Persone passeggiano in via Caracciolo, a Napoli (AP Photo/Gregorio Borgia)

A Napoli «non ci sono i soldi»

È l'espressione più ripetuta dai quattro candidati sindaci, in riferimento all'enorme debito che non sanno nemmeno quantificare

di Isaia Invernizzi
Persone passeggiano in via Caracciolo, a Napoli (AP Photo/Gregorio Borgia)

In piazza Matteotti a Napoli sono passate da poco le otto del mattino e solo i clacson interrompono l’incessante rimbombo delle auto sopra i cubetti di porfido, traballanti da decenni, mai toccati e ormai consumati. Qua e là si notano macchie scure di asfalto, risultato di rattoppi inutili. Le strisce pedonali si intravedono a stento e solo le palme nell’aiuola centrale sembrano stare bene, nonostante lo smog, accerchiate dai bei palazzi bianchi della prima metà del Novecento.

Piazza Matteotti andrebbe completamente rifatta, come tante altre strade del centro di Napoli, ma nel 2021 la Municipalità 2, che amministra i quartieri Avvocata, Montecalvario, Mercato, Pendino, Porto e San Giuseppe, ha potuto spendere solo 77mila euro per la manutenzione stradale. «Non abbiamo più soldi, né personale: piazza Matteotti aspetterà, così come aspetteranno i marciapiedi di via Toledo, tutti sconnessi, e tanti altri nelle strade del centro» dice Francesco Chirico, il presidente della Municipalità.

«Non ci sono soldi» è stata una delle frasi più pronunciate dai sette candidati sindaci durante la campagna elettorale che porterà al voto del 3 e 4 ottobre. A Napoli non solo non ci sono più soldi: il debito accumulato negli ultimi quarant’anni è tale che nessuno sa con precisione a quanto ammonti.

Non lo sanno nemmeno i candidati, eppure hanno accettato di competere: chiunque vincerà dovrà gestire una situazione economica disastrosa, con limiti agli investimenti e di conseguenza alle ambizioni di tutta la città. Nessuno di loro, al momento, sembra avere un’idea chiara di come uscirne senza un intervento dello Stato chiamato a ripianare, spalmare, coprire i buchi di un bilancio sull’orlo del fallimento a causa di mutui e scommesse finanziarie del passato, di tagli ai trasferimenti locali e della storica difficoltà a riscuotere le tasse.

L’ultimo bilancio è stato approvato giovedì 16 settembre. Il voto favorevole al rendiconto 2020 e alla programmazione economica fino al 2023 ha evitato il commissariamento prefettizio a poche settimane dalle elezioni. È stata questa la principale ragione che ha spinto l’ormai risicata maggioranza a votare e l’opposizione a garantire la presenza in aula durante l’ultimo consiglio comunale del sindaco Luigi de Magistris, che ha governato Napoli negli ultimi dieci anni.

Il decennio “arancione” della città, come viene definito, è stata un’anomalia politica: de Magistris ha avuto il centrodestra e il centrosinistra all’opposizione, ha cambiato la Giunta in seguito a defezioni e mozioni di sfiducia, e soprattutto ha rischiato più volte il fallimento del comune. Nel suo ultimo atto da sindaco ha deciso che il suo successore dovrà recuperare 381 milioni di euro entro la fine dell’anno, 79 milioni entro il 2022 e altri 120 milioni nel 2023. Solo così il debito potrà ridursi da 2,5 miliardi, o forse più, a circa 1,8 miliardi, sempre che nel frattempo non se ne accumuli altro.

Il murale di San Gennaro realizzato da Jorit nel quartiere Forcella (AP Photo/Andrew Medichini)

Sono questi i numeri che a maggio spaventarono Gaetano Manfredi, candidato sindaco della coalizione di centrosinistra e del Movimento 5 Stelle. Manfredi rinunciò alla candidatura a causa dei debiti del comune. «Non potrei fare quello che credo si debba fare: rispondere concretamente alle aspettative dei napoletani», scrisse nella lettera di rinuncia. Poi cambiò idea. Manfredi ha 57 anni, è nato a Ottaviano, un comune vicino a Napoli, si è laureato in Ingegneria nel 1988 e nell’università ha fatto carriera diventando prima rettore della Federico II e nel 2015 presidente della conferenza dei rettori delle università italiane. Alla fine del 2019 divenne ministro dell’Università e della Ricerca del secondo governo guidato da Giuseppe Conte, sostenuto dal Movimento 5 Stelle, dal Partito Democratico e da Liberi e Uguali.

