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  • Domenica 24 ottobre 2021

L’ultramaratona cinese in cui morirono 21 persone

Lo scorso maggio 172 corridori partirono per una gara di 100 km nelle montagne del Gansu: poi arrivò la pioggia, il vento e il freddo

(Shi Youdong/Xinhua)
(Shi Youdong/Xinhua)

Alle 9 di mattina di sabato 22 maggio 2021 il sindaco di Baiyin, una città della provincia del Gansu, nel nord della Cina, diede il via con un colpo di pistola a un’ultramaratona che, dopo un giro lungo 100 chilometri, sarebbe dovuta terminare lì vicino. Nessuno dei 172 partenti arrivò però al traguardo e 21 tra loro, 18 uomini e 3 donne, morirono di ipotermia. Alla partenza, molti indossavano magliette e pantaloni corti.

Le ultramaratone sono corse a piedi su distanze superiori ai 42 chilometri e 195 metri di una maratona. Spesso si tengono in montagna, con notevoli dislivelli e su sentieri dal terreno piuttosto dissestato: si parla in questo caso di gare “ultra trail”. Lo era anche la gara nel Gansu, che prevedeva un dislivello totale di circa tremila metri, con l’attraversamento di un’area carsica e perlopiù senza alberi.

Per quanto può esserlo un gara ultra trail, l’ultramaratona del Gansu era considerata una corsa relativamente facile, con un dislivello inferiore rispetto ad altre gare di quel genere, e con un tracciato impervio ma meno ostile di altri. La prima edizione della corsa – con attraversamento di una “foresta di pietra”, e con molte vedute panoramiche sulla valle creata dal fiume Giallo – era stata organizzata nel 2018 da Zhang Xiaoyan, un’imprenditrice appassionata di corsa, la quale non aveva faticato a trovare la collaborazione delle amministrazioni locali.

(Shi Youdong/Xinhua)

Già da qualche anno, infatti, in Cina stava crescendo la passione per la corsa, e da lì quella per le maratone e le ultramaratone. Proprio nel 2018, il sito specializzato Runner’s World parlò della «nuova ossessione cinese per la corsa». Il numero di praticanti era difficile da definire, ma anche le stime più basse parlavano di almeno 20 milioni di appassionati: comunque più di un cinese su cento. Secondo dati della Federazione cinese di atletica leggera, le gare di corsa su strada e in montagna erano nell’ordine delle decine nel 2014, e divennero quasi duemila nel 2019.

Tra le atlete e gli atleti al via di quella ultramaratona c’erano ambizioni diverse. Qualcuno era lì con il semplice obiettivo di portare a termine la corsa, così da ricevere – tra le altre cose – un premio del valore di circa 200 euro. Qualcun altro era lì per vincere: era senz’altro il caso del 31enne Liang Jing, uno dei migliori ultrarunner cinesi. Liang era il detentore del record cinese per il maggior numero di chilometri percorsi correndo in 24 ore e nel 2019 aveva vinto una corsa di 400 chilometri nel deserto del Gobi, una delle più dure ultramaratone al mondo. Liang aveva inoltre già corso e vinto l’ultramatatona del Gansu e puntava a percorrerne i 100 chilometri in meno di nove ore.

Qualcuno, tra i 172 partecipanti, era alla sua prima corsa di 100 chilometri, ma nessuno era alle prime armi: per poter partecipare era infatti necessario aver corso almeno un’altra ultramaratona nell’ultimo anno. Tutti i corridori erano stati forniti di coperte termiche e di un tracciatore GPS che permetteva all’organizzazione di verificare in tempo reale la loro posizione, e a loro di mandare se necessario richieste di aiuto.

Indumenti pesanti erano consigliati ma non obbligatori. In effetti, il pomeriggio prima della gara, la temperatura era vicina ai 30 gradi, in linea con quella delle precedenti edizioni della corsa, in cui il problema era stato l’eccessivo caldo, mai il freddo.

