(ANSA/MAX CAVALLARI)
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  • mercoledì 29 Settembre 2021

Per i locali e le discoteche il problema non è la capienza, ma il distanziamento

Insieme all'obbligo dei posti a sedere impedisce una buona parte dei concerti e delle serate, nonostante vaccini e Green Pass

(ANSA/MAX CAVALLARI)

Mentre in molti paesi europei i concerti con il pubblico in piedi e non distanziato hanno ripreso già da alcuni mesi all’aperto, e iniziano a tenersi anche al chiuso insieme alle serate nelle discoteche, in Italia non è ancora permesso per via delle restrizioni legate al coronavirus. E sembra che una proposta di questo tipo non sia stata inclusa tra quelle arrivate in questi giorni dal Comitato tecnico scientifico, che si sta occupando del tema.

Artisti e gestori di locali ormai da un anno e mezzo raccontano le enormi difficoltà del settore, ma questa volta la situazione è diversa: con una campagna vaccinale molto estesa, i Green Pass operativi e i contagi relativamente sotto controllo, infatti, l’impressione è che rimandare ulteriormente la riapertura dei locali di musica dal vivo e delle discoteche sia una prudenza non giustificata. Quello che si poteva fare per renderli sicuri infatti è stato fatto, e non arriveranno novità significative a migliorare la situazione nei prossimi mesi: è difficile insomma immaginare che, per esempio a dicembre, la situazione possa essere molto diversa, e che per allora possano essere sopraggiunti elementi diversi che orientino il governo a permettere di nuovo gli eventi di questo tipo.

Il problema principale è che se gli spettacoli seduti e distanziati sono possibili in certi contesti, in altri non sono praticabili: un concerto di musica elettronica raramente si ascolta da seduti, ma si balla o perlomeno si ascolta in piedi e vicini. Lo stesso vale per molti altri generi, e ovviamente per le serate nelle discoteche. Secondo chi lavora nel settore, l’uscita dalla fase dell’emergenza – in cui per l’appunto questo genere di concerti perlopiù non si è fatto –  e l’ingresso in quella della convivenza con il virus dovrebbe passare anche da questo tipo di riaperture, che indubbiamente prevedono l’accettazione di un certo livello di rischio. Rischio che però, anche se in misura minore, viene già accettato in altri contesti come gli stadi, i ristoranti o i cinema.

Lunedì il CTS (Comitato tecnico scientifico) ha annunciato di aver modificato le indicazioni che regolano la capienza massima nei cinema, nei teatri e nei locali, con un aumento dal 50 all’80 per cento al chiuso e al 100 per cento all’aperto. Gli stadi potranno riempirsi al 75 per cento rispetto al precedente 50 e nei palazzetti si passerà dal 25 al 50 per cento. Il Comitato tecnico scientifico ha raccomandato a tutti di continuare a usare le mascherine durante gli eventi e agli organizzatori di vigilare sul rispetto delle indicazioni.

Nulla però è stato detto sull’eventuale rimozione dell’obbligo di distanziamento, del divieto di ballare e sulla possibilità di ascoltare un concerto in piedi e gli uni vicini agli altri, come avviene in molti paesi europei. Erano queste le decisioni più attese da chi rappresenta i gestori dei locali e delle discoteche e anche dagli artisti che nelle ultime settimane avevano rivolto molti appelli alla politica per eliminare le restrizioni. Secondo molti addetti ai lavori, infatti, aumentare le capienze serve a poco.

Le cose da sapere sul coronavirus

Il 7 settembre il cantante e produttore Cosmo aveva pubblicato sui quotidiani La Nazione e il Resto del Carlino e sul suo profilo Instagram una lettera al presidente dell’Emilia-Romagna Stefano Bonaccini e alla vice presidente Elly Schlein per spiegare che le attuali regole sugli eventi continuano a tenere bloccato un grosso pezzo della musica dal vivo e degli eventi nei club. Cosmo aveva messo in fila molti dei ragionamenti e delle rivendicazioni che da mesi circolano tra gli artisti e gli organizzatori di concerti: «Purtroppo, il governo ha preferito l’ipocrisia», ha scritto Cosmo. «Ha preferito voltarsi dall’altra parte e lasciare le briciole al nostro settore. Perché, credo voi lo sappiate, la maggioranza dei musicisti e dj non possono esibirsi col pubblico seduto e distanziato».

Cosmo nella sua lettera aveva anche incluso una riflessione sulla necessità di uscire dall’ordine di idee per cui le aggregazioni giovanili, come quelle ai concerti o in discoteca, siano qualcosa di riprovevole, una pratica da “untori”. La percezione che le situazioni affollate e di festa siano intrinsecamente negative si è assai diffusa dopo mesi di crisi sanitaria, ma in tanti avvertono ora dei potenziali rischi sociali che comporta portarsi dietro un simile pregiudizio.

Per chi come Cosmo fa musica elettronica, i concerti di fatto possono prevedere soltanto un pubblico in piedi, con la possibilità di ballare. Quegli stessi concerti, con il pubblico seduto, non si possono fare perché, come dice Cosmo, «non fa proprio parte di determinati riti, determinate culture musicali». Lo stesso vale per le discoteche: negli ultimi mesi molti locali non hanno riaperto, pur potendo garantire il semplice servizio al bar, per evitare di dover controllare a vista le persone. A causa di queste regole, Cosmo ha annullato e rimandato i tre concerti in programma l’1, il 2 e il 3 ottobre a Bologna.

