Combattenti talebani a Kabul, Afghanistan (AP Photo/Rahmat Gul)
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  • venerdì 20 Agosto 2021

Isolare i talebani sarà molto difficile

I paesi occidentali ci stanno provando, ma il gruppo è diventato abile nella diplomazia, e potrebbe trovare degli alleati interessati

Combattenti talebani a Kabul, Afghanistan (AP Photo/Rahmat Gul)

La settimana scorsa, qualche giorno prima che i talebani entrassero a Kabul e completassero la riconquista dell’Afghanistan, l’Alto rappresentante per la politica estera dell’Unione Europea, Josep Borrell, disse che se il gruppo islamista radicale avesse preso il potere con la forza avrebbe dovuto affrontare «l’isolamento e l’assenza di sostegno internazionale».
Dopo la caduta di Kabul, l’amministrazione statunitense di Joe Biden ha cominciato a mettere in atto questo isolamento, bloccando i fondi del governo afghano che dipendono dalle banche americane e cercando di evitare l’invio di aiuti economici previsto dal Fondo monetario internazionale prima della conquista.

Isolare diplomaticamente l’Afghanistan dominato dai talebani sarà comunque molto difficile, se non impossibile. Il gruppo è diventato politicamente più accorto rispetto a quando, oltre 20 anni fa, governò per la prima volta il paese, e soprattutto diversi altri governi, dalla Cina alla Russia, hanno sviluppato interessi di vario tipo nell’instaurare un rapporto o quanto meno nell’aprire un canale di comunicazione con il prossimo governo dell’Afghanistan.

Questo potrebbe consentire ai talebani di godere in futuro di un certo riconoscimento e perfino di sostegno internazionale, ma non è ancora detto: anche i paesi che si sono mostrati più aperti rimangono comunque molto sospettosi nei confronti del gruppo islamista radicale.

Quando i talebani governarono per la prima volta il paese, tra il 1996 e il 2001, l’Afghanistan era eccezionalmente isolato a livello internazionale: come ha ricordato l’Economist, godeva del riconoscimento di soli tre stati, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Pakistan, che comunque furono molto rapidi a tagliare tutti i legami dopo gli attentati a New York e Washington dell’11 settembre 2001, compiuti da al Qaida ma organizzati in Afghanistan.

Mentre preparavano la loro riconquista del paese, i talebani hanno lavorato intensamente per evitare di ritrovarsi nella stessa condizione di isolamento. Dal 2012, hanno un ufficio di rappresentanza politica a Doha, in Qatar, e nel corso degli anni hanno avuto rapporti diplomatici con diversi paesi – compresi gli Stati Uniti, durante i negoziati per l’accordo di pace di Doha, che oggi è considerato uno dei principali errori del governo americano nella gestione della guerra afghana.

Soltanto a luglio, rappresentanti dei talebani hanno avuto incontri con il governo russo a Mosca e con quello del Turkmenistan ad Ashgabat, la capitale del paese. Sono stati ospitati dall’Iran per tenere un dialogo di pace con l’allora governo afghano (non è andata benissimo, a quanto pare) e soprattutto hanno avuto un incontro di alto livello con il ministro degli Esteri della Cina, Wang Yi.

Da qualche tempo, e specialmente dopo la conquista, i talebani hanno anche cominciato a presentarsi come una forza più moderata e ragionevole, pronta a governare il paese in maniera equanime e a intrattenere rapporti internazionali pacifici, come hanno cercato di mostrare nella loro prima conferenza stampa dopo la presa di Kabul.

Le promesse dei talebani di pacificazione all’interno e all’estero vanno prese con un certo scetticismo, ma nonostante ciò diversi paesi hanno tenuto aperte le loro ambasciate a Kabul, e si sono detti pronti ad avviare un dialogo diplomatico con il nuovo governo, ad alcune condizioni.

I più importanti sono la Russia e la Cina. Entrambi sono avversari strategici dell’Occidente, e hanno accolto con una soddisfazione malcelata (soprattutto da parte cinese) l’umiliazione degli Stati Uniti, costretti ad abbandonare la loro ambasciata in tutta fretta e ancora impegnati in una complicata e caotica operazione di evacuazione da Kabul. Sui giornali cinesi, negli ultimi giorni si è parlato in maniera piuttosto diffusa del ritiro dall’Afghanistan come prova del declino americano.

La Cina condivide un piccolo confine con l’Afghanistan, ed è particolarmente interessata a ottenere più influenza nel cosiddetto “corridoio del Wakhan”, una lunga striscia di terra in Afghanistan che collega Cina, Afghanistan, Pakistan e Tajikistan, e dunque ha un importante valore strategico. La Russia, invece, ha un interesse storico nelle varie repubbliche ex sovietiche che si trovano ai suoi confini meridionali, e che confinano in buona parte con l’Afghanistan: il 17 agosto, due giorni dopo la conquista di Kabul, l’ambasciatore russo Dmitry Zhirnov è stato il primo diplomatico internazionale a incontrare i rappresentanti dei talebani nella capitale afghana.

