Il Museo del futuro di Dubai, con la città sullo sfondo (AP Photo/Jon Gambrell)
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  • giovedì 2 Dicembre 2021

Gli Emirati Arabi Uniti hanno 50 anni

E sono una potenza mondiale evoluta grazie al petrolio, molto armata e coinvolta in varie crisi del Medio Oriente

Il Museo del futuro di Dubai, con la città sullo sfondo (AP Photo/Jon Gambrell)

Cinquant’anni fa si costituirono quelli che oggi chiamiamo Emirati Arabi Uniti, che il 2 dicembre del 1971 dichiararono la propria indipendenza dal Regno Unito, e posero fine a una lunga dominazione coloniale. Frutto dell’unione di sette emirati, gli Emirati Arabi hanno una storia fatta di pirati, commerci e dominazioni straniere. Oggi sono una potenza mondiale: le loro città, come Abu Dhabi e Dubai, sono considerate una meraviglia architettonica, ma il loro ruolo nel mondo è spesso ritenuto controverso.

Negli ultimi decenni, gli Emirati Arabi Uniti hanno fatto enormi progressi dal punto di vista economico, come vari altri paesi esportatori di petrolio della regione: sono diventati un centro molto importante per la finanza globale, una meta turistica di un certo rilievo e hanno acquisito prestigio e influenza internazionali. D’altro canto, sono un paese autoritario coinvolto in moltissime crisi del Medio Oriente, che in più di un’occasione ha ostacolato tentativi di transizione democratica e sostenuto regimi autoritari amici.

Gli Emirati Arabi Uniti sono una federazione di sette emirati – Ajman, Fujaira, Ras al-Khaima, Sharja, Umm al-Qaywayni e i due più importanti, Abu Dhabi e Dubai – che si trovano tra l’Arabia Saudita e l’Oman, nella Penisola Araba. In tutto sono grandi poco più di un quarto dell’Italia e sono il 14esimo paese al mondo per PIL pro capite (l’Italia è 44esima).

Il cinquantesimo anniversario è diventato per il governo un’occasione di propaganda dei successi di questa piccola, ricca e potente federazione. Per i cinquant’anni degli Emirati Arabi Uniti il governo ha creato un sito apposito che, tra le altre cose, contiene un video intitolato “Lettere al futuro”, che celebra appunto i progressi del paese.

Per come li conosciamo, gli Emirati Arabi Uniti esistono dal 2 dicembre del 1971, quando dichiararono la propria indipendenza dal Regno Unito, che li controllava dal 1820. Prima di chiamarsi così, gli Emirati Arabi Uniti si chiamavano anche “Costa dei pirati” a causa dell’intensa attività piratesca dell’area. Prima ancora degli inglesi, a dominare gli Emirati Arabi Uniti furono olandesi e portoghesi.

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Gli Emirati Arabi Uniti sono organizzati in un sistema federale di monarchie assolute ed ereditarie. L’autorità massima è il Consiglio supremo dei sovrani, formato dai sette emiri, ma ogni emirato ha un suo governo con una buona autonomia politica ed economica. Convenzionalmente l’emiro di Abu Dhabi è il presidente degli Emirati Arabi Uniti – adesso è Khalifa bin Zayed Al Nahyan – e l’emiro di Dubai è il primo ministro, carica al momento ricoperta da Mohammed bin Rashid al Maktoum (quello accusato del rapimento di sua figlia).

C’è poi un Consiglio federale nazionale, una specie di Parlamento, composto da 40 membri, 20 eletti direttamente dagli emiri e 20 dai cittadini che hanno diritto di voto (circa il 12 per cento della popolazione totale). Abu Dhabi, che ha circa 600mila abitanti (più o meno quanto Palermo) è la capitale federale. La religione ufficiale è l’Islam e la libertà di culto è limitata.

L’enorme progresso economico di questo paese non è andato di pari passo con quello sociale e politico: anche se tra i paesi arabi gli Emirati Arabi Uniti sono considerati uno dei più liberali, in alcuni aspetti della vita sociale vige un’interpretazione stretta della sharia, è ancora in vigore la pena di morte e alcune limitate riforme negli ultimi anni sono state fatte prevalentemente per motivi economici (per attirare più lavoratori stranieri, che negli Emirati Arabi Uniti sono una parte fondamentale della manodopera). Secondo Amnesty International, le violazioni dei diritti umani negli Emirati sono ancora diffuse, e comprendono detenzioni arbitrarie e repressione dei diritti delle donne e d’espressione.