Cosmo, e con lui tutti gli altri artisti bloccati dalle misure restrittive, non avrebbe avuto problemi in molti paesi europei – Germania, Austria, Belgio, Danimarca, Francia, Regno Unito, Lettonia, Lituania, Svizzera, ma anche gli Stati Uniti, per citare un paese extra europeo – dove il distanziamento ai concerti e la capienza ridotta sono state rimosse nei mesi scorsi. Come mostrano le foto e i video pubblicati sui social network, in quasi tutta Europa sono ripresi sia i concerti nei locali, sia alcuni grandi festival.

Oltre a un tema di «riti e culture musicali», per i gestori dei locali l’obbligo di distanziamento e assegnare posti seduti è una limitazione che rende inutile la discussione sull’estensione delle capienze. L’ultima raccomandazione del Comitato tecnico scientifico prevedeva che in zona bianca la capienza non potesse superare il 50 per cento di quella massima autorizzata all’aperto e il 25 per cento al chiuso, nel caso di eventi con un numero di spettatori superiore rispettivamente a 5.000 all’aperto e 2.500 al chiuso.

Con queste regole, un evento all’aperto avrebbe potuto ospitare cinquemila persone o più. «Per farle stare sedute e distanziate, però, servirebbero due campi da calcio e mezzo», spiega al Post Nicholas Tozzo, presidente dell’associazione Arci Magnolia, che gestisce un noto locale di musica dal vivo vicino all’Idroscalo a Milano. Quest’estate il circolo aveva riaperto dopo quasi un anno e mezzo per una serie di eventi, sebbene a circa un settimo della capienza. Qualche giorno fa però il Magnolia ha annunciato con un lungo post sui canali social che alla fine della stagione estiva avrebbe chiuso, senza riaprire per quella autunnale o invernale. «Abbiamo calcolato che per gli eventi invernali, con la necessità di rispettare distanziamento e posti seduti, avremmo aperto solo per 120 persone. Quest’estate arrivavamo a 500 spettatori in uno spazio che ne potrebbe ospitare 3.500».

Tozzo dice che il problema non è la capienza, perché anche prima della pandemia riempire un locale all’80 per cento, durante un concerto, sarebbe stato un buon risultato. Ma con le persone sedute e distanziate tutti i calcoli e le aspettative non hanno più senso. In estate la capienza al 50 per cento avrebbe teoricamente portato a ospitare al Magnolia 1.750 persone, oggi 2.800 con l’aumento all’80 per cento. Ma non ci sono gli spazi per accoglierle tutte, sedute e distanziate. «Così il calendario è bloccato. Qualcosa inizierà a muoversi solo da gennaio 2022, sperando che vengano tolte le limitazioni», spiega. «Il problema è che sarà difficile far venire in Italia le band straniere a queste condizioni, anche perché in tutto il resto del mondo non hanno limitazioni e se possono scegliere si esibiranno in un paese dove il pubblico può assistere al concerto in piedi».

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Secondo Giancarlo Bornigia, gestore dello storico Piper di Roma, nel Comitato tecnico scientifico nessuno ha i titoli per ragionare su un tema come quello della capienza di un locale. Servirebbero le competenze di un vigile del fuoco o di un ingegnere specializzato nell’agibilità dei locali. «Semplicemente, non sanno come si ottiene una capienza massima», dice. Bornigia spiega che non è solo una questione di metri quadrati: ci sono una serie di altri parametri come la presenza di tavoli, delle uscite di sicurezza, su che piano si trova il locale, se al piano terra, sopraelevato oppure interrato.

Una discoteca può avere una superficie di 1.200 metri quadrati e una capienza massima di 450 posti, ma con le sedie posizionate a distanza come si è fatto in questi mesi diventano molti meno, rendendo impossibile avvicinarsi alla capienza dell’80 per cento raccomandata dal CTS. «Il Comitato tecnico scientifico non si è reso conto che in tutta Europa le discoteche hanno riaperto», dice Bornigia. «Le conseguenze di questo accanimento sono evidenti: ogni settimana spuntano discoteche abusive, senza nessun tipo di controllo, e soprattutto molti di noi si stanno chiedendo a cosa serva il vaccino: se salva le persone e riduce gli effetti gravi della malattia, per quale motivo le discoteche devono continuare a pagare questo prezzo?»

Alle raccomandazioni del CTS sono seguite le critiche di molti organizzatori di concerti e anche della SIAE, la società italiana autori ed editori. «Paradossalmente in Italia abbiamo il numero di vaccinati più alto d’Europa e le misure più restrittive», si legge in una nota. Anche il ministero dello Sviluppo economico ha chiesto al CTS di esprimersi sulla possibilità di «superare il regime» di assoluta sospensione di sale da ballo, discoteche e locali, prevedendo il rispetto di misure di prevenzione come il Green Pass, già obbligatorio per accedere in molti luoghi.