Perché ogni anno c’è una “quota” diversa per le pensioni

Per evitare che si applichi l'impopolare riforma Fornero, i governi fanno abitualmente ricorso a misure temporanee, e costose

di Mariasole Lisciandro

(ANSA)
(ANSA)
Caricamento player

Nel disegno di legge di bilancio approvato dal governo di Giorgia Meloni, che deve ancora passare dal parlamento e potrebbe quindi essere cambiato, c’è anche un nuovo meccanismo per andare in pensione. Si tratta di Quota 103, che nel 2023 dovrebbe permettere di andare in pensione a chi ha almeno 62 anni e ha maturato 41 anni di contributi pagati nel corso della carriera lavorativa.

È una misura che sarà valida solo per un anno e il governo ha promesso che entro il 2024 imposterà una riforma completa per sostituire la legge Fornero, che attualmente fornisce le regole generali con cui si può andare in pensione. È un meccanismo già visto: si fa una nuova “quota” per introdurre un temporaneo trattamento agevolato a chi deve andare in pensione, evitando che nel periodo in cui si governa sia applicata l’impopolare legge Fornero. Al contempo, si promette una riforma negli anni successivi: non è mai stata fatta, perché i governi si scontrano con le difficoltà politiche di varare riforme complete delle pensioni, oppure cadono prima di potersene occupare.

I meccanismi delle “quote” quindi si sommano negli anni, generando iniquità non solo tra generazioni ma anche tra persone coetanee ma che subiscono trattamenti diversi.

Un ripasso sulla legge Fornero
La coalizione che ora forma il governo di destra è sempre stata molto contraria alla legge Fornero, una riforma delle pensioni approvata nel 2011 durante il governo tecnico di Mario Monti, sostenuto da quasi tutti i partiti per far fronte alla gravissima crisi economica in corso in quel momento. Prende il nome dall’allora ministra del Lavoro Elsa Fornero.

Come altre norme adottate da quel governo, la legge Fornero fu una misura mirata a risanare immediatamente le finanze pubbliche: impostò un percorso per rendere più sostenibile a livello economico il sistema delle pensioni, attraverso un aumento dell’età pensionabile e una rivalutazione più frequente dell’aspettativa di vita. Fu una norma molto dura da far accettare ai cittadini, perché di fatto spostava in avanti l’età a cui si può andare in pensione.

La legge segnò anche il passaggio definitivo dal sistema retributivo a quello contributivo, già introdotto in maniera parziale dalla riforma Dini degli anni Novanta. Nel primo sistema si calcolava la pensione in base alla media delle retribuzioni degli ultimi anni: era un sistema molto conveniente per il lavoratore perché la pensione era stabilita, nella maggior parte dei casi, sulla base dei compensi massimi percepiti durante la carriera. Allo stesso tempo era molto costoso per lo stato. Con il sistema contributivo, invece, tanto maggiori sono stati i contributi versati tanto più alti sono gli assegni pensionistici, che quindi rispecchiano quanto il lavoratore ha effettivamente versato durante la sua vita. Il passaggio fu inevitabilmente impopolare, perché il sistema contributivo è meno generoso del retributivo.

La legge Fornero poi fissò i due criteri di pensionamento dell’anzianità anagrafica e degli anni di contributi versati. Con il primo criterio si ottiene la pensione di vecchiaia a 67 anni, se si hanno almeno 20 anni di contributi versati. L’altro criterio prevede che, a prescindere dall’età, si possa andare in pensione di anzianità con 42 anni e 10 mesi di contributi per gli uomini e 41 anni e 10 mesi per le donne. La riforma privilegiò poi un’uscita dal lavoro posticipata, con degli incentivi graduali fino ai 70 anni.

Scritta in fretta e in un momento di emergenza, la riforma Fornero però aveva vari problemi. Quello più noto è che non dedicava sufficiente attenzione ad alcune categorie di persone: per esempio i cosiddetti “esodati”, lavoratori e lavoratrici che avevano accettato il licenziamento in cambio di aiuti economici per arrivare fino all’età della pensione. Con l’entrata in vigore della riforma si ritrovarono in una sorta di limbo, un lungo periodo scoperto sia dagli assegni frutto dell’accordo che da quelli pensionistici.

– Leggi anche: Perché tutti ce l’hanno con la riforma Fornero?

Perché non è mai stata applicata del tutto
Proprio perché c’era una grave crisi economica da risolvere nell’immediato, almeno all’inizio la legge Fornero fu accolta senza troppe critiche da parte dei partiti, ma già un anno dopo, quando l’economia italiana aveva cominciato a riprendersi, quasi la totalità dei politici la criticarono. Il partito più duro, anche con toni molto aggressivi contro Elsa Fornero, fu la Lega, che sulla questione delle pensioni concentrò diverse campagne elettorali.

I governi politici successivi a quello Monti hanno trovato negli anni nuovi meccanismi per allontanare nel tempo il passaggio al regime integrale previsto in origine dalla riforma Fornero. Le pensioni sono infatti uno dei temi più sensibili tra l’elettorato, quindi è politicamente difficile per un governo che non abbia un largo consenso imporre misure che peggiorino il trattamento pensionistico, cosa che succederebbe applicando la legge Fornero.

