Il primo ministro olandese Mark Rutte in visita a Londra a settembre (Leon Neal/ Getty Images)
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  • venerdì 29 Ottobre 2021

Nei Paesi Bassi le trattative per il governo non erano mai durate così tanto

Sono 226 giorni che i partiti discutono per formare una nuova coalizione, un record, e sembra che ci sarà ancora da aspettare

Il primo ministro olandese Mark Rutte in visita a Londra a settembre (Leon Neal/ Getty Images)

Sono 226 giorni che le forze politiche dei Paesi Bassi discutono per la formazione di una nuova coalizione di governo: sono le trattative più lunghe che ci siano mai state nel paese (il recordo precedente, stabilito nel 2017, era di 225 giorni) e vanno avanti da più di sette mesi, dopo che nessun partito aveva ottenuto la maggioranza assoluta durante le elezioni generali dello scorso 17 marzo. Il governo provvisorio si sta occupando di gestire i problemi urgenti, ma i partiti continuano a essere molto distanti fra loro: il primo ministro conservatore Mark Rutte, che a gennaio si era dimesso facendo cadere il precedente governo, ha lasciato intendere che non c’è alcun accordo in vista.

I negoziati per la formazione del governo nei Paesi Bassi sono tradizionalmente molto lunghi, ma in questo caso sono resi ancora più difficili dall’estrema frammentazione politica. Le elezioni di marzo erano state vinte col 22 per cento dei voti dal Partito Popolare per la Libertà e la Democrazia (VVD), il partito di Rutte, che governa il paese dal 2010. Le forze politiche che hanno ottenuto seggi alla Camera sono 17 e il VVD avrebbe bisogno del sostegno di almeno tre partiti minori per governare. Dopo le elezioni Rutte aveva subito avviato i colloqui per la formazione di una nuova coalizione di governo, il quarto guidato da lui, ma nessuna delle discussioni avviate fino a oggi ha avuto buon esito.

Subito dopo le elezioni, la soluzione più probabile era sembrata che i quattro partiti che avevano sostenuto il precedente esecutivo, in carica dal 2017, rinnovassero la loro coalizione. Tra questi, oltre al VVD, c’erano il partito centrista ed europeista D66 – il principale rivale del partito di Rutte –, i conservatori liberali di Appello Cristiano Democratico (CDA) e il partito conservatore Unione Cristiana. I colloqui però non avevano portato ad alcun progresso: tra le altre cose D66 aveva provato a coinvolgere nelle discussioni alcuni partiti minori di centrosinistra, trovando però l’opposizione di VVD e CDA.

A fine settembre i quattro partiti hanno avviato nuove trattative, ma anche questa volta non c’è stato alcun accordo. La settimana scorsa, dopo tre nuovi giorni di colloqui, Rutte ha detto che ci saranno ulteriori discussioni e ha aggiunto che «c’è ancora molto lavoro da fare».

Secondo i sondaggi, anche indire nuove elezioni non risolverebbe la situazione: i risultati sarebbero simili a quelli di marzo.

Come ha spiegato al Guardian la storica Carla van Baalen, esperta di politica e di formazione di governi, attualmente nei Paesi Bassi «vengono discussi soltanto i problemi urgenti, come le misure immediate per la lotta al COVID-19». L’economia del paese sta andando bene, però fintanto che non verrà eletto il nuovo governo le discussioni su temi più complessi, come le iniziative per contrastare il cambiamento climatico, la sanità e le politiche sociali, rimangono ferme.

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Benché il VVD sia stato il partito più votato alle elezioni dello scorso marzo, la posizione di Rutte non sembra particolarmente solida. Ad aprile il primo ministro aveva superato per soli tre voti una mozione di sfiducia che riguardava la sua condotta durante i colloqui per formare la nuova coalizione di governo, per via della pubblicazione sui giornali di una fotografia che aveva fatto molto discutere.

La fotografia ritraeva la deputata Kajsa Ollongren che lasciava la sede del parlamento olandese dopo aver saputo di essere risultata positiva al test per il coronavirus. Nella foto si vedevano alcuni documenti che contenevano i dettagli dei negoziati in corso, tra cui un foglio su cui era scritto: «Posizione Omtzigt, incarico altrove». La frase si riferiva a Peter Omtzigt, un parlamentare del CDA molto critico nei confronti di Rutte e molto conosciuto perché fu anche grazie a lui che venne reso pubblico lo scandalo che a gennaio aveva portato alle dimissioni del governo.

Rutte aveva detto ai giornalisti di non aver mai discusso della nomina politica di Omtzigt durante le trattative, ma dai verbali dei colloqui emerse che non aveva detto la verità: secondo i partiti dell’opposizione che avevano proposto la mozione di sfiducia, tra cui il Partito per la Libertà (PVV), di estrema destra, Rutte avrebbe voluto mettere a tacere una figura particolarmente critica nei suoi confronti, rimuovendola dalla Camera e assegnandole un incarico ministeriale.

Il terzo governo Rutte, in carica dal 2017, si era dimesso a inizio anno in seguito a un rapporto parlamentare dal quale era emerso l’approccio molto aggressivo utilizzato dallo stato, a partire dal 2012, per chiedere a circa 20mila famiglie la restituzione dei sussidi mensili ricevuti come contributo alla crescita dei figli. Si era poi scoperto che le famiglie in questione – metà delle quali erano formate da persone con la doppia cittadinanza, quindi di origine straniera – erano state perseguite per un errore burocratico, e spesso erano state costrette a indebitarsi per risarcire il governo.