Un campo profughi a Kabul, dove centinaia di afghani si sono rifugiati dopo aver abbandonato le proprie città conquistate dai talebani (Paula Bronstein /Getty Images)

Le espulsioni dei richiedenti asilo afghani in Europa

Germania e Paesi Bassi hanno deciso di sospenderle, vista la rapida avanzata dei talebani e le conseguenze umanitarie, unendosi a Finlandia, Svezia e Norvegia

Un campo profughi a Kabul, dove centinaia di afghani si sono rifugiati dopo aver abbandonato le proprie città conquistate dai talebani (Paula Bronstein /Getty Images)

Germania e Paesi Bassi hanno deciso di bloccare temporaneamente l’espulsione dei richiedenti asilo afghani la cui domanda era stata rifiutata, a causa della grave situazione dell’Afghanistan dove i talebani hanno ripreso il controllo di ampie zone del paese, in seguito al ritiro dei soldati statunitensi. La riconquista di territori dei talebani ha provocato esodi di massa dei civili, e si teme che nei prossimi mesi possa provocare una nuova ondata migratoria in Europa, come quella seguita alla guerra civile in Siria.

Proprio a causa della situazione critica nel paese, il governo afghano aveva chiesto all’Unione Europea di interrompere per almeno tre mesi i rimpatri forzati dei richiedenti asilo afghani che si trovano in Europa. Il 5 agosto i ministri dell’Interno di sei paesi europei, Austria, Belgio, Danimarca, Germania, Grecia e Paesi Bassi, avevano però scritto una lettera alla Commissione Europea in cui dicevano che le espulsioni sarebbero continuate nonostante gli appelli internazionali.

Nella lettera si affermava che l’interruzione delle espulsioni «invierebbe un segnale sbagliato ed è probabile che motiverebbe ancora più cittadini afghani a lasciare il proprio paese per venire in Europa». Adalbert Jahnz, portavoce della Commissione per gli affari interni, aveva replicato alla lettera dicendo che «spetta a ciascuno stato membro valutare individualmente se l’espulsione è possibile».

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L’11 agosto Germania e Paesi Bassi hanno però deciso di cambiare posizione, e di sospendere i rimpatri forzati. Horst Seehofer, ministro dell’Interno tedesco, ha difeso quanto aveva scritto nella lettera del 5 agosto, sostenendo che «coloro che non hanno diritto di soggiorno devono lasciare la Germania», ma ha aggiunto che «uno stato costituzionale ha anche la responsabilità di garantire che le espulsioni non diventino un pericolo per le persone coinvolte» e che perciò in questo momento è giusto interromperle. Un portavoce del ministero, Steve Alter, ha specificato che ad oggi in Germania ci sono circa 30mila afghani la cui domanda di asilo è stata respinta e che dovrebbero teoricamente essere rimpatriati.

La Germania non ha specificato quanto tempo durerà questa sospensione, mentre nei Paesi Bassi la sottosegretaria alla Giustizia, Ankie Broekers-Knol, ha detto in una lettera al parlamento che la sospensione delle espulsioni durerà sei mesi. La decisione di Germania e Paesi Bassi arriva dopo quella analoga presa già lo scorso luglio da Finlandia, Svezia e Norvegia, e dopo che la scorsa settimana l’Austria aveva deciso di non espellere un cittadino afghano in seguito a una richiesta della Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDU) che aveva esortato le autorità austriache a bloccare il rimpatrio a causa dei rischi che l’uomo avrebbe corso una volta tornato nel suo paese.

L’avanzata dei talebani in Afghanistan è avvenuta praticamente senza incontrare resistenze, e il debole governo afghano in questo momento non è in grado di fare molto per contrastarla, tanto che secondo l’intelligence statunitense i talebani potrebbero conquistare la capitale Kabul entro tre mesi. L’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani Michelle Bachelet ha esortato le parti in conflitto a interrompere i combattimenti e a instaurare negoziati di pace, sottolineando come in queste settimane ci siano stati centinaia di morti civili e segnalazioni di esecuzioni sommarie e violenze nei confronti di donne da parte dei talebani.

Nel fine settimana almeno 60mila persone, più della metà delle quali bambini, hanno abbandonato le loro case a Kunduz, una delle città più popolate dell’Afghanistan oltre che una città molto importante a livello strategico, conquistata domenica dai talebani: molte persone si sono rifugiate fuori dalla città, in accampamenti senza cibo, acqua o cure mediche, ha riferito la ong Save the children. In tutto nelle ultime due settimane più di 17mila persone hanno lasciato il nord del paese, ormai in mano ai talebani, per rifugiarsi a Kabul, ha detto Tamim Azimi, portavoce del ministero afghano per la gestione delle emergenze.