Paul McCartney, George Harrison, Ringo Starr e John Lennon in una foto di Linda McCartney (© 2020 Apple Corps Ltd. All Rights Reserved)
  • Cultura
  • giovedì 25 Novembre 2021

L’atteso e monumentale “The Beatles: Get Back”

Peter Jackson ha condensato in quasi otto ore di documentario un'enorme quantità di filmati mai visti: il risultato esce oggi

Paul McCartney, George Harrison, Ringo Starr e John Lennon in una foto di Linda McCartney (© 2020 Apple Corps Ltd. All Rights Reserved)

Da oggi su Disney+ è disponibile la prima delle tre parti di The Beatles: Get Back, un atteso documentario di Peter Jackson su quando – per la prima volta dopo oltre due anni e per l’ultima volta nella loro storia – i Beatles passarono diversi giorni tutti insieme per registrare le loro ultime canzoni. La seconda e la terza parte arriveranno il 26 e il 27 novembre, e insieme alla prima avranno una durata complessiva di quasi otto ore.

Annunciato nel 2019 e frutto di un lavoro iniziato due anni prima, The Beatles: Get Back è quasi interamente realizzato con materiali inediti restaurati ed è il risultato dello studio di quasi 60 ore di filmati mai visti e 150 ore di registrazioni audio mai ascoltate, la maggior parte delle quali sono rimaste conservate in un caveau per oltre mezzo secolo.

The Beatles: Get Back era atteso per questo, perché Jackson è sia un grandissimo regista sia un grandissimo appassionato dei Beatles, e perché il documentario mostra «per la prima volta in versione integrale» la loro storica ultima e leggendaria esibizione dal vivo sul tetto della Apple Records, a Londra. Ma anche perché racconta quelli che per diversi decenni sono stati considerati i momenti in cui si concretizzò lo scioglimento dei Beatles, la più grande e amata band di sempre, nonché uno dei più rilevanti fenomeni culturali del Novecento.

Più semplicemente, il documentario mostra ore e ore di John Lennon, Paul McCartney, George Harrison e Ringo Starr intenti a discutere, ridere, litigare, provare e suonare. In particolare le canzoni dei loro ultimi due dischi: Abbey Road e Let It Be, pubblicati nel settembre 1969 e nel maggio 1970. A giudicare dalle prime recensioni, l’attesa è stata ben riposta.

The Beatles: Get Back non è un documentario sulla storia dei Beatles, ed è quindi parecchio diverso dall’apprezzato Eight Days a Week – The Touring Years, diretto nel 2016 da Ron Howard. Gli inizi, l’Ed Sullivan Show, Amburgo, la decisione di non suonare più dal vivo, la morte del manager Brian Epstein e tutto il resto, dal Cavern Club di Liverpool fino a Yellow Submarine, sono archiviati in poco più di dieci minuti. Dopodiché il racconto rallenta e, partendo dal due gennaio 1969, racconta i giorni (la prima parte racconta i primi sette) in cui «di fronte a una scadenza temporale quasi impossibile» i Beatles tornarono insieme per le cosiddette “Get Back Sessions”.

Le “Get Back Sessions” furono sessioni di registrazione il cui obiettivo era scrivere e provare canzoni per un nuovo disco da registrare poi davanti a un pubblico dal vivo. Il progetto prevedeva anche uno speciale programma televisivo che, tra le altre cose, avrebbe mostrato immagini di quelle sessioni realizzate dal regista Michael Lindsay-Hogg.

I piani però cambiarono: lo special non si fece e con quelle riprese Lindsay-Hogg fece il documentario Let It Be, che uscì nel 1970, dopo il disco omonimo e dopo lo scioglimento dei Beatles. Il documentario diede a molti l’idea che quello scioglimento fosse ineluttabile e che le premesse ci fossero già tutte nelle “Get Back Sessions”.

Let It Be è però anche il motivo grazie a cui esiste quell’ultimo famosissimo concerto dei Beatles, e per cui ne esistono le immagini. Tra l’altro, si fece sul tetto della Apple Records ma prima si era pensato di farlo davanti alle piramidi di Giza.

– Leggi anche: L’ultimo leggendario concerto dei Beatles

Ripreso da nove cineprese, il concerto durò 42 minuti, e in The Beatles: Get Back si vedono tutti. Fu il 30 gennaio, e il 31 finirono le “Get Back Sessions”.

Nel 2017 Jackson fu contattato per fare The Beatles: Get Back tra i cui produttori ci sono, tra gli altri, Paul McCartney, Ringo Starr, Yoko Ono Lennon e Olivia Harrison. La Apple Corps, la compagnia che gestisce tutti gli interessi creativi e commerciali dei Beatles, gli aprì il suo caveau, sapendolo grandissimo appassionato e sapendo che stava lavorando a un altro imponente documentario realizzato con immagini di archivio: They Shall Not Grow Old – Per sempre giovani, sulla Prima guerra mondiale.

L’idea iniziale era di farci un film per il cinema. La pandemia però cambiò i programmi e il film è diventato una docuserie di quasi otto ore. Che anzitutto ha richiesto grande lavoro tecnologico per migliorare suoni e immagini di oltre mezzo secolo fa, e che poi ha comportato un notevolissimo lavoro di montaggio, tra l’altro perché Jackson ha scelto di non utilizzare quasi nessuna delle immagini già mostrate a suo tempo da Lindsay-Hogg (un documentario che a sua volta ha una storia che meriterebbe un documentario: tra immagini rubate, rovinate e clandestinamente circolate per anni).

Jackson ha parlato di The Beatles: Get Back come di un «documentario su un documentario» e ha detto: «è stata la pandemia a trasformare questo film di due ore e mezza in una serie di oltre sei ore», accorciando la durata effettiva della serie, fatta di 468 minuti, cioè 7 ore e 48 minuti. Ha detto Jackson:

«Nella storia dei Beatles, non credo che esistano tre settimane più prolifiche e creative di queste. Quindi, invece di essere un periodo di crisi deprimente che ha dato vita a registrazioni scadenti, è uno dei periodi di scrittura, prove e registrazioni più frenetici che i Beatles abbiano mai vissuto, ne sono sicuro.

Di solito questi ragazzi registravano un album in due, tre o quattro mesi. Nel corso di questi 22 giorni, scrissero e registrarono la maggior parte dell’album Let It Be. La maggior parte delle canzoni dell’album non è stata soltanto scritta ma anche registrata in questo periodo».

Ha anche spiegato perché gli piacevano le canzoni di quei quattro tizi di Liverpool: «la gente ama la musica dei Beatles, è contagiosa. Non riesci ad ascoltare una canzone dei Beatles senza sentirti felice».

Molti critici sembrano aver gradito il lavoro di Jackson: Hollywood Reporter ha scritto che «non c’è nemmeno una singola frase che menzioni il futuro scioglimento dei Beatles», che è un documentario «immersivo» in grado di «offrire un primissimo piano sull’alchimia del quartetto». Vanity Fair ha scritto che mostra i Beatles «come nessuno li vedrà o sentirà mai più e come nessuno di noi li ha mai visti» e che è interessante notare come «nessuno sembri più stupito dalla magia dei Beatles di quanto lo siano i Beatles stessi». Variety ha parlato di un documentario «epico, essenziale e appassionante»; il New York Times ha scritto che «sembra contenere moltitudini: la delizia, la tensione, le lotte e la meraviglia dei Beatles che, semplicemente, fanno un po’ di musica su un tetto».

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