Una poliziotta, a Palermo, mostra l'identikit di Matteo Messina Denaro (ANSA/FRANCO LANNINO/DRN)
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  • giovedì 8 Settembre 2022

Perché non riescono a catturare Matteo Messina Denaro

Da 29 anni la polizia cerca il più importante latitante mafioso italiano: un paio di volte ci si è avvicinata, ma più spesso ha brancolato

Una poliziotta, a Palermo, mostra l'identikit di Matteo Messina Denaro (ANSA/FRANCO LANNINO/DRN)

La Direzione distrettuale antimafia di Palermo ha emesso 70 provvedimenti nei confronti di persone residenti nelle province di Palermo, Messina e Trapani. Si è trattato prevalentemente di perquisizioni ad abitazioni, uffici, case rurali, negozi, magazzini nel territorio del Belice. Per 23 persone il giudice per le indagini preliminari ha deciso il provvedimento di custodia in carcere, altre 12 sono ai domiciliari. Le ipotesi di reato sono associazione di tipo mafioso, estorsione, turbata libertà degli incanti, reati in materia di stupefacenti, porto abusivo di armi, gioco d’azzardo e altro.

I pubblici ministeri della DDA Francesca Dessì, Pierangelo Padova e Alessia Sinatra, coordinati dal sostituto procuratore Paolo Guido, ritengono che la rete degli indagati continui a lavorare per il controllo del territorio e per garantire gli interessi economici di Matteo Messina Denaro, il boss della mafia latitante dal 1993, numero uno tra i ricercati italiani. 

Nelle intercettazioni Messina Denaro è conosciuto come Ignazieddu, ma si parla di lui anche come Diabolik, o’siccu, olio, Alessio, la testa dell’acqua, colui che manca o semplicemente “iddu”, lui. Oppure si riferiscono al latitante come «il fratello di quello che stava in banca»: uno dei fratelli di Messina Denaro lavorava infatti in una succursale della Banca Sicula. Gli investigatori hanno anche intercettato due indagati che parlavano di Messina Denaro come se fosse morto. Un altro però nei giorni successivi, sempre intercettato, ha detto: «Facciamola girare, così magari allentano le ricerche».

Una vecchia foto di Matteo Messina Denaro (LANNINO – NACCARI /ANSA / dba)

In particolare, nell’inchiesta della DDA appare come molto rilevante il ruolo di Francesco Luppino, di Campobello di Mazara. Come riporta l’ordine di custodia dei magistrati, «sarebbe gravemente indiziato di avere acquisito centralità in tutto l’aggregato mafioso di quella provincia, risultando in grado di esprimere una costante e trasversale autorevolezza nell’ambito di dinamiche inter mandamentali, anche esterne alla provincia di Trapani». Il suo ruolo sarebbe garantito «anche dalla ritenuta vicinanza a Matteo Messina Denaro del quale l’uomo d’onore campobellese – a detta di alcuni indagati – avrebbe ricevuto comunicazioni finalizzate alla designazione dei referenti di diverse articolazioni territoriali mafiose della provincia». 

L’operazione condotta dal Ros, Raggruppamento operativo speciale dei Carabinieri, è solo l’ultima, in ordine di tempo, di quelle attuate per catturare Messina Denaro, l’uomo che ha preso il posto di Totò Riina alla guida dei corleonesi, il gruppo mafioso dominante, dopo il suo arresto avvenuto nel 1993. Messina Denaro, che è di Castelvetrano, è colui che ha condotto la mafia sempre più all’interno dell’economia “legale”, abbandonando la strategia stragista dopo però essere stato l’ispiratore e uno degli ideatori delle stragi del 1993 (la bomba in via dei Georgofili a Firenze, l’attentato a Maurizio Costanzo, a Roma, la bomba al Pac a Milano e quelle a San Giovanni e a Palazzo del Laterano, ancora a Roma).