Lo scorso maggio la stessa coalizione riuscì a convincere Manfredi a candidarsi con la firma del cosiddetto “patto per Napoli”, una serie di impegni politici per garantire, in caso di vittoria, una gestione sostenibile del debito di Napoli con l’arrivo di un commissario, come avvenne con il comune di Roma. Manfredi è sostenuto da tredici liste tra cui anche “Azzurri – Napoli Viva”, organizzata da Stanislao Lanzotti, ex coordinatore di Forza Italia a Napoli. Secondo molti il suo secondo errore strategico, dopo la lunga e incerta trattativa che ha preceduto la candidatura, è stato rivelare di essere juventino in una città dove il tifo calcistico si avvicina spesso a una religione.

Gaetano Manfredi (ANSA/CESARE ABBATE/)

Il centrodestra ha candidato Catello Maresca, 49 anni, alla prima esperienza politica e noto soprattutto per essere stato un magistrato impegnato nel contrasto alla criminalità organizzata. Entrato in magistratura nel 1999, Maresca iniziò a occuparsi di reati finanziari prima di passare alla Direzione distrettuale antimafia di Napoli. Partecipò alle indagini che nel 2011 portarono all’arresto del boss dei Casalesi, Michele Zagaria. Un’altra sua inchiesta nota, chiamata Gomorrah, riuscì a fermare un esteso traffico internazionale di merce contraffatta. Dal 2008 è sotto scorta in seguito alle minacce ricevute dopo aver rappresentato l’accusa nel processo che portò all’arresto e alla detenzione del camorrista Giuseppe Setola.

Maresca si definisce indipendente («me ne fotto dei simboli», disse a giugno durante un comizio nel quartiere di Ponticelli) e si presenta al voto con una coalizione incompleta: sulla scheda elettorale ci saranno otto liste in suo sostegno, e non le dodici previste, perché quattro – Prima Napoli, nome con cui si presentava la Lega, le due civiche Catello Maresca e Catello Maresca sindaco e quella del Movimento animalista – sono state escluse dalla commissione prefettizia. Sono state presentate piene di errori e in ritardo: nel caso della lista leghista, di un solo minuto rispetto alla scadenza.

Catello Maresca (ANSA/CESARE ABBATE)

Il tribunale amministrativo (TAR) ha invece annullato l’esclusione della lista civica “Alessandra Clemente Sindaco” che avrebbe sfavorito Alessandra Clemente, candidata sindaca che ha raccolto l’eredità politica di Luigi de Magistris. Clemente ha 34 anni e fino all’inizio di agosto, quando si è dimessa per dedicarsi completamente alla campagna elettorale, è stata assessora alla Polizia locale, ai Giovani e al Patrimonio comunale. Venne nominata nel 2013, a 25 anni. Clemente è figlia di Silvia Ruotolo, che nel 1997 fu uccisa di fronte a casa, nel quartiere Arenella, durante la sparatoria in cui venne assassinato Salvatore Raimondi, camorrista affiliato al clan Cimmino. Ruotolo stava tornando a casa dopo essere andata a prendere a scuola il figlio Francesco, di cinque anni: venne colpita alla tempia. Alessandra Clemente aveva 10 anni, era sul balcone di casa e vide tutto.

