Enrico Mattei (Archivio storico LaPresse)
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  • domenica 7 Novembre 2021

Mattei fu molto di più del capo dell’ENI

Ebbe tra le altre cose un ruolo importante nell'indipendenza dell'Algeria, dove è stato ricordato in una visita di stato di Mattarella

Enrico Mattei (Archivio storico LaPresse)

Da sabato il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, è in Algeria, nella prima visita di un capo di stato italiano nel paese negli ultimi 18 anni (l’ultimo fu Carlo Azeglio Ciampi). Quella di Mattarella è anche la prima visita di un capo di stato europeo da quando, nel dicembre del 2019, Abdelmadjid Tebboune è stato eletto presidente. Mattarella sta incontrando tutte le principali personalità politiche del paese, e sta preparando il terreno per un grosso incontro bilaterale che si terrà tra i governi dei due paesi nel 2022. Domenica, inoltre, Mattarella ha inaugurato un giardino nel centro di Algeri, la capitale, che sarà intitolato a Enrico Mattei.

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Mattei, uno dei manager e imprenditori più importanti della storia d’Italia, presidente dell’ENI dalla fondazione fino alla sua morte, fu una figura nota e apprezzata in Algeria, perché tra la metà degli anni Cinquanta e l’inizio dei Sessanta ebbe un ruolo notevole nel sostenere la causa dell’indipendenza del paese dalla Francia, ottenuta nel 1962 dopo una sanguinosa guerra durata quasi otto anni.

Oltre che il parco inaugurato domenica, è intitolato alla sua memoria anche il grande gasdotto che collega l’Algeria all’Italia, passando per la Tunisia. Più in generale, la figura di Mattei è spesso citata in convegni ed eventi pubblici, e il suo nome ricorre tutte le volte che si parla dei rapporti tra Algeria e Italia.

I rapporti tra l’Algeria e Mattei tornano anche nelle discussioni, mai davvero interrotte, sulla morte del presidente dell’ENI, avvenuta nell’ottobre del 1962 in un incidente aereo.

I vari processi che seguirono confermarono che la morte di Mattei fu provocata da un incidente, ma non hanno mai smesso di circolare varie teorie del complotto, accreditate anche da personalità politiche di alto livello, secondo cui Mattei sarebbe stato ucciso. Una delle teorie più diffuse sostiene che l’aereo di Mattei sarebbe stato sabotato o abbattuto da gruppi di estrema destra francesi contrari alla sua opera a favore dell’indipendenza algerina, che lo avevano minacciato di morte nei mesi precedenti; secondo un’altra teoria, a contribuire alla sua morte furono le compagnie petrolifere anglo-americane, con cui l’ENI di Mattei era entrata in concorrenza proprio in paesi come l’Algeria.

I resti dell’aereo in cui morì Enrico Mattei (LaPresse)

Enrico Mattei, ex comandante partigiano durante la Seconda guerra mondiale, fu una figura fondamentale del Novecento italiano, un protagonista del cosiddetto “boom economico” del paese e anche uno degli artefici della politica estera italiana del dopoguerra, grazie all’importanza assunta dall’ENI in campo internazionale.

Dopo la Seconda guerra mondiale, Mattei fu nominato commissario dell’Agenzia generale italiana petroli (AGIP), un vecchio carrozzone di epoca fascista che possedeva una manciata di concessioni per esplorazioni petrolifere che non avevano fruttato niente né in Italia né all’estero. L’ordine che il commissario Mattei aveva ricevuto era quella di liquidare l’AGIP, cioè venderne le strutture e le concessioni al miglior offerente liberando lo stato da un peso inutile.

Mattei non lo fece: lottando contro la dirigenza politica del tempo, mantenne aperta l’AGIP, che pochi anni dopo scoprì giacimenti di metano nella zona di Lodi, in Lombardia.

L’AGIP divenne in poco tempo una potenza economica, e nel 1953 nacque l’Ente nazionale idrocarburi (ENI), una nuova azienda pubblica guidata da Mattei in cui l’AGIP fu inglobata.

Grazie anche ai suoi eccezionali e spesso controversi contatti con la politica italiana (Mattei disse che lui usava i partiti «come i taxi»: «salgo, pago la corsa, scendo») l’ENI non ebbe soltanto un ruolo fondamentale nell’industrializzazione e nella crescita economica del paese, ma divenne anche una potenza politica, che fu definita uno “stato nello stato”: aveva la sua flotta aerea, dirigenti che si dovevano occupare dei rapporti “diplomatici” con gli altri paesi e come poche altre società italiane era in grado di indirizzare le decisioni della politica.

