Un'esercitazione militare dell'esercito di Taiwan (AP Photo/Chiang Ying-ying)
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  • venerdì 8 Ottobre 2021

Gli Stati Uniti stanno addestrando l’esercito di Taiwan per resistere a un attacco della Cina

Lo hanno scritto Wall Street Journal e Reuters, citando funzionari americani: le operazioni militari andrebbero avanti da circa un anno

Un'esercitazione militare dell'esercito di Taiwan (AP Photo/Chiang Ying-ying)

Decine di soldati delle forze speciali statunitensi e un numero imprecisato di marines starebbero addestrando l’esercito di Taiwan da almeno un anno, nell’eventualità di un attacco da parte della Cina. Lo hanno scritto giovedì il Wall Street Journal e l’agenzia Reuters, citando funzionari statunitensi che ne hanno parlato in forma anonima. Gli addestratori sarebbero stati inviati per la prima volta a Taiwan circa un anno fa dall’amministrazione Trump, ma la loro presenza è stata segnalata da alcune fonti ai giornali solamente ora.

La notizia è stata diffusa dopo che nelle ultime settimane le azioni bellicose della Cina nei confronti di Taiwan – isola di fatto indipendente ma che la Cina considera come propria – sono aumentate notevolmente. La Cina ha inviato per quattro giorni consecutivi decine di aerei militari nella zona di identificazione per la difesa aerea (ADIZ) di Taiwan, lo spazio aereo il cui accesso è regolamentato e monitorato per ragioni di sicurezza nazionale, la cui violazione è considerata come una grave provocazione militare. Di recente, il presidente cinese Xi Jinping ha ripetuto che la «riunificazione» con Taiwan è uno degli obiettivi più importanti del Partito comunista cinese, mentre il ministro della Difesa taiwanese ha stimato che l’esercito cinese potrebbe essere pronto a invadere l’isola entro il 2025.

Il dipartimento della Difesa degli Stati Uniti non ha voluto commentare le notizie sulla presenza di addestratori americani a Taiwan, ma un suo portavoce, John Supple, ha detto che il sostegno e le relazioni di difesa degli Stati Uniti con Taiwan «sono in linea con l’attuale minaccia rappresentata dalla Cina», la quale ha intensificato gli sforzi per intimorire e fare pressione su Taiwan e altri alleati, aumentando per esempio le attività militari condotte nelle vicinanze di Taiwan, del mar Cinese Orientale e del mar Cinese Meridionale».

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Taiwan, il cui nome ufficiale è “Repubblica di Cina”, è un’isola di circa 23 milioni di abitanti a sud della Cina, su cui quest’ultima rivendica la propria sovranità. I rapporti estremamente tesi tra Taiwan e la Cina risalgono al 1949, quando a Taiwan si rifugiò il governo nazionalista cinese sconfitto dall’insurrezione comunista guidata da Mao Zedong nel corso di una lunga guerra civile.

Per decenni la Cina fu divisa di fatto in due: un governo alleato e riconosciuto dall’Occidente relegato sull’isola di Taiwan, e il governo del Partito comunista a guidare tutto il resto del paese. Le cose cambiarono a partire dagli anni Settanta, quando prima gli Stati Uniti e poi tutto l’Occidente si rassegnarono a riconoscere il governo comunista di Pechino, togliendo il riconoscimento a Taiwan ed espellendola da organizzazioni internazionali come l’ONU.

Ad oggi Taiwan gode di una indipendenza de facto, ma la sua sovranità è riconosciuta solo da 15 paesi in tutto il mondo. Tutti gli altri, comprese le principali potenze economiche mondiali, aderiscono alla cosiddetta “politica di una sola Cina”, secondo cui la Cina è una sola, comprende anche Taiwan ed è quella governata dal Partito comunista.

Nonostante questo, Taiwan è una delle democrazie più libere e vivaci di tutta l’Asia, e anche se gli Stati Uniti hanno sempre cercato di non rompere esplicitamente lo status quo o creare tensioni interferendo nei rapporti tra Cina e Taiwan, di fatto sono sempre rimasti alleati del paese, di cui sono uno dei più forti sostenitori internazionali. Gli Stati Uniti sono anche il più grande fornitore di armi da guerra di Taiwan, con cui condividono tecnologie militari sofisticate.

Il governo di Pechino tuttavia considera Taiwan come una provincia ribelle, e da sempre ritiene la “riunificazione” come uno dei suoi obiettivi principali. L’ideale, per il Partito, sarebbe ottenere la riunificazione per vie pacifiche, ma questa opzione è sempre meno probabile: la maggior parte dei cittadini taiwanesi non vuole far parte della Cina, e ha eletto per due mandati consecutivi un governo favorevole al mantenimento della propria indipendenza de facto.

Anche per questo, la possibilità di un’invasione militare da parte della Cina nel giro di qualche anno si è fatta sempre più concreta.

Secondo quanto scrive il Wall Street Journal, attuali ed ex funzionari del governo degli Stati Uniti ed esperti militari riterrebbero per questo che migliorare l’addestramento dell’esercito taiwanese sia più efficace che vendere semplicemente attrezzature militari, nel caso in cui il paese dovesse difendersi da un attacco cinese. Sarebbe questo il motivo degli addestramenti dell’ultimo anno, che hanno coinvolto piccoli gruppi di soldati taiwanesi.

Heino Klinck, un esperto di Taiwan e Cina che ha lavorato come alto funzionario del Pentagono per l’Asia durante l’amministrazione Trump, ha detto al Financial Times che in ogni caso gli addestramenti da parte degli Stati Uniti sono stati un fatto «di routine e niente di fuori dall’ordinario». Klinck ha specificato che Stati Uniti e Taiwan hanno relazioni militari che durano da molto tempo, seppur non ufficiali, che includono l’addestramento delle truppe taiwanesi.

Secondo Matt Pottinger, vice consigliere per la sicurezza nazionale durante l’amministrazione Trump ed esperto di Cina, negli ultimi 15 anni Taiwan avrebbe gravemente trascurato la propria difesa nazionale, «acquistando attrezzature troppo costose che verranno distrutte nelle prime ore di un conflitto», e investendo troppo poco in sistemi più economici ma più efficaci, come missili antinave e mine marine “intelligenti”. Pottinger ha detto che la spesa totale per la difesa militare da parte del governo di Taiwan è stata simile a quella di Singapore, che ha un quarto della popolazione di Taiwan e «non ha la Cina con il fiato sul collo».

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