Francesco Geraci, mafioso divenuto collaboratore di giustizia, ha raccontato: «Un giorno del 1992 Matteo mi venne a trovare chiedendomi cosa ne pensassi di un progetto di attentati da effettuare nei confronti di personaggi famosi come Baudo, Costanzo, Martelli, Santoro e altre personalità di rilievo. Disse che così si sarebbe destabilizzato lo Stato. Io risposi “Buono è”. Così lui mi disse che presto ci saremmo trasferiti a Roma a frequentare i vip». Un altro mafioso, Giuseppe Graviano, disse ai magistrati che sempre nel 1992, assieme a Messina Denaro, era in platea durante una serata del Maurizio Costanzo Show, al Teatro Parioli di Roma. L’anno dopo, il 14 maggio, ci fu l’attentato contro il giornalista e conduttore.

Di Messina Denaro non esistono immagini recenti, solo una vecchia foto segnaletica e un identikit tracciato sulla base della descrizione degli ultimi che l’hanno incontrato, ormai diversi anni fa. Nell’agosto del 2021 è stato trovato, negli archivi del tribunale di Marsala, un nastro con la sua voce registrata nel 1992 durante la testimonianza in un processo. Esiste anche un video mostrato dal Tg2 un anno fa, in cui secondo alcune ricostruzioni apparirebbe Messina Denaro transitare nel 2009, a bordo di un Suv, su una strada dell’agrigentino. Non c’è però mai stata conferma che l’uomo che compare per alcuni istanti in quel filmato sia davvero lui.

Matteo Messina Denaro è stato segnalato in questi anni in Sudamerica, a Dubai, nel Regno Unito, in Svezia, nei Paesi Bassi. Il 13 settembre 2021, un turista inglese che stava cenando al ristorante Het Pleeidoi dell’Aia con altre due persone fu fermato dalle forze speciali olandesi con un’operazione spettacolare a cui parteciparono moltissimi agenti. Secondo una segnalazione ricevuta dalla polizia olandese da parte della procura italiana di Trento, quell’uomo avrebbe dovuto essere Matteo Messina Denaro. Solo dopo alcune ore il turista inglese riuscì a dimostrare a chi lo stava interrogando di non essere il boss mafioso.

Tra gli investigatori, tanti sono però convinti che lui in realtà non si allontani mai dal suo territorio: la zona del Belice, tra Castelvetrano, Trapani, Marsala, Agrigento. E molti ricordano che Bernardo Provenzano rimase latitante per 43 anni prima di essere arrestato, l’11 aprile 2006, in una masseria di Corleone. Non si era mai spostato dal suo territorio.

L’arresto di Bernardo Provenzano, nel 2006 (MIKE PALAZZOTTO / ANSA / LI)

Il paragone è però improprio. Provenzano faceva parte di una vecchia mafia rurale: il casale in cui venne arrestato e in cui aveva trascorso gli ultimi anni era poco più di un rudere. A quanto si sa invece Messina Denaro ama i bei vestiti, la bella vita, adora circondarsi di oggetti d’arte (commissionò il furto del Satiro Danzante, importante reperto archeologico custodito nel museo di Mazara del Vallo, ma il colpo non andò a buon fine), ama leggere e, secondo chi lo ha conosciuto da ragazzo, si crede intelligentissimo e anche una sorta di rivoluzionario. Il suo amico di giovinezza, Giuseppe Fontana, detto Peppe Rocky, gestore di un ristorante a Selinunte, dice di lui: «Matteo è un individuo talentuoso, sopra la media. Avrebbe potuto fare molto per la Sicilia». 

Quando Messina Denaro divenne latitante scrisse alla sua ragazza:

«Devo andare via, ma non posso spiegarti le ragioni della mia scelta. In questo momento le cose depongono contro di me, sto combattendo per una causa che non può essere capita. Ma un giorno si saprà chi stava dalla parte della ragione». 

