La discarica di Agbogbloshie in Ghana.(Gioia Forster/dpa)

I nostri rifiuti continuano a riempire le discariche in Africa, illegalmente

I frequenti sequestri di container diretti in Senegal, Nigeria, Ghana e altri paesi sono un pezzo di un fenomeno in aumento

La discarica di Agbogbloshie in Ghana.(Gioia Forster/dpa)

Il 3 settembre, nel porto di Salerno, sono state sequestrate 16 tonnellate di rifiuti speciali, in parte anche pericolosi, dirette in Africa. Nei container c’erano 200 motori di scooter che in parte erano stati smontati, altri ancora fissati ai telai. C’erano dischi dei freni, manubri, ruote, marmitte, batterie: in tutto 850 parti di moto assieme a otto motori di auto e 30 tra sterzi, ammortizzatori, gruppi frenanti. I motori e molte parti smontate erano ancora intrise di lubrificanti mentre la spedizione era accompagnata da una dichiarazione di avvenuta bonifica. Sette società, con sede tra Lazio e Puglia, sono state denunciate per falsità ideologica, traffico illecito di rifiuti e violazione del testo unico ambientale.

Il sequestro nel porto di Salerno è solo l’ultimo caso di un enorme traffico di rifiuti tra l’Italia, ma più in generale, l’Europa, e i porti africani. A Torino, il 30 agosto, l’Agenzia delle Dogane aveva sequestrato un container diretto in Ghana carico di rifiuti elettrici ed elettronici che, invece di seguire il normale iter di smaltimento, era pronto per essere spedito verso discariche abusive del Paese africano. Nel porto di Genova, a luglio, erano state sequestrate 57 tonnellate di rifiuti speciali stivate in nove container che avrebbero dovuto ospitare masserizie. Nascosto dietro al materiale edile c’era un grande quantitativo di pneumatici fuori uso, estintori, bombole di GPL, batterie, pannelli solari, cellulari.

Quello del traffico illecito di rifiuti verso l’Africa è un fenomeno che  aumenta nonostante i sequestri e le denunce. Secondo l’Agenzia delle Dogane, nel 2020 i rifiuti sequestrati per traffico illecito verso l’estero sono triplicati: da 2.251 tonnellate del 2019 a 7.313 tonnellate dello scorso anno. I profitti per le organizzazioni criminali sono altissimi, i rischi contenuti: i rifiuti vengono raccolti dalle aziende che devono sbarazzarsene, chi gestisce il traffico si fa pagare per lo smaltimento, e poi li spedisce altrove, eludendo i controlli doganali.

Dai porti italiani, in particolar modo quelli della Campania, continua a partire un grande flusso di rifiuti illegali che spesso, per aggirare le leggi, sono mescolati ad altri, legali. Nei container c’è di tutto: plastica, carta, parti di automobili e moto, materiali  Raee (Rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche). Ma anche rifiuti urbani e cosiddetti ingombranti. E rifiuti pericolosi che contengono mercurio, arsenico, fosforo, spesso maneggiati da bambini e ragazzini che lavorano nelle immense discariche per il recupero di alluminio e rame.

I Paesi di destinazione coinvolti sono il Senegal, il Gambia, il Togo, la Sierra Leone, la Nigeria ma soprattutto il Ghana dove, alla periferia di Accra, c’è la più grande discarica di rifiuti elettronici al mondo, quella di Agbogbloshie. Si calcola che nell’immensa discarica siano finiti più di 250 milioni di tonnellate di rifiuti elettronici provenienti, almeno per l’85%  dall’Europa. La Convenzione di Basilea entrata in vigore nel 1992, sul controllo dei movimenti oltre frontiera dei rifiuti pericolosi e sulla loro eliminazione, definisce «criminale» il traffico di rifiuti pericolosi verso i paesi in via di sviluppo. È facile però aggirare le norme: la Convenzione stabilisce infatti un’eccezione per i rifiuti elettronici che saranno riparati subito dopo l’arrivo. Basta definire i rifiuti come «elettronica di seconda mano» per eludere i controlli per far entrare i container nel paese.

La discarica di Agbogbloshie in Ghana.(Gioia Forster/dpa)

Disse nel 2019 l’ex ministro dell’Ambiente Sergio Costa: «L’Africa non può essere la nostra pattumiera. Esiste un efficiente sistema di raccolta e riciclo nel nostro paese, se ci sono delle falle lo verificheremo». Costa disse questa frase commentando un’operazione della Guardia di Finanza che aveva seguito il viaggio di rifiuti elettronici dall’Italia all’Africa. Il ministero pubblicò una nota:

«Computer, monitor, stampanti e telefonini invece di essere correttamente smaltiti vengono inviati illegalmente in Africa e Asia. Seguendo il viaggio degli apparecchi elettronici scartati piazzando cimici Gps si è visto ad esempio che alcuni pc e monitor gettati in Italia sono stati rivenduti in negozi dell’usato in Nigeria e in Ghana. Purtroppo molti dei rifiuti che prendono la strada dei paesi in via di sviluppo vengono bruciati per estrarne i materiali preziosi, rilasciando sostanze tossiche nell’ambiente».