L’obiettivo di Mattei era quello di trasformare l’ENI in una potenza di livello mondiale nel settore degli idrocarburi. Al tempo, però, il mercato era dominato dall’oligopolio delle “sette sorelle”, sette società petrolifere quasi tutte statunitensi che per molti versi agivano come un cartello. Per combattere questo oligopolio (o quanto meno per entrarvi), Mattei perseguì per molti anni un’attività in parte economica e in parte diplomatica con i paesi produttori di petrolio e gas, specialmente quelli che si affacciano sul Mediterraneo, adottando una tattica innovativa: mentre le “sette sorelle” trattavano con i governi dei paesi ricchi di risorse con un atteggiamento che per molti versi era ancora influenzato dal colonialismo, Mattei li trattò da pari.

La sua innovazione più famosa in questo campo fu il cambiamento dei rapporti di forza nei contratti di esplorazione ed estrazione.

A partire dagli anni Trenta, una società petrolifera che aveva ottenuto in concessione un giacimento di petrolio o di gas si teneva il 90 per cento dei profitti, e ne lasciava allo stato in cui si trovava il giacimento appena il 10 per cento. Negli anni successivi le cose migliorarono leggermente, ma i contratti più equi prevedevano ancora una divisione dei profitti al 50 per cento. Mattei fu il primo a proporre di lasciare agli stati il 75 per cento dei profitti.

Il primo accordo di fornitura internazionale dell’ENI arrivò con l’Iran, poi con l’Egitto, il Marocco, la Tunisia e altri ancora (anche se non tutti questi accordi furono davvero vantaggiosi, spesso a causa dell’ostruzionismo delle “sette sorelle”).

A favorire la strategia di Mattei contribuì il fatto che in quegli anni di Guerra fredda stava nascendo nel mondo un terzo fronte tra blocco atlantico e blocco sovietico: quello dei paesi non allineati, di cui faceva parte la stragrande maggioranza dei paesi esportatori di idrocarburi.

Mattei vide nella formazione di uno schieramento di paesi non allineati un’occasione sia per l’ENI sia per la politica estera italiana. E non è un caso che proprio in quegli anni il governo italiano cominciasse a perseguire una nuova strategia detta del “neoatlantismo”, secondo la quale l’Italia doveva sì rimanere nel blocco dei paesi democratici e capitalisti, ma aprirsi anche alla collaborazione con i paesi non allineati del Mediterraneo meridionale.

Mattei, che fu spesso definito “terzomondista”, andò un po’ oltre questa dottrina e, con l’intenzione di ottenere per l’ENI idrocarburi al miglior prezzo possibile, all’inizio degli anni Sessanta stipulò perfino un contratto di fornitura di petrolio con l’Unione Sovietica.

Enrico Mattei in Egitto (LaPresse)

In questo contesto di attenzione ai paesi del Mediterraneo meridionale, Enrico Mattei fu anche uno dei più grandi sostenitori in Italia e all’estero della causa dell’indipendenza algerina, che era una colonia francese dal Diciannovesimo secolo. La guerra tra lo stato francese e il Fronte di liberazione algerino (FLN) cominciò nel 1954 e si intensificò a partire dal 1958, quando gli indipendentisti algerini decisero di aprire un nuovo fronte e iniziarono a organizzare attentati terroristici in Francia.

La guerra d’indipendenza algerina, nella quale morirono centinaia di migliaia di persone (quasi tutti algerini), divise l’opinione pubblica europea. Anche in Italia, oltre a Mattei, personalità importanti come l’editore Giangiacomo Feltrinelli si schierarono a favore degli indipendentisti. Come avrebbe raccontato Mario Pirani, giornalista che divenne la persona di riferimento di Mattei in Algeria, Mattei incontrò per la prima volta Benyoucef Benkhedda, uno dei più importanti dirigenti del FDA (che poi avrebbe guidato il governo provvisorio dopo l’indipendenza) in un aeroporto in Siberia, in cui i voli erano bloccati a causa di una tempesta: «Il povero Benkhedda era vestito molto leggero. Mattei gli regalò il suo cappotto».

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Benché non fu mai provato, molti ritengono che il sostegno di Mattei agli indipendentisti algerini non fu soltanto morale: si parlò dell’invio di soldi e perfino di armi al FDA.

Di certo, Mattei ospitò nei centri di istruzione dell’ENI molti algerini, per formare la classe dirigenziale del paese, e fece da consulente informale della delegazione algerina ai negoziati di Évian, che sancirono l’indipendenza del paese. Ovviamente, il sostegno di Mattei alla causa algerina non era disinteressato: l’ENI era fortemente interessata alle riserve di idrocarburi locali (metano, in particolare), che non sarebbero state accessibili se il paese fosse rimasto dominato dalla Francia.

Mattei morì pochi mesi dopo la dichiarazione dell’indipendenza dell’Algeria, proclamata il 2 luglio del 1962 dal presidente francese Charles De Gaulle. Dopo la sua morte, avvenuta in circostanze su cui ancora si discute, l’Italia seppe cogliere soltanto una parte delle possibilità che le si erano aperte in quel periodo, e la politica “neoatlantista” del governo di fatto crollò.