(Antonio Masiello/Getty Images)
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  • domenica 29 Agosto 2021

I milioni di vaccini che l’Italia non vuole

Sono attese 26 milioni di dosi di AstraZeneca, ma le consegne sono state bloccate su richiesta delle regioni che non le somministrano più: non è chiaro cosa ne farà il governo

(Antonio Masiello/Getty Images)

All’inizio di marzo il presidente del Consiglio Mario Draghi bloccò l’esportazione di 250mila dosi del vaccino AstraZeneca pronte per essere spedite verso l’Australia: le dosi bloccate erano state infialate nello stabilimento dell’azienda Catalent di Anagni (provincia di Frosinone), che lavora per la casa farmaceutica anglo-svedese. Diversi osservatori la definirono una «mossa forte e decisa», accolta con soddisfazione dall’opinione pubblica in un periodo in cui ogni singola dose del vaccino era considerata un bene prezioso.

Non è più così. L’Italia ha quasi smesso di utilizzare i vaccini di AstraZeneca e Johnson & Johnson nonostante ci siano ancora milioni di persone non vaccinate nelle fasce di popolazione per cui sono raccomandati: nel terzo trimestre del 2021 è prevista la consegna di milioni di dosi che le regioni non vogliono, e non è ancora chiaro come l’Italia deciderà di gestire questa sovrabbondanza di vaccini.

Un significativo calo delle somministrazioni di AstraZeneca era avvenuto a partire da metà giugno, in seguito all’ultima raccomandazione del comitato tecnico scientifico (CTS) che venerdì 11 giugno aveva limitato la somministrazione del vaccino alle persone con almeno 60 anni di età.

La decisione del CTS era arrivata dopo le notizie di alcuni rari casi di sospetti effetti collaterali gravi in persone giovani che avevano ricevuto la prima dose del vaccino di AstraZeneca, che avevano rinnovato il dibattito e l’attenzione mediatica sulla sicurezza del farmaco. Il vaccino monodose di Johnson & Johnson non è stato interessato dalle limitazioni restrittive del CTS, che tuttavia ne aveva raccomandato la somministrazione a chi ha almeno 60 anni.

Sia l’Agenzia europea per i medicinali (EMA), sia l’Agenzia italiana del farmaco (AIFA) avevano più volte definito i vaccini basati sugli adenovirus (come quelli di AstraZeneca e Johnson & Johnson) sicuri ed efficaci, anche dopo alcuni rari casi di trombosi. Il minimo fattore di rischio si era rivelato più alto tra i giovani, e questo aveva indotto le autorità sanitarie italiane a consigliare l’uso del vaccino di AstraZeneca e Johnson & Johnson preferibilmente negli anziani. Superato il periodo di attenzione mediatica per i casi di trombosi, questi vaccini erano stati somministrati a milioni di persone senza che emergessero particolari problemi.

Le cose da sapere sul coronavirus

Ma il loro utilizzo è andato via via calando. Da una media di 60mila prime dosi giornaliere di AstraZeneca, all’inizio di maggio, si è passati, a metà giugno, a poco meno di mille al giorno fino a meno di duecento dosi utilizzate giornalmente in tutto il mese di agosto. Le somministrazioni sono pochissime perché le regioni hanno deciso di non utilizzare più questi vaccini, al punto di chiedere alla struttura commissariale la sospensione delle consegne, come comunicato a metà luglio.

Diverse regioni, per esempio il Lazio, avevano già chiarito che una volta conclusi i richiami di AstraZeneca avrebbero utilizzato solamente i vaccini di Pfizer-BioNTech e Moderna. Il rischio di far arrivare a scadenza le dosi di Johnson & Johnson aveva costretto le regioni a rispedire 315mila vaccini alla struttura commissariale.

In realtà i dati dicono che ci sarebbero ancora moltissime persone che potrebbero essere vaccinate con AstraZeneca e Johnson & Johnson: 1,7 milioni persone con più di 60 anni non hanno ancora aderito alla campagna vaccinale. Inoltre già da qualche settimana anche in Italia, come in molti altri paesi, sono in corso valutazioni sulla possibilità di somministrare una terza dose del vaccino oltre alle due già previste, in modo da prevenire l’eventuale riduzione nel tempo dell’efficacia. In Francia, per esempio, la terza dose sarà somministrata alle persone più anziane.

Fonti di AstraZeneca hanno spiegato al Post che già dalla metà di luglio la struttura commissariale aveva chiesto all’azienda di non consegnare più le dosi nei magazzini di Pratica di Mare, in Lazio, da dove partono verso gli hub vaccinali delle regioni, ma non è ancora chiaro come verrà gestita la fornitura di dosi prevista dai contratti europei: secondo l’ultima tabella pubblicata dal ministero della Salute, nel terzo trimestre del 2021 l’Italia dovrebbe ricevere 26 milioni di dosi di AstraZeneca e 15,9 milioni di dosi di Johnson & Johnson, di cui si attendono ulteriori 3,3 milioni di dosi nel quarto trimestre.

Una parte delle dosi di AstraZeneca non utilizzate dalle regioni italiane è già stata donata alla Tunisia, che alla fine di luglio ha ricevuto 1,5 milioni di vaccini provenienti dall’Italia. Lunedì 23 agosto il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, intervenuto al Meeting di Rimini, ha detto che altre 15 milioni di dosi saranno donate entro il 2021. «Nelle ultime settimane abbiamo facilitato donazioni di dosi a favore di paesi bisognosi del vaccino come Libia, Yemen, Albania, Libano, Kosovo e Indonesia», ha detto. «Questo nella consapevolezza che, in assenza di una copertura vaccinale ampia e sincronizzata tra le varie aree del pianeta, il rischio che il virus continui a mutare e a ripresentarsi rimane altissimo».

Al momento non è chiaro se per le donazioni annunciate da Di Maio verranno utilizzate le dosi di AstraZeneca previste dai contratti europei e finora rifiutate dalle regioni: contattata, la struttura commissariale italiana non ha dato risposte.