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  • mercoledì 22 Settembre 2021

Il cinema e la tv a Napoli dopo “Gomorra”

Su The Passenger lo sceneggiatore Peppe Fiore spiega come negli ultimi anni il capoluogo campano sia diventato una terra di set

Negli ultimi cinque anni a Napoli sono state realizzate circa un migliaio di produzioni cinematografiche, televisive e pubblicitarie, più che in qualsiasi altro capoluogo italiano. Già negli anni Novanta la città si era distinta nel mondo del cinema per giovani registi (Paolo Sorrentino, Antonio Capuano, Mario Martone, Pappi Corsicato), ma grazie alla serie Gomorra la sua presenza nel mondo di film e tv è aumentata tantissimo, con importanti conseguenze sia per i napoletani che per chi lavora nel settore. Lo spiega lo scrittore e sceneggiatore Peppe Fiore sul nuovo numero di The Passenger, il libro-rivista su paesi e città del mondo della casa editrice Iperborea, dedicato a Napoli e in libreria da oggi. Pubblichiamo un estratto del suo articolo.

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Sotto ogni riconfigurazione di un sistema culturale c’è un sistema di concause proporzionalmente complesso, faglie di tensione carsiche che attraversano gli anni, prima di produrre il sisma. Nel nostro caso il sisma si chiama Gomorra – La serie (2014): il prodotto che ha dato a Napoli una visibilità internazionale mai sperimentata prima: «Gomorra ha individuato una narrazione tipicamente napoletana senza mai essere oleografica, con una ricerca dei luoghi di Napoli che sono realmente internazionali. Ha mostrato a tutti che Napoli è una delle città più contemporanee del mondo.» (Fortunato Cerlino, attore e scrittore)

Sull’impatto, o presunto impatto, di Gomorra sull’immaginario collettivo si è ragionato e polemizzato tantissimo. Qui ci interessa dire che per chi si occupa di audiovisivo a Napoli esiste un prima e un dopo Gomorra. «Gomorra è stata la più grande scuola di formazione per maestranze mai vista a Napoli. Arrivavano i capireparto forti da Roma che prendevano gente del posto. Chi ha iniziato la prima stagione di Gomorra come manovale oggi è secondo aiuto elettricista. Se sei anni fa a Napoli avevamo tre elettricisti bravi, adesso ne abbiamo dodici.» (Walter de Majo e Alessandro Elia, produttori)

Scampia, Napoli, 2013. Una scena della prima stagione di “Gomorra”con Salvatore Esposito nei panni di Gennaro Savastano mentre segue il funerale di un componente del clan; a Napoli i cortei di motorini ai funerali sono una vista frequente (Mario Spada – Prospekt Photographers)

(…) Gomorra e il suo sterminato indotto territoriale – moltiplicato per le cinque stagioni della serie – hanno aiutato a strutturare un sapere diffuso ma pulviscolare già sedimentato in generazioni di professionisti dello spettacolo a Napoli. Arrivando anche a creare ex novo figure che prima non esistevano.

«Io faccio l’assistente volontario a Poggioreale. Ho preso qualche ragazzo che ha avuto una vita burrascosa. Uno che aveva il vizio del gioco, un pizzaiolo che aveva perso il lavoro. Iniziamo 48 ore prima del set a mettere i divieti sulle location. Quando arrivano i mezzi della produzione, noi li facciamo parcheggiare. Automaticamente durante tutte le riprese va in atto la guardiania. Questi ragazzi mi danno grande soddisfazione. È la famosa alternativa che dovrebbe dare il governo.» (Peppe Cioffi, prevenzione e guardiania)

Caivano, Napoli, 2007. Una scena del film “Gomorra” che non è mai stata montata, girata in un vero cantiere edile (Mario Spada – Prospekt Photographers)

Su un livello più profondo, ogni volta che si parla di Gomorra con chi conosce bene il contesto affiora un implicito, che riguarda il modo in cui l’antropologia sommersa della città ha capito che l’industria del cinema era un’occasione e ha risposto alla chiamata. «Nell’87 per girare a Scampia dovevi prima parlare con il boss locale. Gomorra ha creato una dinamica nuova: i produttori hanno responsabilizzato il territorio. Il punto di svolta di Gomorra è: io vengo a casa tua per raccontare una storia di casa tua, non ti chiedo il permesso di girare ma ti faccio lavorare, e tu stai con me. I problemi che ha avuto Garrone con il suo film oggi sarebbero impensabili.» (Raffaele Cortile, location manager)

