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Un modo per rendersi utili anche da morti

È quasi pronto il regolamento per la nuova legge che rende possibile donare il proprio corpo alla scienza dopo la morte, per aiutare la formazione dei medici e la ricerca

Per quasi 90 anni la mancanza di regole chiare in Italia aveva reso praticamente impossibile la donazione del proprio corpo alla scienza. Ora, dopo decenni di proposte e di richieste da parte delle università e dei ricercatori, il nostro paese si è infine dotato di una legge per regolamentare e rendere più semplici le donazioni per fini di studio e di ricerca.

Il provvedimento, approvato nel febbraio dello scorso anno, sta per essere completato con un regolamento che conterrà le indicazioni per metterlo in pratica. La nuova legge è considerata un’importante opportunità non solo per la ricerca, ma anche per la formazione dei medici.

La scienza dopo la morte
Donare il proprio corpo alla scienza evoca immagini lontane nel tempo di eminenti medici o scienziati, che nel corso dei secoli decisero di mettere a disposizione delle università i loro resti, oppure dei pionieri dell’anatomia al lavoro nei teatri autoptici. Pensieri che derivano dall’idea che ormai sia stato scoperto praticamente tutto su come sia fatto il nostro organismo, e che ci siano modi tecnologicamente più avanzati per esplorarlo, soprattutto quando si è ancora in vita grazie alle risonanze magnetiche e agli altri sistemi di diagnosi per immagini.

In realtà, disporre di cadaveri sui quali compiere studi ed esercitazioni è essenziale per la buona formazione degli studenti di medicina, così come per il progresso in molto ambiti legati allo studio di particolari malattie.

I futuri chirurghi possono apprendere le migliori tecniche per condurre le operazioni, fanno pratica con strumenti tecnologicamente sempre più avanzati e meno invasivi, oppure contribuiscono alla loro sperimentazione. I ricercatori hanno l’opportunità di analizzare direttamente organi e tessuti affetti da patologie, valutare come stavano reagendo alle terapie prima del decesso e possono raccogliere campioni sui quali condurre ulteriori approfondimenti.

Le regole in Italia
Nonostante l’importanza per la formazione e la ricerca della donazione, in Italia fino a poco tempo fa era per lo meno difficoltoso, se non impossibile, disporre la donazione del proprio corpo alla scienza dopo il decesso.

La legge di riferimento era il Regio Decreto del 31 agosto 1933 (n. 1592), che prevedeva la possibilità di destinare ad attività didattiche e di studio i corpi delle persone decedute che risultavano essere sconosciute, senza relazioni parentali e di amicizia, per le quali nessuno avrebbe fatto richiesta di sepoltura. I corpi di questi deceduti diventavano una risorsa importante, seppure non sempre avessero una grande rilevanza dal punto di vista clinico, nel caso in cui non fossero note le cause del decesso o le condizioni in vita.

Nel 2013, il Comitato nazionale per la bioetica aveva segnalato la «non accettabilità etica» del ricorso al Regio Decreto, ricordando che la donazione dovesse essere «espressione di una libera e consapevole decisione del soggetto».

Alcune regioni avevano sfruttato il decreto per istituire procedure simili alla donazione, in una forma indiretta e che non offriva quindi un percorso molto chiaro agli interessati, soprattutto dal punto di vista delle garanzie per loro e per i parenti in un ambito così delicato.

La nuova legge
In Parlamento nel frattempo si era aperto più volte il confronto sulla necessità di produrre una nuova legge, ma senza che si arrivasse a qualcosa di concreto. Le cose erano poi cambiate nel 2018 in seguito alla presentazione di un disegno di legge che aveva come primo firmatario il senatore Pierpaolo Sileri, che poco dopo sarebbe diventato viceministro della Salute nel secondo governo Conte. Anche grazie a un confronto con la Società italiana di anatomia e istologia (SIAI) la legge era stata perfezionata e infine approvata all’unanimità dalla XII Commissione Affari sociali della Camera a inizio 2020.

«La nuova legge sta creando un percorso, e i decreti attuativi forniranno un flusso molto razionale, con sistemi predefiniti e formalizzati» ha detto il professor Raffaele De Caro, direttore del Dipartimento di Neuroscienze dell’Università di Padova e presidente del Collegio dei docenti di anatomia umana, che ha dato il proprio contributo alla realizzazione del nuovo provvedimento. L’ateneo in cui lavora De Caro è stato centrale nella storia della medicina e dell’anatomia, e di recente è stato selezionato dal ministero della Salute come uno dei «centri di riferimento per la conservazione e l’utilizzazione dei corpi» donati alla scienza grazie alla nuova legge.