Negli anni si è assistito quindi all’introduzione di eccezioni temporanee per aggirare i limiti imposti dalla riforma. C’è stata prima l’introduzione dell’Ape sociale (Ape sta per “anticipo pensionistico”), che consentiva di andare in pensione prima a chi aveva svolto lavori gravosi. Poi c’è stata Quota 100 nel 2018, introdotta dal governo guidato da Lega e Movimento 5 Stelle, che dava la possibilità di andare in pensione con 62 anni di età anagrafica e almeno 38 anni di contributi versati.

Quota 100 è poi terminata e nel 2022 si è passati a Quota 102 del governo di Mario Draghi, che innalzava il requisito dell’età anagrafica per poter chiedere il pensionamento a 64 anni, lasciando immutata la necessità di avere 38 anni di contributi versati.

Quota 102 scade a fine anno e dal 1° gennaio del 2023, in mancanza di nuove misure, si sarebbe tornati alle rigidità del sistema Fornero. È arrivata così Quota 103: una condizione che consentirà il pensionamento ai lavoratori di 62 anni con almeno 41 anni di contributi. C’è però una penalizzazione, che probabilmente servirà come disincentivo per chi ha redditi più alti: l’assegno non potrà superare un valore pari a circa 5 volte la pensione minima, quindi non potrà essere superiore a circa 2800 euro, fino al compimento del 67° anno di età, ossia l’anno in cui si potrebbe in ogni caso andare in pensione con la legge Fornero.

La platea potenziale che potrebbe accedere alla misura è composta da circa 50 mila lavoratori, per un costo di mezzo miliardo di euro il primo anno, 1,5 miliardi nel 2024 e di un altro mezzo miliardo nel 2025.

Insomma, da anni è stato tutto un susseguirsi di quote, e non tutte sono uguali. Quota 100 è costata 23 miliardi di euro in tre anni e ha consentito a 400 mila persone di andare in pensione in anticipo; Quota 102 è costata molto meno, anche perché interessava più o meno le stesse persone che avevano già avuto accesso a Quota 100; Quota 103 interessa a sua volta la stessa platea di Quota 102, quindi di fatto non cambierà molto.

A prescindere dal costo, tutte le quote creano una distorsione perché il loro obiettivo è consentire a lavoratori anziani di andare in pensione prima rispetto a quanto prevederebbe il sistema. Ogni misura temporanea consente a gruppi specifici di lavoratori di uscire dal mercato del lavoro, lasciando però un cosiddetto “scalone” per chi viene dopo.

Per esempio, Quota 100 alla fine del 2021 rischiava di lasciare uno scalone di cinque anni: fino al 31 dicembre 2021 una persona di 62 anni con 38 anni di contributi sarebbe potuta andare in pensione, mentre chi maturava i requisiti dal primo gennaio 2022 avrebbe dovuto aspettare cinque anni. Ed è per questo che è stata introdotta Quota 102 e dal prossimo anno ci sarà Quota 103.

Il susseguirsi di quote crea una certa incertezza tra i lavoratori, visto che le regole sulla base delle quali prendere una delle scelte più importanti della propria vita, quando andare in pensione, cambiano con frequenza. L’ipotesi di uno scalone può spingere una persona ad andare in pensione prima, anche se avrebbe preferito lavorare un po’ di più.

Queste misure temporanee poi rischiano di alimentare un sentimento di iniquità tra coetanei: le quote generano categorie di persone che accedono a vantaggi negati ad altri per il solo fatto di rientrare casualmente in determinati criteri.

A livello generazionale, poi, il senso di iniquità è spesso percepito come ancora più forte: i giovani di oggi che andranno in pensione tra 30 o 40 anni avranno di per sé pensioni molto meno generose di quelle di oggi, non solo perché probabilmente si troverà prima o poi il modo di fare entrare in vigore una riforma sostenibile a livello di costo per lo stato, e quindi meno generosa. Ma anche perché le carriere sono diventate più discontinue e più precarie rispetto alle generazioni precedenti. Quindi si accumulano meno contributi e questo porterà inevitabilmente a pensioni più basse.

Durante il discorso con cui ha chiesto la fiducia alla Camera, Meloni ha detto che «la priorità per il futuro dovrà essere un sistema pensionistico che garantirà anche le giovani generazioni e chi percepirà l’assegno solo in base al regime contributivo. Perché è una bomba sociale che noi continuiamo a ignorare ma che in futuro investirà milioni di attuali lavoratori che si ritroveranno con assegni addirittura molto più bassi di quelli già inadeguati che vengono percepiti oggi».

Il governo Meloni ha per ora posticipato la decisione più difficile, forse anche per il poco tempo a disposizione per la legge di bilancio, ossia quella di una riforma sostenibile ed equa tra le generazioni. Per il 2024 sarà però costretto a decidere tra far entrare in vigore riforma Fornero, che avrebbe un impatto nullo sui conti pubblici ma che deluderebbe una parte consistente dell’elettorato, o fare un’altra riforma complessiva. L’alternativa è continuare con le costose quote.