(…) Da Gomorra in poi è stato un sistema virtuoso, che ha prodotto casi emblematici come Castel Volturno, in cui cronaca criminale e cronaca culturale si sono condizionate a vicenda. «Castel Volturno era il regno dei casalesi. Poi la strage degli immigrati [il clamoroso massacro camorrista di sei nigeriani innocenti e di un pregiudicato sospettato di essere un informatore a Baia Verde, frazione di Castel Volturno, nel 2008, N.d.R.] ha invertito il corso della storia: lo stato ha reagito e ha decapitato un clan che decideva vita, morte e miracoli di tutti. Venuti meno i casalesi il territorio si è trovato libero da dinamiche mafiose e caso vuole che registi come Garrone e De Angelis abbiano colto il potenziale narrativo di questi luoghi. Oggi Castel Volturno è un set a ciclo continuo. Negli ultimi anni si fanno tre film interi all’anno. Ci sono trenta ragazzi che lavorano nel cinema stabilmente. Professionalità inventate da zero. Qualcuno lavora per diventare il nuovo Garrone. La Campania ne ha quattro o cinque di posti così. Il prossimo, per me, è il Cilento.» (Raffaele Cortile)

Napoli, 2006. Sul set della serie “La Squadra”di Rai Tre; Andrea Marrocco al trucco, allo specchio un’immagine dell’attore statunitense Al Pacino (Mario Spada – Prospekt Photographers)

L’audiovisivo come volano di legalità: se ne è parlato molto ma, se questo è vero, è cinicamente vero pure che per chi fa il lavoro di Francesco o il mio, Gomorra è prima di tutto un problema, nella misura in cui non solo ha trasformato Napoli – e l’hinterland in particolare – in una galassia di location di Gomorra (48 episodi sono tanti, e manca ancora la quinta stagione…), ma ha prosciugato anche il parco attori, molti bravissimi, che in fase di casting finisci per scartare perché troppo legati all’immaginario della serie. O, almeno, così si tende a pensare in via pregiudiziale. Perché, invece, forse la realtà sarebbe molto meno problematica. «Chi fa il cinema sopravvaluta la memoria dei luoghi: lo spettatore quando è travolto dalla storia non si mette a pensare dove ha già visto quegli ambienti. Io sull’aspetto di verginità delle location sono da sempre scettico. E sul presunto “Gomorra style” vedo grande semplificazione. Non solo degli autori, anche nella critica e nel giornalismo: rifiuto questa specie di ossessione per cui bisogna trovare sempre una reference per tutto.» (Nicola Giuliano)

In effetti, chiunque abbia frequentato cinema e tv sul fronte creativo si è scontrato con il feticismo della reference. Per presentare un progetto, per convincere un’emittente o per giustificare un personaggio o una scena con l’editor scettico di turno, il primo istinto è sempre quello di aggrapparsi a qualcosa che esiste già («Il nostro protagonista è un po’ Walter White di Breaking bad, un po’ Vic Mackey di The shield, un po’ quello di Peaky blinders»). Personalmente sospetto che si tratti di una specie di dazio che l’effimero cinematografico è costretto a pagare alla sua gravitas industriale: una cosa impalpabile come l’idea di un film o di una serie ha bisogno di padri nobili per giustificare i tantissimi soldi che costerà (e gli interessi in gioco, e gli inevitabili scazzi).

Ma al netto del Gomorra style e tornando a Napoli, è oggettivo che la serie abbia generato un’onda anomala di attenzione sulla città. E una sfilza di casi studio: da un oggetto squisitamente postmoderno come Ammore e malavita (2017) dei romanissimi Manetti Bros che fa incetta di David, a Ferzan Özpetek che gira Napoli velata, al recente biopic Rai Carosello Carosone (2021) scritto dai due sceneggiatori romani Francesca Serafini e Giordano Meacci, girato dal regista torinese Lucio Pellegrini, al fenomeno addirittura globale che è L’amica geniale di Elena Ferrante.

Pozzuoli 2021. Lo scrittore sceneggiatore Peppe Fiore, a sinistra, e il regista Francesco Lettieri, citato come “Francesco” nell’estratto (Mario Spada – Prospekt Photographers)