La musica e i rumori per concentrarsi meglio

Negli ultimi anni si è sviluppato un filone di servizi che sfruttano l'effetto rilassante dei “rumori bianchi”, con conseguenze sulla musica delle piattaforme

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Il rumore bianco è l’espressione con cui si fa riferimento, più o meno propriamente, a quei suoni costanti e indefiniti emessi da fonti naturali o artificiali, per caso o appositamente, in molti contesti quotidiani. Il rumore statico prodotto da un vecchio televisore sintonizzato su una frequenza senza segnale, per esempio, ma anche quello di un aspirapolvere o di una cascata. Da alcuni anni, questi tappeti sonori sono usati da sempre più persone per rilassarsi, per prendere sonno, per concentrarsi nello studio e nel lavoro.

È un fenomeno che ha creato tutto un suo business, e che ha contribuito ad aumentare la richiesta di una musica che svolgesse più o meno la stessa funzione: la musica ambient, che esiste da decenni e ha un’illustre storia di genere d’avanguardia e sperimentazione, ma che negli ultimi anni è stata affollata da un filone di produzioni dozzinali e pensate più che altro per sfruttare commercialmente gli algoritmi delle piattaforme di streaming, con poche velleità artistiche.

Generalmente i rumori bianchi sono suoni senza ritmo né melodia, simili a fruscii o ronzii continui e regolari, e hanno un nome che fa riferimento alla luce bianca, formata dalla sovrapposizione di tutte le lunghezze d’onda visibili: dal punto di vista della fisica teorica, ciò che contraddistingue un rumore bianco è invece che ha «frequenze pressoché uniformemente distribuite in una larga porzione del campo acustico», come spiega la Treccani. Il rumore bianco ha applicazioni pratiche di lungo corso: in ingegneria viene usato come test per verificare la risposta in frequenza di sistemi acustici, grazie al suo spettro dall’ampiezza uniforme. Col tempo, però, si è scoperto che molte persone lo considerano distensivo.

Le sue prime applicazioni in questo senso sono legate alle white noise machine, dei piccoli dispositivi in grado di generare rumori bianchi, pensati per fare addormentare i neonati. Il rumore bianco ricorderebbe ai più piccoli l’esperienza rilassante del grembo materno e dei suoni che lo caratterizzano, come lo scorrere del sangue o il battito del cuore (il cui suono è spesso incluso in questi dispositivi).

Ma nel corso degli ultimi anni il rumore bianco è stato usato da sempre più persone adulte per tranquillizzarsi, addormentarsi, lavorare o studiare. Questa diffusione è stata accompagnata dalla nascita di un business basato su questi suoni, animato da applicazioni, software e siti specializzati come White Noise, creata dal programmatore informatico Todd Moore nel 2009. Un altro esempio è A Soft Murmur, che permette di modulare il suono emesso aggiungendo al rumore bianco effetti ambientali (il rumore della pioggia, delle onde del mare, il vento e il fuoco), alcuni dei quali sono disponibili solo per gli utenti abbonati.

Negli ultimi anni, l’ascolto di rumore bianco si è diffuso anche su piattaforme digitali come YouTube e Spotify. Lo stesso Moore, come raccontato da Bloomberg, ha aperto nel 2019 un podcast intitolato “Tmsoft’s White Noise Sleep Sounds” che oggi registra circa 50mila ascolti al giorno. Moore ha deciso di mettere la pubblicità esclusivamente prima dell’inizio della traccia (pre-roll), per non interrompere la fruizione del rumore bianco, ma ciononostante il suo podcast frutta 612,50 dollari al giorno, per un totale di 18.375 dollari al mese. Un podcast simile, fondato da Brandon Reed nel 2019, non presenta invece alcuna inserzione pubblicitaria e, grazie anche all’algoritmo di Spotify, ha avuto molto successo. Reed ha detto a Bloomberg che «sarebbe imbarazzante dire quanti soldi potrei fare» se aggiungesse le pubblicità agli episodi del podcast.

L’ascolto di rumore bianco è diffuso anche su YouTube, dove molti canali si sono specializzati nella pubblicazione di lunghi video o trasmissioni in diretta di rumore bianco o altri suoni ritenuti rilassanti. Uno degli esempi di maggiore successo è «White Noise Black Screen | Sleep, Study, Focus | 10 Hours», una traccia di rumore bianco della durata di dieci ore accompagnata da una schermata completamente nera.

 

Negli adulti, questo tipo di rumore potrebbe avere un effetto benefico perché isola dai rumori circostanti – aiutando lo studio e il riposo – e crea una routine serale in grado di conciliare il sonno. Non esistono però prove scientifiche che sostengano questa ipotesi, come ha sottolineato uno studio del 2021 realizzato dalla University of Pennsylvania School of Medicine, secondo cui «le prove al riguardo sono inconcludenti e di scarsa qualità». Uno degli autori dello studio, il professore Mathias Basner, ha spiegato al Guardian che «se queste app e dispositivi facessero solo del bene, non mi importerebbe granché. Ma siccome potrebbero avere conseguenze negative, starei attento».