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Nell’area il petrolio fu trovato negli anni Sessanta, e cambiò radicalmente e rapidamente la condizione dei futuri Emirati Arabi Uniti. Prima della scoperta del petrolio i sette emirati erano paesi poveri e divisi dai conflitti tribali. Il sospetto che la zona fosse ricca di petrolio c’era, ma ci volle un po’ per avviare le esplorazioni. La prima fu effettuata dal noto esploratore e regista francese Jacques Cousteau.

Das Island, un’isola degli Emirati che era sempre stata arida, solitaria e abitata solo da uccelli, scorpioni e tartarughe, si trasformò per esempio nell’avamposto dell’industria petrolifera che è oggi, su cui si alternano circa 6mila lavoratori alla volta e che appare come un groviglio di tubi, sifoni e container. Ben presto cominciarono le esportazioni, e nel 1971, anno in cui gli Emirati Arabi Uniti dichiararono la propria indipendenza, fu fondata la Abu Dhabi National Oil Company, l’azienda statale petrolifera ancora attiva.

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L’arricchimento fu enorme e la crescita dell’economia nazionale velocissima: oggi tutto questo si riflette nell’impressionante sviluppo urbano e architettonico di città come Dubai, in cui si trovano il grattacielo più alto del mondo (828 metri, circa due volte e mezzo la torre Eiffel, e 163 piani), spiagge artificiali e vari progetti futuristici.

Dubai (AP Photo/Jon Gambrell)

L’aspetto forse più interessante degli Emirati Arabi Uniti riguarda la loro politica estera. Soprattutto nell’ultimo decennio, il governo degli Emirati è diventato via via più interventista, fino ad assumere una grande influenza in tutta la regione. Ma quest’influenza molto spesso è stata usata per preservare lo status quo nella regione e favorire le forze amiche degli emiratini, anche se questo ha significato sostenere regimi autoritari e armare noti dittatori.

Da sempre alleati degli Stati Uniti, gli Emirati Arabi Uniti si presentano come un bastione di stabilità nel Medio Oriente, ma sono in realtà una piccola e potente nazione molto armata – che l’ex segretario alla Difesa americano, James Mattis, chiamò “piccola Sparta” – che, secondo diversi pareri, ha in più occasioni contribuito a favorire la violenza e la repressione in diversi contesti, pur di mantenere lo status quo e non danneggiare i propri interessi e la propria enorme ricchezza.

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Gli Emirati Arabi Uniti hanno promosso l’ascesa di leader autoritari, ostacolando la transizione democratica dei paesi che la cercavano. È successo in Egitto, dove gli Emirati hanno sostenuto il colpo di stato del 2013 che portò alla deposizione del presidente Mohamed Morsi – eletto democraticamente dopo la caduta di Hosni Mubarak, che aveva governato l’Egitto per trent’anni in modo autoritario – e all’insediamento del regime di Abdel Fattah al Sisi.

Gli Emirati Arabi Uniti negli ultimi tempi si sono avvicinati al regime siriano di Bashar al Assad, mentre nella guerra civile in Libia hanno appoggiato il maresciallo Khalifa Haftar, uno degli uomini più potenti del paese, a capo delle milizie legate al governo della Libia orientale e contro il governo voluto dall’ONU: gli Emirati Arabi Uniti lo hanno rifornito di armi, violando gli embarghi internazionali, per ostacolare l’influenza della Turchia nell’area.

Più di recente, dopo la conquista dell’Afghanistan da parte dei talebani, gli Emirati sono stati una delle potenze mondiali più aperte al nuovo regime, con cui hanno mantenuto un canale di comunicazione continuo – che sotto molti punti di vista è stato utile ai paesi occidentali, che hanno usato gli emiratini come tramite diplomatico.

La politica estera emiratina, hanno scritto gli analisti Daniel Wagner e Giorgio Cafiero, è sostanzialmente guidata dalla volontà di preservare lo status quo a proprio vantaggio.

I rapporti con gli Stati Uniti, che si erano deteriorati durante la presidenza di Barack Obama, migliorarono dopo l’elezione di Donald Trump, che ad agosto del 2020 favorì la normalizzazione, cioè l’inizio delle relazioni diplomatiche, dei rapporti tra Emirati Arabi Uniti e Israele.

Gli Emirati Arabi Uniti divennero così il terzo paese arabo, dopo Egitto e Giordania, a riconoscere Israele. Fu un vantaggio per gli Emirati Arabi Uniti, che cominciarono a beneficiare della collaborazione con Israele, ricco e avanzato sotto il profilo economico, tecnologico e della sicurezza, e che da tempo stanno cercando di presentarsi agli occhi dell’Occidente come un paese indispensabile per risolvere le crisi mediorientali e più tollerante rispetto ad altri stati arabi del Golfo, nonostante l’autoritarismo del suo regime.

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