Alessandra Clemente con il sindaco Luigi de Magistris (ANSA / CIRO FUSCO)

Nel 1997 il sindaco di Napoli era Antonio Bassolino, che ora ha 74 anni e proverà a tornare a palazzo San Giacomo, la sede del comune, dopo aver governato per due mandati durante gli anni Novanta in quello che i giornali definirono “Rinascimento napoletano”, per via della costruzione di opere come la linea uno della metropolitana e scelte lungimiranti come la pedonalizzazione di molte strade e piazze del centro, tra cui piazza Plebiscito. Nella sua lunga carriera politica, Bassolino è stato anche ministro del Lavoro dal 1998 al 1999, durante il primo governo D’Alema, e per due mandati presidente della Regione Campania, nel primo decennio degli anni Duemila.

Nel 2016 si candidò alle primarie del Partito Democratico, indette per decidere il candidato sindaco del centrosinistra, e nonostante non fosse il candidato sostenuto dalla maggioranza del partito perse di soli 452 voti contro Valeria Valente. Bassolino, che nel 2017 lasciò il PD, è sostenuto da cinque liste tra cui Azione, il partito di Carlo Calenda, e negli ultimi anni ha affrontato 19 processi, molti dei quali riguardavano presunte irregolarità nella gestione regionale del ciclo rifiuti. È sempre stato assolto.

Antonio Bassolino (ANSA / CIRO FUSCO)

Manfredi, Maresca, Clemente e Bassolino sono i quattro candidati che si sfideranno per un posto al ballottaggio. Secondo i sondaggi Manfredi ha un discreto vantaggio su Maresca, seguito a poca distanza da Bassolino, mentre Clemente – sostenuta da tre liste, tra cui quella di Potere al Popolo, movimento di sinistra fondato proprio a Napoli – è la quarta forza che potrebbe essere decisiva in caso di secondo turno, considerato molto probabile dato un numero così alto di candidati. Oltre ai quattro già citati, ce ne sono altri tre: Matteo Brambilla si presenta a capo della lista “Napoli in movimento. No alleanze” che riunisce gli esponenti “duri e puri” del Movimento 5 Stelle; Rossella Solombrino, 36 anni, è candidata per la lista Movimento 24 Agosto Equità Territoriale; Giovanni Moscarella di Movimento 3 V – Vaccini Vogliamo Verità, guida una lista dichiaratamente “no vax”.

A Napoli, come in altre città al voto in questo giro di amministrative, non è stata una campagna elettorale dai toni particolarmente appassionati. Sembra esserci una sorta di sospensione, di attesa nei confronti di un tema concreto su cui misurarsi per davvero. Si è discusso molto della difficile situazione finanziaria e poco di come ripensare la sanità territoriale dopo la pandemia, di cosa si intenda per transizione ecologica in un contesto cittadino, delle possibili nuove grandi opere, della strategia a lungo termine per le reti dei trasporti pubblici, di come sfruttare le fortune di cinema, musica e letteratura che negli ultimi anni hanno trasformato Napoli in una città assai influente nella produzione culturale italiana.

«Candidature, programmi, dibattiti stentano ad imporsi all’opinione pubblica. C’è odore di cloroformio» ha scritto lo storico Paolo Macry in un editoriale sul Corriere del Mezzogiorno. «Napoli, che pure si appresta a un voto di grande importanza, una sorta di Anno Zero dopo i guasti del decennio demagistrisiano, che appare al bivio tra una vera e propria ripartenza oppure una crisi senza ritorno, appare invece estraniata, stanca, quasi indifferente, come indicano nei sondaggi le alte percentuali di incerti e astensionisti».

(ANSA / CESARE ABBATE)

È stato marginale un tema centrale come il turismo, cresciuto in modo scomposto e vistoso, come in molte altre grandi città europee. I dati delle presenze negli alberghi dicono che ogni anno arrivano a Napoli 4 milioni di turisti, a cui vanno aggiunti gli ospiti nelle centinaia di B&B improvvisati e più o meno abusivi, che hanno trasformato il centro storico e gradualmente sfrattato migliaia di persone verso le periferie. Per i proprietari affittare la casa ai primi turisti che capitano su Airbnb è più conveniente che firmare un contratto a lungo termine. «Abbuffata, ‘ntufata: Napoli come fa la pioggia con le pietre di tufo si è gonfiata, ma di turisti», scriveva Ciro Pellegrino, giornalista di Fanpage, all’inizio del 2020. «Chissà se uno dei progetti del nuovo sindaco nel 2021 non sarà proprio quello di porre il tema di questo Nuovo Oro di Napoli».