A differenza di tanti boss mafiosi catturati tra gli anni Novanta e i primi anni Duemila, Messina Denaro è latitante in un’epoca in cui chi gli dà la caccia dispone di sistemi tecnologici avanzatissimi e della collaborazione delle polizie di tutto il mondo. La ricerca del latitante numero uno non avviene solo sul territorio ma anche sui social network, su tutte le app di messaggistica e perfino nelle sessioni online di videogiochi in cui gli utenti comunicano tra loro, come Fortnite

Ha detto nel 2020 il magistrato Nino Di Matteo, da sempre impegnato nella lotta alla mafia, che vive sotto scorta dal 1993: «È grave che la latitanza di Matteo Messina Denaro, condannato all’ergastolo, si protragga da 27 anni. Così come per 43 anni si protrasse la latitanza di Provenzano. Situazioni di questo genere non possono non essere anche, in parte, il frutto di coperture istituzionali e politiche. Non è normale che per 27 anni, o 43 anni, non si riesca a catturare un latitante».

Teresa Principato, oggi componente della Direzione Nazionale Antimafia ed ex procuratrice aggiunta a Palermo che si è occupata a lungo della ricerca del boss mafioso, disse pochi mesi fa al tg regionale della Sicilia di avere «fiducia che si possa catturare Matteo Messina Denaro». Secondo Principato, «gode di una rete, non solo in Italia, ma un po’ in tanti paesi del mondo che lo protegge»: «una rete massonica». Vincenzo Calcara, ex capo mafioso di Castelvetrano divenuto collaboratore di giustizia, ha confermato in passato uno stretto rapporto tra la loggia massonica di Castelvetrano, Campobello e Trapani e la cosca mafiosa della zona. Le affiliazioni massoniche garantiscono ai mafiosi uno strumento per ottenere favori in molti campi, per avvicinare persone, per concludere affari e, quando è necessario, trovare aiuti e coperture.

In un libro di Francesco Forgione e Paolo Mondani, Oltre la Cupola, viene ricordato un episodio significativo raccontato dall’ex gran maestro del Grande Oriente d’Italia (la più antica istituzione massonica italiana) Giulio Di Bernardo al procuratore di Palmi. Dopo le stragi in cui vennero uccisi Falcone e Borsellino, in una riunione dei grandi maestri delle logge siciliane, il presidente Orazio Catarsini «aveva ritenuto opportuno far approvare un documento che attestasse la presa di posizione della massoneria rispetto alla mafia, anche alla luce dei gravi fatti accaduti con l’uccisione di Falcone e Borsellino. Subito dopo la riunione, Catarsini mi telefonò alle Canarie dove mi trovavo in vacanza, comunicandomi, turbato, la mancata approvazione del documento, che lo aveva disorientato e non sapeva come interpretare». 

Matteo Messina Denaro è l’ultimo mafioso ancora in libertà a conoscere tutto delle stragi del 1993 così come, essendo allora il pupillo di Totò Riina, sa tutto degli omicidi di Falcone e Borsellino. È stato anche ipotizzato che detenga documenti che appartenevano a Riina e con cui ricatterebbe personaggi importanti della politica e dell’imprenditoria. Rispondendo alle domande di un avvocato difensore nel corso di un processo, l’ex mafioso collaboratore di giustizia Antonino Giuffrè disse a proposito di documenti che sarebbero scomparsi dalla casa di Totò Riina a Palermo subito dopo il suo arresto: «Probabilmente poi una parte di questi è finita a Matteo Messina Denaro. Posso dire che si tratta di un’intuizione più che di una fonte (…) L’ho data per probabile sempre dai ragionamenti che ho fatto che si agganciano alla vicinanza di Salvatore Riina e Matteo Messina Denaro, dalla statura, dallo spessore mafioso di Messina Denaro e dalle rivelazioni di Provenzano che asseriva come Matteo Messina Denaro era uno dei soggetti fidati più vicini a Riina».

Oggi la ricerca del principale latitante italiano è condotta dalla polizia con un gruppo guidato dal capo dell’Anticrimine Francesco Messina, e dai carabinieri del Ros di Pasquale Angelosanto. Alla ricerca lavorano le squadre mobili di Palermo e di Trapani, e i comandi provinciali dell’Arma. Il fascicolo a cui fanno riferimento tutti coloro che danno la caccia al latitante è il 10944/08. Fu aperto dalla procura di Palermo dopo la cattura di Provenzano e contiene tutti i documenti relativi alle indagini sul suo conto.

