I gelati sono più piccoli e costano di più

Dal Maxibon al Magnum, è un caso particolarmente visibile di “shrinkflation”

Diversi gelati confezionati entrati nell’immaginario collettivo italiano pesano un po’ di meno e costano significativamente di più rispetto a qualche anno fa. Dal Maxibon alla Coppa del Nonno, le confezioni hanno perso qualche grammo, nonostante negli ultimi cinque anni il loro costo al supermercato sia aumentato in media del 40 per cento, stando ai dati Istat.

Come accaduto ad altri generi alimentari, anche i gelati sono diventati oggetto della cosiddetta shrinkflation (dall’unione delle parole inglesi shrink, cioè “ridurre”, e inflation, “inflazione”), una pratica con cui le aziende riducono la quantità di prodotto mantenendo invariato o aumentando leggermente il prezzo, così da compensare l’aumento dei costi senza rendere troppo evidente il rincaro agli acquirenti.

Una recente analisi pubblicata da Altroconsumo ha dimostrato per esempio che tre gelati molto famosi, il Magnum prodotto da Algida e la Coppa del Nonno e il Maxibon prodotti da Motta, hanno subito nel tempo una riduzione della quantità contenuta nelle confezioni, a fronte di prezzi aumentati.

Dal 2021 a oggi il peso del Magnum è diminuito da 79 a 75 grammi, e per acquistarlo spendiamo il 26 per cento in più rispetto a cinque anni fa. La Coppa del Nonno, prodotta da Motta, è invece passata da 72 a 65 grammi, con un rincaro del 25 per cento. Per il Maxibon, sceso da 102 a 96 grammi, il prezzo è invece cresciuto addirittura del 43 per cento.

L’aumento diventa ancora più marcato se si guarda al prezzo al chilo, un dato che permette di confrontare i prodotti a parità di quantità. Rispetto al 2021, infatti, il prezzo al chilo del Maxibon è salito del 53 per cento, seguito dalla Coppa del Nonno (+38 per cento) e dal Magnum Classic (+32 per cento). Nello stesso periodo i prezzi sono saliti mediamente per l’inflazione del 21 per cento.

Le aziende usano la shrinkflation da sempre, ma negli ultimi sei anni la sua applicazione ai gelati è diventata più evidente a causa della scarsità di materie prime dopo la pandemia, dell’aumento dei costi energetici dovuto alla guerra in Ucraina e del recente rincaro dei prezzi di alcuni degli ingredienti fondamentali per la loro preparazione, come zucchero, latte e cioccolato.

La shrinkflation sfrutta alcuni meccanismi della psicologia dei consumatori e delle loro abitudini d’acquisto. Quando compriamo qualcosa al supermercato tendiamo a notare immediatamente un aumento di prezzo, ma non a controllare il peso dei prodotti che acquistiamo. Ridurre anche solo di qualche grammo il contenuto di ogni confezione può tradursi in un risparmio significativo per il produttore, perché consente di utilizzare meno materie prime e di abbassare il costo unitario di milioni di pezzi venduti.

È una strategia particolarmente detestata dalle associazioni che si occupano di tutela dei consumatori, che ogni anno pubblicano rapporti, articoli e approfondimenti per richiamare l’attenzione su queste pratiche e sui loro effetti per chi acquista.

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Giuseppe Voto, analista di Altroconsumo, spiega che in alcuni casi la riduzione del peso dei prodotti potrebbe essere legata a motivazioni diverse e più «virtuose», come la volontà di ridurne il contenuto calorico o la quantità di grassi.

Secondo Voto però nei casi indagati da Altroconsumo non sembra esserci stata una motivazione del genere: le calorie per porzione sono infatti rimaste invariate o sono diminuite solo leggermente, mentre i grassi totali e quelli saturi risultano praticamente identici (o inferiori di pochissimo) a quelli del 2021.

Secondo uno studio di Federconsumatori, dal 2022 a oggi la categoria dei gelati a stecco ha subito una riduzione media del 16,67 per cento del volume delle confezioni: si è passati da circa 120 a 100 millilitri di prodotto. Nello stesso periodo il prezzo medio è aumentato del 14 per cento.

Per i gelati in cono la riduzione è stata più contenuta: il volume delle confezioni è diminuito dell’8 per cento, mentre il prezzo è cresciuto del 15 per cento. I ghiaccioli, invece, hanno perso l’8,57 per cento della quantità di prodotto, ma il prezzo medio è rimasto invariato.

Va precisato che le due analisi prendono in considerazione contesti diversi: Altroconsumo ha analizzato i gelati confezionati venduti nei supermercati, mentre Federconsumatori ha considerato prezzi e quantità dei gelati confezionati venduti singolarmente.

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Ci sono poi molti altri gelati che non hanno cambiato formato, ma il cui prezzo è aumentato considerevolmente. È il caso, per esempio, di Nuii: la confezione è rimasta da 265 grammi, ma dal 2021 a oggi il prezzo al chilo è aumentato del 75 per cento. Nello stesso periodo, il prezzo al chilo di una confezione di gelati Algida da 450 grammi è cresciuto del 59 per cento, mentre quello dei Cinque Stelle Sammontana, nello stesso formato, è aumentato del 43 per cento.

Un ulteriore elemento di confusione sono i diversi formati dello stesso prodotto, che possono rendere meno immediato il confronto tra i prezzi. Nel caso del Cornetto Algida, per esempio, esistono confezioni da 6 cornetti da 75 grammi ciascuno e confezioni da 8 cornetti da 60 grammi ciascuno. Nonostante quella da 8 possa sembrare più conveniente perché contiene più pezzi, in realtà ha un prezzo al chilo più alto: circa 14,50 euro contro i 13,32 euro della confezione da 6.

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