I timori di Manfredi – non riuscire a mantenere le promesse – sono condivisi tra tutti gli avversari. Solitamente i primi cento giorni di un sindaco sono un periodo di grande libertà: il mandato è appena iniziato e si possono osare scelte coraggiose, anche al rischio di qualche polemica. «Invece a Napoli i primi cento giorni del prossimo sindaco saranno di sangue, sudore e lacrime», spiega al Post l’economista Ugo Marani, professore dell’università Orientale e tra i maggiori conoscitori del bilancio del comune. Lui stesso non sa quantificare con esattezza a quanto sia arrivato il debito. «La mia stima va da 4 a 4,3 miliardi di euro. Manfredi ne ipotizzava 5,2, ma c’è chi dice 2,6. In qualsiasi caso chi governerà sarà ingessato, bloccato».

Quando de Magistris venne eletto sindaco per la prima volta, dieci anni fa, si ritrovò a gestire debiti per 800 milioni di euro accumulati dalle amministrazioni del passato: il consorzio Cr8, incaricato dei lavori successivi al terremoto dell’Irpinia del 1981 durante la fase di commissariamento del governo, attende ancora 100 milioni di euro e altri 50 milioni risalgono all’emergenza rifiuti del 2008. Dal 2012 il comune è in una situazione che tecnicamente viene definita di pre-dissesto, una procedura di riequilibrio finanziario autorizzata dalla Corte dei Conti e che consente di accedere a un fondo specifico per pagare i debiti.

All’epoca le condizioni stabilite prevedevano un prestito da 220 milioni da restituire in dieci anni a fronte di un risanamento attraverso la vendita del patrimonio, soprattutto immobiliare, il taglio delle spese e un aumento delle entrate. De Magistris avrebbe voluto spalmare il debito nei prossimi trent’anni: ad aprile il tentativo è stato bloccato dalla Corte costituzionale che lo ha giudicato illegittimo. «Nel frattempo il comune non è stato capace di riscuotere le tasse, le multe, e di gestire il patrimonio pubblico, ovvero la quantità incredibile di immobili», continua Marani. «Senza contare la pessima gestione delle società partecipate e l’introduzione di meccanismi di copertura del debito attraverso derivati finanziari, su cui vanno pagati gli interessi».

I dati dell’ultima relazione al bilancio preparata dai revisori dei conti del comune dimostrano la strutturale incapacità di mantenere l’equilibrio economico. Perché al di là dei tagli e dei maldestri tentativi di manovre ultradecennali, il comune di Napoli non riesce a riscuotere i soldi che gli spetterebbero immediatamente, come quelli delle multe. Nel 2020 ha riscosso 19,6 milioni di euro di sanzioni del codice della strada, il 15,9 per cento dei 123 milioni accertati. Tutti i crediti non riscossi vanno a finire nella voce “residui attivi”: alla fine del 2019 erano stati accumulati 802 milioni di euro di multe non incassate negli anni precedenti, 905 milioni di tariffa rifiuti e 236 milioni di IMU, la tassa sugli immobili.

Le conseguenze le pagano tutti. Diego Civitillo, presidente della decima municipalità, che amministra i quartieri di Bagnoli e Fuorigrotta, dove abitano quasi 100mila persone, dice che «è stato tagliato tutto il tagliabile». Parla di piccoli progetti legati a «decoro, manutenzione del verde pubblico e pulizia stradale», perché senza soldi è difficile ragionare su altro e in particolare su quella che è considerata la grande incompiuta della sua municipalità, l’ex area industriale di Bagnoli. Dagli anni Novanta si discute senza risultati della bonifica dell’area, che ha ospitato per buona parte del Novecento grandi stabilimenti tra cui, soprattutto, un’acciaieria dell’ILVA. I lavori hanno subìto ritardi e complicazioni tra società fallite, modifiche nei progetti, indagini e sequestri, e ancora oggi l’area di Bagnoli non è stata del tutto bonificata.

