(Revenant- Redivivo)
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  • martedì 14 Dicembre 2021

La noia per gli attori che prendono troppo sul serio i loro ruoli

L'approccio alla recitazione che rese grandi De Niro e molti altri inizia a essere visto con un po' di scetticismo, per i suoi eccessi

(Revenant- Redivivo)

«Quasi ogni tipo di recitazione che vediamo, su un palco o uno schermo, è una reiterazione dei principi di Konstantin Stanislavski, oppure una reazione contro di essi» scrisse nel 2009 il critico Michael Billington. Ancora adesso, a più di dieci anni da quella frase e a più di un secolo da quando quei principi furono elaborati, spesso è così. C’è infatti una forte contrapposizione tra chi pensa che recitare sia un lavoro come gli altri, che si inizia e si finisce ogni giorno, e chi lo intende come un’esperienza più totalizzante, immersiva ed estrema, che richiede devozione e talvolta addirittura sofferenza.

In un articolo del Guardian, la giornalista Hadley Freeman sostiene che di recente questo secondo approccio sia diventato troppo prevalente, al limite del ridicolo in certi casi, scrivendo che fortunatamente ora qualcuno comincia a dire che “il re è nudo”, descrivendo questa filosofia «per quello che è: pretenziosa, insensata, ostentata e narcisistica».

L’approccio con cui ce l’ha Freeman è quello del method acting, che vuol dire molte cose e comprende varie sfumature. Nell’accezione con cui lo intendono molti, il method acting è un metodo recitativo di immedesimazione estrema, che chiede ad attori e attrici di entrare nei personaggi che interpretano prendendone l’accento, il gergo, i modi e per quanto possibile i pensieri; e di uscire il meno possibile da quei personaggi.

Il method acting è in realtà più complesso di così. Stanislavski, un attore e regista russo nato nel 1863 e fondatore del Teatro d’arte di Mosca, elaborò una sua prima forma (il metodo Stanislavski) a inizio Novecento. Dalla Russia il metodo arrivò in Europa e poi a New York, dove fu accolto e sviluppato da alcuni insegnanti di recitazione dell’Actors Studio, che era stato fondato nel 1947 dall’attore e regista Elia Kazan. Le modifiche di maggior successo furono quelle apportate da Lee Strasberg, un insegnante di recitazione che diresse l’Actors Studio dal 1951 fino agli anni Ottanta.

Semplificando le caratteristiche di un metodo che è cambiato nel tempo e su cui sono stati scritti numerosi saggi, l’idea di Stanislavski era che un attore dovesse ricercare dentro di sé, nei suoi ricordi o nella sua fantasia, esperienze che gli permettessero di rivivere in prima persona quelle del personaggio.

Nella sua personale elaborazione e stratificazione di quel metodo, Strasberg accentuò poi la necessità di diventare quanto più possibile il proprio personaggio, reale o di finzione che fosse, e di immergersi a fondo nella sua vita. Questo perché, secondo questo approccio, solo rivivendo certe esperienze o calandosi in certe realtà le si può capire davvero. E capirle è imprescindibile per poterle rappresentare fedelmente.

L’immedesimazione è l’aspetto più noto e tramandato del method acting. Qualche mese fa GQ celebrò così Robert De Niro: «portò il method acting a livelli estremi. Per Taxi Driver divenne davvero un tassista, per il Padrino – Parte II imparò l’italiano e visse in Sicilia, per diventare Jake LaMotta in Toro Scatenato ingrassò di quasi trenta chili, per L’assoluzione studiò latino e per New York, New York imparò a suonare il sassofono».

Più di recente, il method acting è stato adottato da Heath Ledger e Jared Leto, quando interpretarono il personaggio di Joker con riscontri di critica molto diversi: Ledger vinse l’Oscar, Leto fu perlopiù preso in giro. E anche Leonardo DiCaprio raccontò di aver fatto di tutto per calarsi nel suo personaggio in Revenant – Redivivo: per esempio mangiò – lui che è vegano – carne cruda di bisonte, si immerse in fiumi gelati e si infilò nella carcassa di un animale. «Potrei nominare trenta o quaranta scene che sono state tra le più difficili che mi sia mai capitato di girare», disse durante la promozione del film, per il quale vinse il suo primo e finora unico Oscar.

Daniel Day-Lewis, Joaquin Phoenix, Shia LaBeouf, Adrien Brody e Christian Bale, noto per i molti chili che gli è capitato di perdere o guadagnare nella sua carriera, sono altri celebri esponenti recenti di questa filosofia. Prima di loro c’erano stati Marlon Brando, Montgomery Clift, James Dean, De Niro, Al Pacino e Dustin Hoffman, del quale si dice che fosse insopportabile fino a quasi diventare molesto sul set di Kramer contro Kramer.

Tra le attrici, si dice che Nicole Kidman non sia mai uscita dal personaggio per tutta la durata delle riprese di Nine Perfect Strangers, che Lady Gaga abbia parlato per mesi inglese con accento (secondo lei) italiano in vista di House of Gucci e che sul set di The Iron Lady Meryl Streep parlasse come se fosse Margaret Thatcher. Sul Guardian, Freeman ha scritto che secondo lei le attrici che adottano il method acting sono però di meno, perché «certi atteggiamenti estremi», specie quelli sui set, «sono molto meno tollerati se a farli sono le donne».

