(Evan-Amos, Wikimedia)
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Fallimenti da museo

Oggetti o servizi nati da idee sciagurate, troppo ambiziose oppure semplicemente premature, raccolti dal “Museum of Failure”

(Evan-Amos, Wikimedia)

Il Museum of Failure è un museo, itinerante e online, che esiste dal 2017 e che celebra i fallimenti. Soprattutto quelli tecnologici degli ultimi decenni, ma anche di altro tipo. Ci sono fallimenti che hanno avuto gravi conseguenze sulle vite di molte persone e altri più buffi, che fanno sorridere ma che comunque hanno fatto perdere soldi a qualche azienda e forse il lavoro a qualche dirigente. Ogni reperto contenuto nella collezione, però, serve dichiaratamente a ricordare che «l’innovazione ha bisogno di fallimenti».

I fallimenti raccolti sono di tipo diverso: alcuni non hanno scusanti, ad altri sarebbe bastato pochissimo per diventare successi memorabili. Alcuni derivano da un’idea giusta arrivata però troppo presto, altri sono legati allo sviluppo di un prodotto ottimo basato su una tecnologia improvvisamente diventata obsoleta. Altri ancora prima di diventare fallimenti furono grandi successi: come Blockbuster (soppiantata da Netflix, che peraltro farà una serie comica sull’ultimo Blockbuster d’America) o il Segway (poiché, spiega il museo, «è un fallimento ogni deviazione dal risultato atteso e desiderato»). Di tutti si può discutere (il videogioco No Man’s Sky è davvero un fallimento?) e da tutti si può prendere qualche spunto e imparare qualche lezione.

Il monosci
Negli anni Ottanta il monosci (un grande sci in cui si stava rivolti verso valle con un piede accanto all’altro, come sugli sci) sembrava poter avere il suo momento. Poi però la gente che voleva una novità preferì lo snowboard, e la gente che voleva degli sci preferì quelli tradizionali.

L’Arch Deluxe di McDonald’s
Negli anni Novanta McDonald’s temeva di essere percepita come una catena che faceva perlopiù hamburger e patatine per bambini, e quindi per famiglie. Spese quindi circa 300 milioni di dollari in analisi e ricerche per sviluppare un nuovo hamburger per adulti. Pensò di averlo trovato e organizzò un’imponente campagna pubblicitaria per presentarlo ai consumatori. Ai quali però non piacque per niente. Fu ritirato dal mercato nel 1997 e rimane «uno dei più costosi fallimenti del settore dei fast food».

Il Power Glove
Nel 1989 l’azienda giapponese Nintendo lanciò sul mercato un guanto che faceva anche da controller per il NES: il Nintendo Entertainment System, una sua console per videogiochi. All’inizio piacque e in meno di due mesi ne furono venduti oltre 500mila. Come capita spesso quando si fa una cosa prima degli altri, il guanto era però macchinoso, ingombrante e impreciso: ricorda insomma quello del supercattivo di Marvel Thanos nelle proporzioni, ma non nell’efficacia. La Nintendo comunque poi seppe rifarsi, tra le altre cose con la Wii, che secondo il Museum of Failure è «una diretta discendente del guanto».

Juicero
Era il nome di una pressa che spremeva a freddo appositi sacchetti contenenti frutta già pulita e tagliata, per fare succhi di frutta senza seccature. Costava diverse centinaia di dollari (prima 700, poi 400) e poteva connettersi a internet, ma fu un fallimento. Non aiutò il prezzo, e non aiutò nemmeno il fatto che ci si accorse che quei sacchetti li si poteva anche spremere a mano, cosa che rendeva Juicero totalmente inutile.

– Leggi anche: Lo spremifrutta hi-tech che non serve a niente

Rejuvenique
Fu una maschera di bellezza elettrica, introdotta nel 1999 e che stando alle istruzioni «andava messa per sessioni da 15 minuti, tre o quattro volte a settimana». Le immagini di chi ebbe l’ardire di indossarla fanno pensare ai film dell’orrore o a qualche futuro scenario distopico. Qualche coraggioso che se la mise in faccia scrisse: «è come avere migliaia di formiche che ti mordono la faccia». Pare inoltre che lo strumento presentasse diversi problemi di sicurezza.