Entrambi i paesi, dunque, hanno buone ragioni per mantenere i rapporti con il governo dell’Afghanistan – specie adesso che si è liberato dall’influenza degli Stati Uniti – e per includerlo, entro certi limiti, nella rispettiva sfera di influenza. Non significa necessariamente, come si è letto negli ultimi giorni, che il “vuoto” lasciato dagli Stati Uniti consentirà alla Cina o alla Russia di dominare l’Afghanistan o di esercitare un’eccezionale influenza sul paese.

Questo sia perché, come si è visto negli ultimi vent’anni di occupazione americana, dominare l’Afghanistan non è affatto semplice, sia perché tanto la Cina quanto la Russia hanno ragioni per sospettare dei talebani. Entrambi i paesi hanno seri problemi con il fondamentalismo islamico, di cui i talebani sono stati per decenni uno sponsor, e faticano a fidarsi delle rassicurazioni date loro di recente.

In particolare la Cina, che tiene oltre un milione di musulmani uiguri detenuti in campi di prigionia nella regione occidentale dello Xinjiang, ha ottenuto dai talebani rassicurazioni che vari gruppi insurrezionalisti uiguri non useranno l’Afghanistan come base per lanciare attacchi (ma anche gli Stati Uniti avevano ricevuto rassicurazioni simili poco prima dell’attentato alle Torri Gemelle, nel 2001).

Un altro paese che non ha mai davvero troncato i rapporti con i talebani, e che quasi sicuramente li manterrà anche ora che hanno conquistato l’Afghanistan, è il Pakistan, il cui governo, e in particolar modo l’esercito, che ha enorme influenza sulla gestione del paese, ha sempre mantenuto un rapporto di doppiezza: benché fosse ufficialmente alleato degli Stati Uniti, il Pakistan non ha mai smesso di aiutare e ospitare sul suo territorio i talebani durante gli anni dell’occupazione americana.

Dopo la caduta di Kabul, il primo ministro pakistano, Imran Khan, si è congratulato con il popolo afghano per aver «rotto le catene della schiavitù». È quasi certo che il Pakistan manterrà uno stretto rapporto con il governo dei talebani, anche perché l’esercito ritiene l’Afghanistan un territorio strategico in caso di conflitto con l’India, sulla base di una dottrina chiamata “profondità strategica”.

Nonostante questo, il Pakistan negli anni ha pagato molto caro il suo sostegno ai talebani: tra il 2002 e il 2016 circa 20mila civili pakistani sono morti in attacchi terroristici compiuti dai talebani pakistani, il cui gruppo si chiama Tehrik-i-Taliban e che, pur essendo distinto e spesso in disaccordo da quello dei talebani afghani, ha comuni legami con vari altri gruppi terroristici, per esempio al Qaida.

Anche l’Iran ha accolto con soddisfazione il ritiro americano dall’Afghanistan, benché i talebani siano un gruppo fondamentalista sunnita, mentre quello iraniano è un regime sciita. Ebrahim Raisi, il presidente appena nominato, ha celebrato la “sconfitta” degli Stati Uniti, ma secondo l’Economist il paese è messo a rischio dal regime talebano: il governo teme che, come era già successo vent’anni fa, l’Afghanistan riprenda a esportare illegalmente eroina a basso costo, e che i talebani ricomincino a perseguitare la minoranza sciita degli Hazara, cosa che potrebbe provocare un’ondata di profughi in Iran.

Diversi altri paesi, come per esempio la Turchia e alcune repubbliche ex sovietiche, hanno accolto positivamente le promesse di ragionevolezza dei talebani e potrebbero cominciare a intrattenere rapporti diplomatici con il loro regime in futuro. Perfino l’India, che in quanto nemica del Pakistan è violentemente contraria ai talebani, avrebbe aperto un canale di comunicazione informale con loro, almeno secondo i media locali.

L’Occidente è piuttosto unito nel rifiutare ogni contatto formale con il nuovo regime afghano, ma molto dipenderà da quanto i talebani riusciranno a rafforzarsi al potere. Se i talebani riusciranno a rimanere al governo – come sembra probabile, vista l’assenza, almeno per ora, di una forza che possa minacciare il loro dominio – mantenere il completo isolamento rischia di diventare sempre più difficile. Nel Regno Unito, per esempio, benché il primo ministro Boris Johnson abbia detto che «non vogliamo che nessuno riconosca bilateralmente i talebani», il ministro degli Esteri Dominic Raab ha riconosciuto che «dobbiamo essere pragmatici» perché i talebani «ora sono al potere e dobbiamo gestire questa realtà».

Anche Borrell, benché avesse minacciato l’isolamento e benché sia scettico sulle promesse di moderazione fatte dai talebani («Sembrano sempre gli stessi, ma parlano un inglese migliore»), ha detto dopo la conquista che bisognerà trovare il modo di aprire un dialogo con loro: «Dobbiamo metterci in contatto con le autorità di Kabul… qualunque siano».