebbe all’Italia di restare competitiva verso quei paesi che hanno un limite più alto del nostro; infine andrebbe a favore delle fasce più povere.

L’obbligo per gli esercenti era in vigore da giugno ed era stato introdotto dal governo di Mario Draghi per favorire i pagamenti tracciabili, anche per i piccoli importi, in ottica di combattere sempre più l’evasione fiscale e di fornire migliori servizi ai consumatori. Gli esercenti, cioè i negozianti e i fornitori di servizi, sono sempre stati contrari perché le commissioni imposte dalle banche su questi pagamenti sarebbero troppo elevate, soprattutto nel caso di piccoli importi, che con i pagamenti elettronici sarebbero poco convenienti.

L’obbligo di avere il POS (cioè la macchinetta per i pagamenti elettronici) per esercenti e professionisti esiste da dieci anni e fu introdotto dal governo tecnico di Mario Monti nel 2012. Da allora nessun governo è mai riuscito a imporre le multe per gli inadempienti, fino a che quello di Mario Draghi l’ha inserito nei decreti legati al Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza.

La sanzione per il rifiuto era di 30 euro, aumentata del 4 per cento del valore della transazione per la quale fosse stata rifiutata l’accettazione del pagamento elettronico. Significa che nel caso di un pagamento da 400 euro, la sanzione sarebbe da 30 euro più 16 euro, 46 euro in tutto. In realtà le multe sono sempre state molto rare: per far scattare la sanzione era infatti necessaria la denuncia del singolo utente.