Microsoft Zune
Era un dispositivo portatile che permetteva di ascoltare la radio, riprodurre musica e guardare video. Aveva 30 Giga di memoria ed era di una grande azienda tecnologica che senz’altro sapeva il fatto suo. Ma arrivò nel 2006, in netto ritardo rispetto all’iPod, e nonostante offrisse qualcosa in più piacque molto meno. Alla Apple del resto era andata malissimo con Pippin, la sua console per videogiochi commercializzata nel 1995 e ritirata nel 1997.

Il dentifricio Bofors
A fine anni Sessanta l’azienda danese Bofors pensò di fare un dentifricio per diversificare le sue attività. Andò malissimo e nel 1971 il dentifricio fu tolto dal mercato, per due motivi principali: il primo era che si sparse la voce che contenesse microplastiche nocive, il secondo era la diffidenza dovuta al fatto che la principale attività di Bofors era – ed è tuttora – la produzione di armi.

Shared Girlfriend
Nel 2016, quando un po’ tutto sembrava poter diventare “sharing economy” e spuntavano come funghi app e servizi per la condivisione di oggetti e prodotti, un’azienda cinese pensò che potesse essere una buona idea offrire bambole gonfiabili a noleggio per qualche decina di euro al giorno. Si ordinavano online o via app ed erano consegnate – e l’indomani ritirate – a domicilio. «Sorprendentemente» ha scritto il Museum of Failure «il servizio fu sospeso dopo soli quattro giorni».

Il Ketchup colorato di Heinz
Tra il 2000 e il 2006 Heinz pensò di mettere sul mercato variopinte versioni di ketchup: verde, viola e blu, tra le altre, in contenitori a loro volta coloratissimi. «Quegli oltraggiosi colori» ha scritto il Museum of Failure «presupponevano fiumi di coloranti e sofisticata ingegneria alimentare». All’inizio sembrarono poter funzionare, poi la gente se ne annoiò.

Boo.com
Un esempio tra i tantissimi possibili del periodo della bolla delle Dot-com, quando – tra la fine degli anni Novanta e i primi mesi del Duemila – molte aziende legate a internet furono sopravvalutate dagli analisti solo per il loro essere legate a internet. Boo.com aveva un’idea giusta: diventare un grande sito per la compravendita di capi d’abbigliamento, che si potevano visionare in vario modo online, tra l’altro con l’ausilio dell’assistente virtuale Ms. Boo. Il sito però era lento e complicato. Molto lento e molto complicato: un giornale svedese lo definì «una versione sfocata dell’inferno». Quando scoppiò la bolla delle Dot-com l’azienda perse in pochissimo 150 milioni di dollari.

– Leggi anche: La peggior campagna promozionale di sempre

Tra gli altri, girando virtualmente per il Museum of Failure si trovano: il preservativo spray, i Facebook Gifts, il LaserDisc, l’Apple Newton, l’additivo Olestra che voleva rendere dietetici cibi che non lo erano ma che causava crampi e diarrea, il gioco da tavola su Donald Trump, la Crystal Pepsi, la New Coke, una discutibilissima sedia massaggiante, i Google Glass, Google Wave, Theranos, Microsoft Bob (da cui derivò la graffetta Clippy), il vibratore We-Vibe, il Modo, il sito Pets.comgli “occhiali per la musica digitale” di Oakley e quelli magnetici di Nike, il CueCat (uno scanner che voleva diventare una sorta di nuovo mouse), i copridita per smartphone, il videogioco di Atari su E.T. («il peggior videogioco al mondo»), il sito di Amazon per prenotare gli alberghi (aperto e chiuso nel 2015 nel giro di sei mesi) e il Vasa, il vascello andato a picco pochi minuti dopo essere stato varato.