I tagli non hanno inciso solo sulle prospettive, ma anche sulla quotidianità. In cinque anni i fondi per le politiche sociali di tutto il comune sono stati dimezzati, da 90 a 45 milioni di euro. Ci sono pochi asili nido e poche maestre, con la domanda di posti che è cresciuta in modo significativo negli ultimi anni. In quartieri con decine di migliaia di abitanti gli assistenti sociali sono quattro, al massimo cinque. La qualità e la capillarità del trasporto pubblico sono scarse, così come la pulizia delle strade: mancano gli spazzini e i giardinieri. «Ormai si lavano le strade quasi una volta al mese», dice Francesco Chirico, presidente della seconda municipalità. «All’inizio del mandato avevo 34 giardinieri, oggi solo uno. Per curare un parco abbiamo fatto un accordo con un’associazione di volontari».

Dal parco Viviani, una delle poche aree verdi del centro, che scende dall’Arenella verso il trafficato corso Vittorio Emanuele, si può ammirare un panorama su quasi tutta la città e sul Vesuvio. Quando l’associazione ​​N’Sea Yet (“non si butta”, in napoletano) prese in gestione la manutenzione del frutteto all’interno del parco, si riusciva a malapena a entrare. Dappertutto c’erano sacchetti, bottiglie di plastica, vecchi giochi, lattine, rifiuti ingombranti, e tutto era ricoperto dai rovi. I volontari hanno ripulito e su uno dei terrazzamenti del parco hanno piantato fichi, gelsi, mandarini, un mandorlo.

«Vogliamo sensibilizzare le persone sull’importanza di mantenere il bene pubblico e salvaguardare gli angoli di natura in città», spiega Dario Catania dell’associazione ​​N’Sea Yet. Purtroppo il lavoro dei volontari è stato parzialmente distrutto in due raid vandalici: sono state sradicate piante e sono stati danneggiati gli attrezzi. «È anche questo un risultato della mancanza di fondi del comune», continua Catania. «Noi aiutiamo in parte a sopperire all’assenza di giardinieri, ma senza soldi non si può istituire un minimo servizio di vigilanza del parco. Possiamo metterci energie e idee, più di questo diventa difficile».

Secondo un sondaggio realizzato da Ipsos per il Corriere del Mezzogiorno, tra le priorità dei napoletani ci sono proprio l’ambiente, la raccolta dei rifiuti e il decoro urbano; anche il lavoro, ovviamente, nella provincia con la più alta incidenza di richieste di reddito di cittadinanza, oltre al traffico, come in tutte le altre grandi città, e la sicurezza. «Le priorità e i relativi problemi sono così tanti che fare un elenco diventa complicato», ha detto Gaetano Manfredi durante un incontro elettorale alla fondazione Valenzi. «Senza un bilancio sano non si può amministrare una città perché non c’è possibilità di pagare nei tempi giusti, di reclutare il personale, di fare scelte programmatorie. Purtroppo sono argomenti non popolari, perché i cittadini vogliono risposte concrete sui fatti quotidiani».

Tra le altre cose, Manfredi sostiene che vada cambiato il sistema di raccolta dei rifiuti, che servano più asili nido, e auspica per Napoli Est, un’enorme ex area industriale nei quartieri di Barra, San Giovanni, Ponticelli, Gianturco e Poggioreale, una grande trasformazione urbana, luoghi per l’industria e l’innovazione tecnologica, e nuove abitazioni per le giovani coppie. Servono tanti soldi e per trovarli, anche sfruttando i fondi PNRR, il Piano nazionale di ripresa e resilienza da 210 miliardi di euro provenienti dal Recovery Fund, servono nuove assunzioni. «Il personale è molto anziano e fortemente sottodimensionato rispetto alla città», ha detto Manfredi. «Senza una nuova organizzazione della macchina amministrativa sarà difficile bandire le gare, seguire le progettazioni e quindi fare nuove opere».