In particolare, Basner critica l’uso continuo notturno del rumore bianco perché non permetterebbe al cervello, in particolare al sistema uditivo, di «spegnersi» nel corso della notte. «Quando siamo esposti a rumori e suoni, l’orecchio interno lo traduce in segnali nervosi che vengono interpretati dal cervello». Un processo attivo con cui si generano metaboliti (il prodotto del processo del metabolismo), «alcuni dei quali possono essere dannosi per l’orecchio interno».

Nonostante questi dubbi, il rumore bianco è oggi riconducibile a un più ampio filone di contenuti audio-video pensati per lo studio e il relax, che oltre ai suoni rilassanti comprende anche dei generi musicali, alcuni vecchi di decenni e altri più recenti. Una sorta di anello di collegamento tra il rumore bianco e la musica vera e propria che alcuni utilizzano per gli stessi scopi è quella pensata per l’«apprendimento rapido», che utilizza onde gamma, ovvero «onde cerebrali specifiche che si ritiene contribuiscano alla percezione cosciente».

Da tempo si segnala anche una riscoperta legata al sottofondo per lo studio e il lavoro della musica ambient, che fu resa popolare alla fine degli anni Settanta dal celebre musicista britannico Brian Eno e che da allora è stata esplorata da alcuni dei più apprezzati produttori e dj di musica elettronica.

Oggi su YouTube esistono video di ore e ore di musica che poco hanno a che fare con la musica d’avanguardia introdotta da Eno nel 1978 con Ambient 1: Music for Airports, un disco composto da tracce eteree e minimali, che vennero in mente al compositore quando, costretto a letto dopo un incidente stradale, si ritrovò ad ascoltare un disco: «La musica era troppo bassa ma non potevo muovermi e alzare il volume (…). Stava piovendo, all’inizio ero frustrato ma poi ho cominciato ad ascoltare la pioggia e le note dell’arpa che si sentivano appena». Quel giorno ebbe l’idea di «realizzare musica che non si imponesse» su chi la ascoltava.

Senza lo stesso spirito di ricerca artistica e concettuale, oggi molti dj caricano sulle piattaforme composizioni di musica d’ambiente dozzinali e sbrigative confidando che piaceranno comunque a chi cerca genericamente un tappeto sonoro lungo diverse ore da usare come sottofondo per lo studio o il lavoro. Il risultato è che su Spotify esistono molte tracce con milioni di ascolti realizzate e caricate da persone che di fatto non hanno una vera presenza online, talmente banali e povere dal punto di vista musicale che secondo il giornalista di Pitchfork Andy Cush «sembrano quasi un insulto per quanto rifiutano di fare qualcosa di interessante».

È di fatto lo stesso tipo di domanda che ha favorito l’affermazione recente della musica Lo-Fi, che ha avuto un successo crescente con l’avvento della pandemia da coronavirus, che ha costretto milioni di persone a lavorare e studiare da casa. In origine, il termine indicava un genere musicale caratterizzato da suoni dalla scarsa qualità audio, casalinghi e artigianali, ma col passare degli anni si è sovrapposto ad altri termini – come “downtempo” o “chillwave” – che indicano più in generale musica elettronica e hip hop dai ritmi lenti e rilassanti, e dalle melodie gradevoli e ripetitive.

«ChilledCow», uno dei primi canali YouTube a trasmettere in diretta queste compilation di Lo-Fi, usa da tempo un avatar particolare, il disegno di una ragazza intenta a studiare sui libri ispirato a una scena di I sospiri del mio cuore, cartone animato prodotto dallo Studio Ghibli e scritto da Hayao Miyazaki. Da allora l’immagine del canale si è diffusa in molti altri account, diventando un’icona: la «Lo-Fi Girl», sinonimo di un tipo di musica diffuso anche su Spotify, dove playlist come «lofi beats» contano più di 4,6 milioni di iscritti.

Secondo Cush, «in un’era di incertezza costante e malessere travolgente, l’imperativo new age di rallentare e riconciliarsi con sé stessi è entrato a far parte profondamente della cultura mainstream». In un’era piena di impulsi e aggiornamenti continui, dice insomma Cush, si avverte di più la necessità di isolarsi, per ridurre l’ansia e aiutare la concentrazione.

La maggiore uniformità compositiva e l’assenza di sperimentazioni hanno trasformato un certo tipo di musica ambient in un servizio, una versione più melodica del rumore bianco, con cui condivide la capacità di non imporsi sul pubblico e di accompagnare bene, per alcuni anche facilitando, l’esecuzione di un lavoro di concentrazione o lo studio. Questo meccanismo ha trasformato un pezzo rilevante della produzione musicale di questo tipo in una forma di contenuto pensata per assolvere a una funzione precisa, legata al miglioramento della produttività, e che è possibile diffondere facilmente al di là dei meriti musicali grazie alle grandi possibilità di amplificazione garantite dagli algoritmi delle piattaforme.