Come ha scritto Runner’s World in una recente e accurata ricostruzione di quanto successo quel giorno, «i partecipanti erano stati invitati a mettere i loro abiti pesanti in un sacchetto» che avrebbero potuto ritirare dopo circa 60 chilometri di gara, al sesto dei nove punti di controllo e assistenza previsti sul percorso. In un’altra recente ricostruzione di quanto accaduto durante la corsa, il Wall Street Journal ha scritto inoltre che «negli anni passati, molti partecipanti si erano lamentati di aver dovuto portare con sé troppi indumenti extra».

La sera prima della gara già si sapeva che il tempo sul percorso avrebbe potuto essere brutto, ma non sembrò niente di cui preoccuparsi troppo. Nel presentare la corsa, l’organizzazione disse di fare attenzione a scottature e insolazioni.

La partenza della corsa, alle 9 del mattino, era a circa 1.500 metri d’altezza, e i primi venti chilometri erano perlopiù in pianura, a volte anche in discesa. Ci fu quasi subito un forte vento. Verso le 10.30 iniziò a piovere. Poco prima delle 11 gli atleti in testa raggiunsero il secondo punto di controllo, posto a 25 chilometri dal via. Intorno a mezzogiorno, quasi tutti gli atleti avevano superato quel punto, che precedeva una delle parti più complicate della corsa, che finiva con un stretto sentiero in salita che in meno di dieci chilometri comportava un’ascesa di quasi mille metri, al termine del quale c’era il terzo punto di controllo.

Con i suoi 2.230 metri di altezza il terzo punto di controllo era il secondo punto più alto di tutto il percorso, era inaccessibile in macchina e, a differenza di altri, non era un punto ristoro. C’erano solo due addetti incaricati di controllare il passaggio degli atleti e segnarne i tempi. Per arrivarci dalla più vicina strada bisognava fare un sentiero che, in condizioni di bel tempo, poteva richiedere anche un paio d’ore di camminata.

Fu proprio in quel punto che gli atleti di testa si trovarono in mezzo alle peggiori condizioni atmosferiche possibili. Mentre avanzavano nel percorso, da nord, dalla Mongolia, stava infatti scendendo verso di loro una corrente fredda. Gli atleti si trovarono in mezzo a venti che è stato stimato soffiassero a oltre 80 chilometri orari. Con una temperatura che arrivò vicino allo zero e sotto grandine e pioggia gelida.

«I corridori finirono sparsi ovunque» ha scritto Runner’s World: «fuori dal sentiero, nei burroni, sull’altro versante della montagna. Riempiendo i pendii con i loro sgargianti indumenti». Ma certi indumenti erano anche volati via per il vento, «ed era difficile distinguerli dalle persone, che arrancavano in ogni direzione». Era difficile riuscire a vedere i segnali, molti dei quali erano peraltro volati via per le raffiche di vento. Nell’area, si scoprì in seguito, i cellulari non prendevano.

Yan Daixiang, infermiera di 43 anni, ha raccontato a Runner’s World che mentre provava a correre verso il terzo settore vide alcuni tra i corridori che erano davanti a lei scendere dalla montagna lungo il sentiero ormai pieno d’acqua e tornare indietro. Uno la avvertì del troppo freddo, un altro aveva un occhio insanguinato. Yan era tra le poche persone in gara con abiti lunghi, ma ha raccontato che aveva comunque molto freddo. Si trovò in un punto in cui capì che il terzo punto di controllo era irraggiungibile, e il secondo ormai lontano, e comunque non facile da ritrovare.

Attorno a Yan e agli altri corridori nella sua stessa condizione c’era un terreno perlopiù brullo, i cui unici possibili ma scarsi ripari sembravano quelli forniti da qualche grande sasso e dai cespugli. Mentre iniziava a perdere sensibilità agli arti, Yan provò a cercare riparo insieme a un altro corridore: «ma giravamo in tondo» ha detto, «senza alcun senso dell’orientamento».