Sono decine di migliaia di pagine: è la storia di una ricerca che dura da quasi 30 anni e che a volte ha subito sbandate a causa di errori, fughe di notizie e incomprensioni tra polizia e carabinieri e tra procure. Nel libro Matteo Messina Denaro, latitante di Stato, del giornalista Marco Bova, sono riportati esempi importanti. Una sera dell’autunno del 2012, polizia e carabinieri si ritrovarono, senza sapere gli uni degli altri, a presidiare il cimitero di Castelvetrano convinti, probabilmente da “soffiate” ricevute, che di lì a poco Messina Denaro avrebbe incontrato la sorella. Il latitante non arrivò ma poliziotti e carabinieri rischiarono di scambiarsi a vicenda per “soldati” mafiosi.

Nel 1996, in piena latitanza, Messina Denaro ha avuto una figlia con la compagna Francesca Alagna. È proprio controllando la madre e la figlia appena nata che si arrivò vicini alla cattura. Nel libro di Bova uno degli investigatori ricorda il giorno in cui andò con alcuni colleghi a casa della mamma del latitante, a Castelvetrano, per notificare l’avviso di conclusione delle indagini per le stragi di Roma, Milano e Firenze. Ci fu una sorta di trattativa poi la donna aprì la porta. In casa c’erano lei, Francesca Alagna e in carrozzina la bambina di un anno. La tavola però era apparecchiata per tre. Probabilmente stavano aspettando Messina Denaro, che però non si presentò. 

Oggi la figlia di Messina Denaro ha 26 anni, ha il nome della madre e chiede ai giornalisti di essere lasciata in pace. Ha avuto un figlio da poco: Messina Denaro è diventato nonno.

Fu però un’altra l’occasione in cui si arrivò più vicini alla cattura. Accadde nel 1997. Alla polizia era arrivata una soffiata su una ragazza che ogni weekend compariva ad Aspra, un comune vicino a Bagheria, ed entrava in un palazzo di via Milwaukee. Gli agenti, inviati a fare un controllo discreto, si accorsero che la donna, il cui nome era Maria Mesi, lasciava a tarda notte la zona con cappello, sciarpa e grandi occhiali scuri anche se era buio. I poliziotti iniziarono a sospettare che si vedesse con un latitante. Vennero piazzate alcune telecamere ma da quel momento la donna non si fece più vedere.

Quando la polizia fece irruzione nell’appartamento che era stato individuato, trovò in frigorifero alcune confezioni di caviale e salse austriache. C’erano poi una stecca di Merit, un foulard e un bracciale prezioso acquistato in una gioielleria di Palermo. Su un tavolo c’erano giochi della Nintendo e un puzzle a cui mancava un pezzo. C’era anche una lettera scritta all’azienda produttrice e non ancora spedita in cui l’abitante della casa chiedeva che gli fosse spedito il pezzo mancante. La polizia è convinta che l’abitante di quella casa fosse Matteo Messina Denaro e che qualcuno l’abbia avvertito.

È anche vero che Messina Denaro ha sempre avuto un’attenzione maniacale a una serie di regole e comportamenti che proteggono la sua latitanza. Per comunicare utilizza prevalentemente pizzini: foglietti scritti a mano e siglati di volta in volta con nomi in codice. Nel primo dei pizzini scritti all’ex sindaco di Castelvetrano, Antonio Vaccarino, il capomafia dava indicazioni precise: per la loro corrispondenza doveva essere previsto l’uso di nomi convenzionali: «Il suo nome», scriveva Messina Denaro, «sarà Svetonio e ciò la preserverà da rischi inutili. Ad esempio il nostro tramite quando riceve un biglietto per Svetonio sa a chi lo deve portare evitando che ogni volta io glielo debba spiegare. Quindi mi scuserà se le ho cambiato nome. La lettera a me lei la chiuda a bigliettino e fuori scriva “Alessio”, poi le risponderò con lo stesso sistema (…) questa persona verrà direttamente da lei, da solo, e dirà che viene da parte di suo figlioccio Alessio, che sono io». Il pizzino, spiegava poi Messina Denaro, andrà poi tassativamente bruciato.