I sequestri di rifiuti illegali sono stati 541 nel 2020 (contro i 373 del 2019). Sono avvenuti soprattutto in Campania (60%), ma anche in Liguria (21%). I rifiuti però provenivano da ogni parte d’Italia. Chi si affida al traffico illecito lo fa per evitare i costi di recupero e smaltimento. Le esportazioni illecite viaggiano spesso con voci di copertura: si dichiara un materiale e poi invece all’interno dei container si trova tutt’altro. Quando i rifiuti vengono mischiati è poi impossibile risalire alla provenienza, e quindi anche al livello di contaminazione.

Secondo Legambiente tra Europa e Stati Uniti solo il 17% dei  Raee viene trattato in loco. È stato calcolato che in un paese africano possono arrivare anche 500.000 dispositivi elettronici da gestire in un mese. Secondo calcoli del Sole 24 Ore, lo smaltimento regolare di una tonnellata di plastiche e gomme può costare tra 200 e 250 euro. Seguendo la via illegale, la spesa non supera i 100-150 euro. Scrive Il Sole 24 Ore   che secondo una relazione dell’Europol sulle principali minacce criminali , il traffico illegale di rifiuti è tra i più redditizi dopo il traffico di droga, la contraffazione e la tratta di esseri umani.

Come spiega Maria Teresa Imparato, membro della segreteria nazionale di Legambiente e presidente di Legambiente Campania, «purtroppo in Italia la filiera di economia circolare è ancora troppo limitata, mancano gli impianti. E questo purtroppo favorisce il traffico illegale. Se ci fossero più impianti la filiera virtuosa e legale crescerebbe e questo sarebbe il miglior contrasto all’attività illegale».

A gestire il traffico, secondo Legambiente, sono clan della criminalità organizzata: «i loro interessi, però», continua Imparato, «si intrecciano con quelli di colletti bianchi sia in Italia sia all’estero. Fortunatamente l’aumento dei controlli sta portando ultimamente a dare colpi sempre più duri ai trafficanti. Ma, ripeto, servono più impianti. Oltretutto, purtroppo, stando così le cose, gli imprenditori onesti si trovano ad affrontare una pesante concorrenza sleale».

Ci sono poi casi in cui il traffico illegale viene scoperto una volta arrivato nel porto di destinazione. A Sousse, in Tunisia, sono fermi, sotto sequestro, 282 container partiti dal porto di Salerno. La vicenda iniziò nell’autunno del 2019 quando venne firmato un contratto tra un’azienda italiana con sede a Polla, in provincia di Salerno, la Sviluppo Risorse Ambientali, e un’azienda tunisina, la Soreplast. Il contratto parlava dell’invio di 120.000 tonnellate di rifiuti non pericolosi ma l’Agenzia delle Dogane tunisina, durante un controllo, scoprì che nei container non c’erano rifiuti plastici come dichiarato ma scarti di ogni tipo provenienti dalla raccolta differenziata domestica, non destinati al recupero ma allo smaltimento in discarica o all’incenerimento.

Si tratta di una tipologia di rifiuti che secondo gli accordi internazionali non può essere esportata tra paesi comunitari ed extracomunitari. Inoltre la società tunisina risultò essere una società fantasma. I container sono così fermi in porto da molti mesi. Secondo le norme devono tornare in Italia, ma esiste una disputa tra Tunisia e Italia su chi debba pagare il rimpatrio e soprattutto il sequestro preventivo nel porto di Soussa che costa, secondo le stime, 26.000 euro al giorno. «Un caso analogo risale a 30 anni fa», dice ancora Imparato, «e allora il ministero pagò le spese per poi rivalersi sulla società che aveva messo in atto la frode».

Tra i vari traffici illegali di rifiuti ce n’è uno che sta fruttando moltissimo ai clan criminali: è quello della rivendita di pannelli fotovoltaici ormai esausti venduti come nuovi a governi di paesi africani. Le organizzazioni criminali intascano così parte dei finanziamenti decisi dalla Banca africana di sviluppo che entro il 2025 intende portare elettricità a 900.000 cittadini in vari paesi. Lo smaltimento di una tonnellata di pannelli fotovoltaici esausti costa 400-500 euro. L’organizzazione criminale offre all’imprenditore che deve liberarsene la possibilità di aggirare la legge falsificando le matricole e facendo apparire i pannelli come usati ma ancora funzionanti, o anche nuovi. In questo modo l’imprenditore non solo non spende per lo smaltimento, ma guadagna dalla vendita. I container, carichi di tonnellate di pannelli fotovoltaici, partono così dall’Italia e arrivano nei porti africani dove vengono smistati grazie a funzionari doganali corrotti.