Nonostante i molti resoconti prodotti in seguito, è difficile mettere ordine a quanto successo in quei momenti. Si sa che il primo segnale di soccorso tramite GPS fu mandato già prima di mezzogiorno, e che circa mezzora dopo un corridore mandò una richiesta di aiuto sul gruppo WeChat della corsa. Ma non è chiaro chi e quando ricevette quelle (e altre) segnalazioni, e con quanta tempestività decise di agire. Anche perché, atleti a parte, gli unici a poter avere cognizione della situazione erano gli addetti al secondo e al terzo punto di controllo, che però probabilmente non riuscirono a comunicare tra loro.

Insieme ad altri partecipanti, Yan riuscì a trovare riparo grazie a Zhu Keming, un pastore che stava facendo pascolare le sue pecore e, prima del brutto tempo, era andato in una grotta in cui sapeva avrebbe trovato riparo. In seguito raccontò a Beijing News che in quella grotta si era addormentato ed era stato svegliato verso le due del pomeriggio dalle richieste di aiuto di alcuni corridori. Riuscì a salvare e far arrivare alla grotta sei di loro, accendendo un fuoco per scaldarli.

Altri soccorsi arrivarono nel pomeriggio da un paio di città relativamente vicine, a quanto pare grazie a Zhu, che tra le altre cose riuscì a raggiungere un’area in cui il suo telefono aveva ricezione, così da chiedere aiuto. I vigili del fuoco partirono da Baiyin solo dopo le quattro del pomeriggio e non arrivarono sul posto prima del buio.

(Xinhua)

Qualcuno si salvò nella grotta, altri grazie ai soccorsi, altri ancora (spesso gli ultimi a essere passati dal secondo punto di controllo) perché riuscirono a farci ritorno. I 21 che morirono erano tutti tra i primi, che trovarono il tempo peggiore nel posto peggiore. Tra loro c’era anche Liang, il vincitore della gara nel deserto del Gobi. E anche Huang Guanjun, un corridore diventato sordo a un anno e che non sapeva parlare, per il quale fu quindi impossibile chiedere aiuto. Dei sei che erano in testa dopo il secondo settore, solo uno riuscì a sopravvivere.

I dati GPS recuperati dopo la corsa mostrano, ha scritto il Wall Street Journal, i percorsi confusi che molti fecero prima di morire, tra le altre cose storditi e disorientati dall’ipotermia. «Gli orologi sportivi trovati addosso ad alcuni di loro dicono che i loro battiti finirono diverse ore dopo che i primi chiesero aiuto».

Ci furono anche quattro corridori che, ignari di quanto stava succedendo alle loro spalle, riuscirono a raggiungere il terzo punto di passaggio, a superarlo e ad arrivare al quarto. Successe dopo le quattro del pomeriggio, quando il tempo era in netto miglioramento. Furono fermati solo al sesto punto di controllo, dopo le otto di sera.

Alcuni soccorritori il 23 maggio (Xinhua)

Ancora oggi, a più di 150 giorni dalla morte di quei 21 partecipanti, risulta difficile dire se, in base alle informazioni disponibili la notte prima e la mattina della partenza, l’organizzazione avrebbe dovuto annullare la corsa. «La maggior parte delle previsioni non aveva anticipato la gravità della situazione che poi si verificò», ha scritto Runner’s World. È invece certo che, nel momento in cui furono chiare le pessime condizioni meteorologiche, l’organizzazione si dimostrò impreparata e incapace di gestire la situazione. Anzitutto nel capire che la gara andava annullata al secondo punto di controllo, e comunque nel non garantire soccorsi tempestivi.

Il 9 giugno, il segretario del Partito comunista responsabile dell’area in cui si svolse la corsa si suicidò, a quanto pare per questioni legate alla sua organizzazione. Nei giorni seguenti alcune persone legate all’organizzazione della corsa furono arrestate, tra loro anche Zhang Xiaoyan, sulla quale non sono disponibili altre informazioni. Il governo vietò a tempo indeterminato ogni altra ultramaratona, insieme a tutta un’altra serie di attività sportive all’aperto considerate pericolose.