L’arresto di Patrizia, sorella di Matteo Messina Denaro (ANSA / US DIA)

È attraverso i pizzini che, secondo gli investigatori, il boss mantiene il controllo sul territorio ed esercita il comando. Per questo, quando nel casale dove venne arrestato Provenzano furono trovati pizzini scritti da lui, Messina Denaro si infuriò. Scrisse a Vaccarino-Svetonio: «Se lo avessi davanti (Provenzano, ndr) gli direi cosa penso e dopo di ciò la mia amicizia con lui finirebbe. Come lei sa a quello hanno trovato delle lettere; in particolare di quelle mie pare facesse collezione. Non so perché ha agito così e non trovo alcuna motivazione a ciò e qualora motivazione ci fosse non sarebbe giustificabile (…). Tutto mi potevo immaginare ma non questo menefreghismo da parte di una persona esperta (…). Ci sono persone a me vicine e care che sono nei guai e sono imbestialito, troppo addolorato e dispiaciuto». 

Quello che Matteo Messina Denaro non sapeva, scrivendo quei pizzini, è che lo stesso Svetonio in realtà stava in quel momento collaborando con i servizi segreti. È una storia di cui ancora non si sa tutto. Fu la procura di Palermo a scoprire il vero ruolo di Vaccarino, che agiva per conto del servizio segreto Sisde, Servizio per le informazioni e la sicurezza democratica. Negli anni Novanta Vaccarino aveva trascorso un lungo periodo in carcere accusato di reati di mafia. Una volta uscito venne contattato da parenti di Messina Denaro che gli spiegarono che il latitante avrebbe voluto avere con lui una corrispondenza per esprimergli la sua stima. Questo almeno è ciò che raccontò Vaccarino e che riporta Lirio Abbate nel suo libro U siccu. Matteo Messina Denaro: l’ultimo dei capi.

L’ex sindaco accettò ma poi, secondo il suo racconto, riuscì a mettersi in contatto con il Sisde, allora diretto dal generale Mario Mori, offrendosi di collaborare fornendo informazioni su Messina Denaro. Quindi tutta la corrispondenza con il boss mafioso sarebbe in realtà avvenuta sotto dettatura dei servizi segreti.

Quando la procura di Palermo, nel covo di Provenzano, trovò pizzini in cui Messina Denaro faceva riferimento a Vac, iniziò a svolgere indagini e scoprì che si trattava di Vaccarino. Mise sotto controllo il telefono dell’ex sindaco e scoprì il rapporto con i servizi segreti. Ai magistrati, Mori confermò questa versione: «Nel 2003 il signor Vaccarino interessò con uno scritto la direzione del servizio, mettendosi a disposizione per un’eventuale attività a favore del servizio contro Cosa Nostra». In un’intervista Vaccarino disse: «Io mi misi a disposizione per la cattura di quel cretino di Messina Denaro».

Quando la procura di Palermo fece perquisire l’abitazione di Vaccarino, la notizia iniziò a circolare e la storia dell’ex sindaco divenuto collaboratore del Sisde finì sui giornali. A quel punto il rapporto tra Svetonio e Alessio, prevedibilmente, si interruppe. 

La corrispondenza tra Vaccarino e Messina Denaro era sempre stata strana. Difficilmente il boss parlava di mafia. Questo è un esempio di ciò che scriveva firmandosi Alessio:

Non amo parlare di me stesso e poi oramai è da anni che sono gli altri a parlare di me e magari ne sanno più di me medesimo; credo, mio malgrado, di essere diventato il Malaussène di tutti e di tutto, ma va bene così, sono un fatalista e penso che era tutto scritto così, (incomprensibile) uomo non può cambiare il proprio destino, l’importante e viverlo con dignità, io sono a posto con la mia coscienza e sono sereno, in fondo questo mondo non è mio e prima o poi passerà anche questa vita. So di avere vissuto da uomo vero tanto mi basta per me, per chi mi ha educato e fatto da maestro e per la mia famiglia.