Sta di fatto che, come ha scritto Freeman, «per decenni la sensazione generale era che più metodo c’era, meglio era». Un po’ come succede per le grandi trasformazioni estetiche e le ore di trucco necessarie per diventare un certo personaggio, anche l’adozione particolarmente zelante e magari sofferta del method acting era spesso usata per promuovere il film, celebrando i grandi sforzi degli attori per interpretare un ruolo. Spesso, inoltre, un lavoro di questo tipo da parte di attori o attrici finiva con l’essere premiato per l’Oscar, come riconoscimento per lo sforzo preliminare anche più che per il risultato finale.

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Secondo Freeman, il problema è però che tolti alcuni casi di attori o attrici di grande fama, che hanno modo e tempo di immedesimarsi davvero nei loro personaggi, e che sanno farlo in un modo che poi rende effettivamente migliore la loro recitazione, in molti altri casi il method acting è, oltre che una mera trovata promozionale, solo un modo di atteggiarsi e darsi delle arie. Un tentativo di alcuni attori di presentare la loro professione come disciplina quasi mistica, che richiede massima dedizione. «Perché» chiede Freeman «non esistono il method writing o il method interior design? Se durante la stesura del romanzo uno scrittore vivesse come i suoi personaggi, non penseremmo che è pazzo?».

Di recente il New Yorker ha pubblicato un lungo profilo di Jeremy Strong, l’attore che interpreta il personaggio di Kendall Roy nella apprezzata e commentata serie tv Succession di HBO. Strong ha già vinto un premio Emmy per quel ruolo, tra i più riusciti, sfaccettati e meglio interpretati della serie – una serie zeppa di personaggi riusciti, sfaccettati e bene interpretati. Ma esce un po’ ridicolizzato dal pezzo del New Yorker, che descrive il suo approccio alla recitazione come eccessivamente intenso e serioso, al punto da non riconoscere gli evidenti tratti comici della serie concentrandosi unicamente su quelli “shakespeariani”. È una questione «di vita o di morte», dice Strong nell’intervista.

Strong è apparentemente un esempio di attore che segue il method acting e diventa un problema per gli altri membri del cast e della troupe presenti sul set. Kieran Culkin, che interpreta suo fratello in Succession, ha detto: «magari fa bene a lui, ma di certo non fa bene a me». Perfino Brian Cox, un grande attore di cinema, tv e teatro shakespeariano, che nella serie interpreta con straordinario carisma il patriarca tirannico, ha detto di essere «preoccupato per quello che si infligge, per le crisi che si costringe ad affrontare per prepararsi».

Freeman ammette che Strong potrebbe essere vittima di pregiudizi, perché non è né famoso né attraente come per esempio De Niro, e quindi le sue eccentricità e il suo prendersi così sul serio sono probabilmente poco tollerati anche per questo. Oppure, dice, lo scetticismo verso questo approccio dipende dal fatto che gli attori continuano a essere percepiti da qualcuno come esecutori delle indicazioni altrui, più che come artisti autonomi. E dal fatto che, per abitudine e interesse verso il gossip sulle celebrità, siamo forse troppo sensibili a come si comportano nella vita privata e a come sia lavorare con loro: quando dovrebbe interessarci più che altro il risultato finale.

Nel caso di Strong, in ogni caso, secondo Freeman non si tratta di una posa o di ego, ma di un atteggiamento che sembra davvero sincero e rivolto a diventare un attore migliore. «Il suo errore principale probabilmente è essere stato così intenso in una serie corale, disturbando gli altri attori».

Il New Yorker sostiene comunque che più che il method acting – «un termine decisamente abusato, che nel suo senso classico riguarda il ripescare dentro sé emozioni da proiettare sul personaggio» – il problema è la sua estremizzazione. Un’estremizzazione che riguarda soprattutto certi famosi attori di Hollywood, affetti da quella che Cox ha definito «una malattia prettamente statunitense».

La posizione di chi difende il method acting è semplice: se fatto bene, e da chi lo sa fare, funziona, e anche benissimo. Inoltre, specie ora che molto di ciò che si vede nel cinema è spesso irreale o quantomeno digitale, il method acting porta realismo e verità, visto che è sempre e comunque meglio se a suonare un pianoforte è un attore che sa suonare un pianoforte, o se a giocare a scacchi è un’attrice che sa cos’è un arrocco.

Ma recitare è essenzialmente fingere di essere qualcun altro, e non essere o diventare davvero quel qualcuno. Non sempre ci si può o ci si deve immergere in alcuni personaggi, ed esistono tantissimi esempi di attori e attrici che hanno fatto grandi prove di recitazione anche senza alcun metodo, interpretando i propri personaggi solo a cineprese accese.

C’è a questo proposito un aneddoto molto citato, secondo cui sul set del Maratoneta, sul quale Dustin Hoffman si presentava senza aver dormito per essere esausto come il suo personaggio, l’attore Laurence Olivier gli si avvicinò e gli chiese: «Ragazzo, ma perché non reciti e basta?».

È però uno di quegli aneddoti con postilla: Hoffman raccontò in seguito che arrivava sì sul set senza aver dormito, ma solo perché passava le notti a divertirsi.

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