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L’archeologia dei rifiuti in plastica

Una guida naturalistica pugliese raccoglie e cataloga vecchissimi oggetti spiaggiati, ricostruendone la storia per mostrare la loro inquietante durevolezza

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L’enorme quantità di plastiche disperse nell’ambiente e in particolare nei mari si degraderà solo tra centinaia di anni: è un fatto ormai noto e radicato nel pensiero comune, tuttavia non sempre è facile figurarsi le sue conseguenze sul piano concreto. Anche per questo motivo Enzo Suma, una guida naturalistica di 41 anni, ha avviato un progetto chiamato Archeoplastica, che si dedica alla raccolta di reperti in plastica risalenti a 40, 50 o addirittura 60 anni fa, spesso sbiaditi o ricoperti di molluschi, ma perlopiù rimasti intatti.

L’idea del progetto è nata quando Suma trovò qualche anno fa un flacone di crema solare con il prezzo in lire, scoprendo in un secondo momento che era dell’inizio degli anni Settanta. Fotografò il flacone e lo pubblicò su Facebook, raccogliendo subito un certo interesse intorno a quel reperto e al suo stato di conservazione pressoché perfetto. Da allora ha continuato a raccogliere oggetti di plastica lungo le coste salentine (Suma è di Ostuni, in provincia di Brindisi) spesso incappando in oggetti di plastica di una certa età, non solo italiani ma anche provenienti dalle coste greche e balcaniche.

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Oggi Archeoplastica ha quasi 240mila follower su Instagram e da qualche settimana ha anche un profilo su TikTok che ha raggiunto i 100mila follower. Sul sito del progetto c’è una sorta di museo virtuale con alcuni reperti messi in evidenza che si possono osservare anche in una ricostruzione in 3D.

«Da sempre, anche a scuola, ci hanno detto che la plastica dura secoli e secoli» dice Suma, che all’università ha studiato Scienze ambientali e lavora nel turismo dal 2009. «Un po’ forse ci siamo anche assuefatti a queste informazioni, non riusciamo a visualizzarle davvero, quindi quando vediamo un rifiuto di decenni fa portato dal mare un po’ fa effetto». L’idea è di raccogliere questi oggetti per esporli: nei mesi passati Suma ha girato per le scuole pugliesi organizzando delle mostre temporanee con gli oggetti più significativi, ma ha esposto anche in tre eventi organizzati da National Geographic.

L’obiettivo, naturalmente, è di sensibilizzare le persone sulla necessità di ridurre l’uso della plastica monouso, ma Suma fa anche archeologia vera e propria raccontando l’origine di certi oggetti e il modo in cui venivano utilizzati. È un approccio diverso alla questione dei rifiuti plastici, ma per certi versi non meno efficace data la cospicua attenzione che il progetto è riuscito a generare. Lo scorso anno Suma ha chiuso una raccolta fondi per rendere Archeoplastica economicamente sostenibile, riuscendo a raggiungere l’obiettivo prefissato di 9mila euro.

 

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Tra le molte storie raccontate da Archeoplastica c’è quella del collirio Stilla commercializzato negli anni Sessanta e Settanta, con il tappo bianco dalla forma trapezoidale. Suma ne ha trovati parecchi sulle spiagge pugliesi: il motivo, spiega, è che la réclame di Stilla consigliava di utilizzare il collirio in caso di occhi rossi e in particolare dopo il mare, per alleviare l’irritazione causata dall’acqua salata.

Un’altra storia notevole è quella del flacone di miele di un’azienda greca, Attiki. Suma aveva trovato il flacone poco più di un mese fa e si era subito immaginato che avesse una certa età, ma inizialmente non era riuscito a capire quale fosse la sua funzione. La forma del flacone ricordava un clown ed era in buono stato, con qualche crostaceo attaccato e con un colorito sbiadito che conferivano alla faccia del personaggio un’aria sinistra. In basso era impressa la scritta “Kazaplast”, una ditta greca che produceva giocattoli e flaconi per altre aziende.

Nonostante se ne sapesse poco, o proprio per quello, Suma aveva pubblicato un video in cui descriveva il clown di plastica. In poco tempo ha ricevuto più di una segnalazione da parte di utenti che si erano messi a fare ricerche su questo oggetto: in particolare una ragazza, partendo dalla scritta “Kazaplast”, ha trovato un manifesto dell’azienda Attiki che ne riprendeva un altro degli anni Cinquanta, in cui compariva un ragazzino con una mimica del tutto simile al presunto clown trovato da Suma. La ragazza ha quindi suggerito che potesse trattarsi di un flacone di miele di quella azienda, e Archeoplastica ha pubblicato una storia su Instagram raccontando il tutto.

A quel punto quattro diversi utenti hanno segnalato un video su YouTube di Attiki in cui si ripercorre la storia dell’azienda e in cui compare su una scrivania, in bella vista, il flacone originale. Suma ha contattato l’azienda che ha risposto confermando che quel flacone trovato in Salento era proprio di Attiki e raffigurava Fino (Φίνο), un personaggio inventato simile a Pierrot. Al flacone trovato da Suma manca il tappo, che era a forma di imbuto e faceva da dosatore per il miele.

 

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Sono molti gli oggetti interessanti raccolti da Archeoplastica, ormai non solo in Puglia: Suma dice che è nata una rete di raccoglitori e raccoglitrici da tutta Italia che gli mandano oggetti dalla Toscana, dalla Sardegna, dalla Sicilia. Tra gli altri ci sono palloni marchiati con il logo dei mondiali di Italia ’90, coppette di gelato del 1972 con attaccate centinaia di piccole uova schiuse di molluschi, formine per budini degli anni Sessanta, un contenitore del formaggio Fiorello prodotto dalla Locatelli (assai venduto negli anni Ottanta).

In generale, sotto ai video sui social network di Archeoplastica, diversi utenti commentano esprimendo una sensazione a metà tra nostalgia per il passato – anche perché spesso i video sono corredati dalle pubblicità dell’epoca relative ai reperti – e angoscia per il futuro. Secondo Suma non è tanto nostalgia per gli oggetti in sé, ma per il ricordo, e «più forte è la sensazione di nostalgia, più sarà incisivo l’impatto quando ti rendi conto che quell’oggetto ha vagato nel mare tutti quegli anni».