In un’altra lettera scriveva:

Jorge Amado diceva che non c’è cosa più infima della giustizia quando va a braccetto con la politica e io sono d’accordo con lui. Da circa 15 anni c’è stato un golpe bianco tinto di rosso attuato da alcuni magistrati con pezzi della politica.

Ancora:

Oggi non c’è più il politico di razza, l’unico a mia memoria fu Craxi e abbiamo visto la fine che gli hanno fatto fare. Oggi per essere un buon politico basta che si faccia antimafia… Sono un nemico della giustizia italiana che è marcia e corrotta dalle fondamenta. Lo dice Toni Negri e io la penso come lui.

Sono stati espressi molti dubbi sul fatto che queste lettere fossero davvero da attribuire a Matteo Messina Denaro. L’allora capo della squadra mobile di Trapani, Giuseppe Linares, disse nel corso del processo a Vaccarino: «Non vi è però dubbio sulla riconducibilità ideologica del corpo di questi bigliettini, perché trattano argomenti che sono correlati e incrociati tra loro».

A Vaccarino arrivò poi l’ultima lettera, dopo che era uscita sui giornali la rivelazione dei suoi rapporti con il Sisde. Questa volta la firma era proprio quella di Matteo Messina Denaro:

Ha buttato la sua famiglia in un inferno, la sua illustre persona fa già parte del mio testamento, in mia mancanza verrà qualcuno a riscuotere il credito che ho nei suoi confronti (…) Lei resterà per sempre un 29 euro, non dico 30 perché non sono Gesù Cristo quindi lei viene deprezzato anche nei confronti di Giuda.

Nel 2019 l’ex sindaco Vaccarino è stato arrestato dopo essere stato coinvolto in un’indagine su una presunta rete di carabinieri accusati di aver rivelato informazioni segrete su inchieste che riguardavano Messina Denaro. Oltre a Vaccarino furono arrestati un ufficiale dei carabinieri di Caltanissetta e un appuntato di Castelvetrano. Vaccarino è morto in seguito al Covid nel 2021.

Dopo questa vicenda, Messina Denaro è diventato ancora più prudente. Da molto tempo nessun mafioso intercettato, che fosse un boss o un semplice soldato, ha mai detto di averlo incontrato. Per Cosa Nostra è un “invisibile”, anche se molto presente.

Non è servito nemmeno, da parte dei servizi segreti, diffondere la voce di una taglia milionaria messa sulla testa. Se da una parte è vero che Messina Denaro ha goduto di coperture e complicità ad alto livello, è anche vero che nel trapanese gode di una rete di protezione e favoreggiamento che coinvolge molte persone anche non direttamente affiliate alla mafia. 

Uno dopo l’altro tutti i suoi parenti sono stati arrestati. I suoi presunti complici sono in carcere, anche la sorella Patrizia, che è sempre stata considerata la persona a lui più vicina, è detenuta. Beni a lui riconducibili, per svariati milioni di euro, sono stati sequestrati. Secondo le indagini era sua un’azienda di sviluppo e produzione di pale eoliche, una catena di supermercati nella zona di Trapani, alcune cantine produttrici di vini, un villaggio Valtur. Tutte le persone che con Messina Denaro hanno un legame sono costantemente tenute sotto controllo. Eppure, ancora, non si è riusciti a prenderlo.

Gli ultimi provvedimenti della magistratura lo hanno probabilmente ancora di più isolato. Nessuno, però, tra i mafiosi che sono diventati collaboratori di giustizia, ha mai dato indicazioni su dove possa trovarsi. In molti lo proteggono ancora oggi, probabilmente anche per paura. Disse in un pizzino finito nelle mani degli investigatori: «Con le persone che ho ucciso potrei riempirci un cimitero».

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