I dipendenti del comune di Napoli sono 4.600. All’inizio del primo mandato di de Magistris erano dodicimila, mentre quando governava Bassolino, negli anni Novanta, erano 21mila e arrivavano a 60mila con le società partecipate. Le ultime statistiche disponibili, aggiornate al 2014, dicono che all’epoca il 44 per cento aveva almeno 60 anni e che il 45 per cento aveva solo la licenza media. Da allora la situazione è peggiorata.

Nei lunghi corridoi del Parco Quadrifoglio, il grande edificio a forma di cubo bianco e rosso nel quartiere Soccavo, dove si trova l’ufficio anagrafe del comune di Napoli, non si incontra nessuno. Molte stanze sono vuote: qui fino a pochi anni fa lavoravano 250 persone, ora ne sono rimaste quaranta. «In tutto mancano seimila teste», dice con una certa schiettezza Danilo Criscuolo, segretario della Funzione Pubblica Cgil del comune di Napoli. «Abbiamo bisogno di una nuova leva di professionisti, architetti e ingegneri, e anche di operai e assistenti sociali. Come sindacato abbiamo chiesto un piano straordinario di assunzioni». Nell’ultimo consiglio comunale è stata approvata l’assunzione di 979 nuovi dipendenti distribuiti in diversi settori tra cui la Polizia locale e i servizi sociali, ma non basteranno per garantire i servizi.

«Ci vuole coraggio a prendersi carico della situazione di Napoli in questo momento», ha ammesso Catello Maresca. «È una città sofferente, completamente disastrata, e non si sa nemmeno da dove iniziare». Maresca spiega che, se vincerà, per prima cosa dovrà lavorare per assicurare agibilità «finanziaria e umana». Durante la campagna elettorale ha chiesto un’operazione di trasparenza sui conti del comune e ha detto che l’unico modo per affrontare le conseguenze del passato è favorire le condizioni per un intervento dello Stato, come prevede anche il patto per Napoli firmato da Manfredi. Tra le altre cose, secondo Maresca va «rimesso in piedi l’ufficio di riscossione» anche con una «sinergia tra pubblico e privato». Con nuove risorse, il suo obiettivo è garantire più sicurezza e occuparsi della città a partire dal centro, che ha definito «una pattumiera a cielo aperto».

Nelle ultime settimane Antonio Bassolino ha raccontato più volte che quando era sindaco e vedeva una buca per strada chiamava la segreteria di palazzo San Giacomo e la sera stessa, sulla strada del ritorno, la buca non c’era più. «Se vogliamo che si ristabilisca fiducia e partecipazione dei cittadini dobbiamo pensare alle piccole cose della vita quotidiana, a riparare le buche: oggi la città è scassata», ha detto durante un incontro alla fondazione Valenzi. Bassolino sostiene che la riorganizzazione della macchina comunale sia più importante rispetto al tema del debito. Bisognerebbe assumere agronomi, geologi, architetti, ingegneri, tecnici, economisti capaci di presentare i progetti, fare le gare di appalto e rendicontare, in trasparenza: «Altrimenti non riusciremo a spendere i soldi del PNRR entro il 2026, anno che coincide con la fine del mandato. È una grande opportunità».

(AP Photo/Gregorio Borgia)

La città metropolitana ha presentato progetti per 227 milioni di euro che dovranno essere gestiti dal prossimo sindaco. «La vera crisi di questa crisi sarebbe sprecarla», è uno degli slogan ripetuti da Alessandra Clemente, che punta su un programma a dimensione di quartiere con attenzione ai servizi essenziali come gli asili nido, i centri anziani, le case della salute, trasporti pubblici migliori e nuovi parchi. «Con questi servizi Napoli diventerà una città europea».

Cinque anni fa a Napoli votò il 57,2 per cento degli aventi diritto al primo turno e solo il 37,9 per cento al ballottaggio. Le conseguenze di una bassa affluenza spaventano i candidati sindaci, soprattutto i possibili favoriti, perché con una vittoria parziale aumenteranno i rischi di un’estesa e profonda insoddisfazione quando si dovranno fare scelte impopolari per tentare di recuperare un bilancio che sembra irrecuperabile.