I centri identificati finora sono undici:

• I.R.C.C.S. Multimedica;
• I.R.C.C.S. Istituto neurologico mediterraneo Neuromed;
• Sapienza Università di Roma;
• Alma Mater Studiorum – Università di Bologna;
• Università degli studi di Padova;
• Azienda ospedaliero universitaria di Sassari;
• Università degli studi di Messina;
• Humanitas University;
• Università degli studi di Palermo;
• Università degli studi di Brescia;
• I.R.C.C.S. Ospedale San Raffaele – Gruppo San Donato.

Sono distribuiti più o meno equamente in tutta Italia e la loro idoneità sarà verificata nei prossimi mesi da alcuni commissari, incaricati di assicurarsi che possano garantire l’applicazione dei regolamenti in una materia così delicata.

Come funziona
Con la nuova legge, chi vuole donare il proprio corpo alla scienza può farne indicazione nelle “Disposizioni anticipate di trattamento” (DAT), quello che viene comunemente chiamato “testamento biologico”.

In generale, con DAT si fa riferimento agli atti con cui si esprimono le intenzioni che riguardano i trattamenti sanitari, per esempio per indicare di volere o meno ricevere determinati trattamenti nel caso di eventuali future incapacità di decidere in autonomia. Queste dichiarazioni vengono poi depositate in un registro gestito dall’amministrazione pubblica, dalle quali possono essere cancellate in un secondo momento se emergessero ripensamenti.

Nella DAT per la donazione post-mortem del proprio corpo è necessario indicare un fiduciario (ed eventualmente un sostituto), cioè una persona di fiducia che si occupi di comunicare la presenza della disposizione al medico che accerta il decesso della persona interessata. Spetta poi al medico di identificare il centro di riferimento più vicino verso cui conferire il corpo, attraverso una banca dati mantenuta online dal ministero della Salute.

Il corpo viene trasferito solo dopo avere effettuato tutte le verifiche del caso, compreso l’accertamento della disponibilità di posti nel centro di competenza, e successivamente a eventuali cerimonie per le esequie. Le procedure non sono incompatibili con quelle di espianto degli organi, nel caso in cui la persona poi deceduta fosse anche un donatore.

Portato a destinazione, il corpo viene ispezionato da un medico responsabile del centro, che a seconda delle esigenze programma le modalità di conservazione. Gli obitori dei centri universitari e di ricerca sono solitamente dotati di frigoriferi per la conservazione nel breve periodo e di congelatori a -20 °C, nel caso in cui si prospettino tempi di impiego più lunghi.

Le attività variano a seconda dei centri e della didattica, spiega De Caro: «Si va da una ricerca strettamente chirurgica, come la sperimentazione di nuovi dispositivi direttamente sul corpo umano invece che sugli animali, con benefici per la qualità dei risultati ottenuti, ad attività su livelli diversi da quelli prettamente di anatomia e chirurgia. Qui a Padova, per esempio, il nostro Dipartimento di Neuroscienze è di eccellenza nello studio delle malattie neurodegenerative come Parkinson, Alzheimer e SLA».

Il fatto di collaborare con le associazioni che si occupano di questi malati dà la possibilità di seguire i pazienti non solo nei loro percorsi terapeutici da vivi, ma anche dopo il decesso nel caso in cui decidano di offrire il loro corpo alla scienza. I ricercatori hanno in questo modo la possibilità di approfondire gli effetti delle terapie e raccogliere campioni per i loro studi.

La storia dell’anatomia è strettamente legata a Padova, la cui università ospita il più antico teatro anatomico stabile del mondo. Sui suoi ripidi palchi di legno di noce, a partire dalla fine del XVI secolo si assiepavano studiosi e medici per assistere alle autopsie. Oggi le attività di formazione avvengono in una grande sala dotata di numerosi tavoli settori sui quali possono lavorare studenti e chirurghi, imitando ciò che viene fatto su un tavolo settorio centrale ripreso da telecamere.

Il teatro anatomico di Palazzo Bo, sede principale dell’Università di Padova (Wikimedia)

Nel caso dell’Università di Padova, che negli scorsi anni aveva avviato con la regione Veneto un programma di donazione in attesa di un provvedimento nazionale, una commissione esterna si occupa periodicamente di fare una valutazione sulle modalità con cui la sede di Anatomia Umana gestisce i processi. Le verifiche non riguardano solamente le modalità con cui vengono trattati e conservati i corpi, ma anche le interazioni con chi decide di diventare donatore o donatrice e con i suoi familiari, soprattutto nelle fasi più delicate per loro.

La nuova legge prevede che i centri di riferimento restituiscano «la salma alla famiglia in condizioni dignitose entro dodici mesi dalla consegna». Le spese per il trasporto del corpo, dal decesso fino alla restituzione e le spese per la tumulazione (o eventuale cremazione) sono a carico dei centri. Nella legge di Bilancio 2021 sono stati previsti 4 milioni di euro all’anno fino al 2023 per le finalità di organizzazione e di ricerca.