La slovena Janja Garnbret ai Mondiali di arrampicata in Giappone nel 2019.(Toru Hanai/Getty Images)
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  • lunedì 2 Agosto 2021

Guida all’arrampicata alle Olimpiadi

Come funziona, come ci è arrivata e perché il formato fa sì che il più forte arrampicatore al mondo non sia il favorito per l'oro

La slovena Janja Garnbret ai Mondiali di arrampicata in Giappone nel 2019.(Toru Hanai/Getty Images)

Per la prima volta nella storia, l’arrampicata sportiva è una disciplina olimpica ai Giochi di Tokyo, in un formato che prevede tre diverse specialità e che ha provocato delle gran discussioni tra gli atleti e gli addetti ai lavori. L’inclusione di una prova di velocità, una gara con funzionamenti e requisiti molto particolari e con la quale normalmente gli arrampicatori e le arrampicatrici professionisti non hanno niente a che fare, rischia di scombinare gli equilibri, penalizzando gli atleti che a tutti gli effetti sono i più forti al mondo.

L’arrampicata sportiva alle Olimpiadi si svolge tra martedì (qualifiche) e giovedì (finali), ed è strutturata in un modo semplice: c’è una competizione maschile e una femminile, uguali tra loro, ciascuna delle quali è composta da tre prove. Si moltiplicano le posizioni ottenute in classifica nelle tre discipline, e chi ha il punteggio più basso vince la medaglia d’oro.

La prima consiste nello scalare una parete di 15 metri, con le prese disposte in modo da formare una via molto difficile: l’arrampicata libera (che non vuol dire slegati, quella è il free solo). La seconda è il bouldering, che si fa su pareti – “blocchi” – di pochi metri (4,5 alle Olimpiadi) protetti non dalla corda ma da un materasso. La terza, quella la cui inclusione è stata molto controversa, è lo speed: in cui vince chi scala più in fretta una parete di 15 metri le cui prese sono sempre le stesse e disposte sempre nello stesso modo.

Breve storia dell’arrampicata sportiva
L’arrampicata sportiva ha una storia di quasi mezzo secolo. L’alpinismo, inteso come attività di conquista ed esplorazione delle grandi montagne, specialmente europee e himalayane, si praticava fin dalla fine dell’Ottocento. A partire dagli anni Sessanta cominciò a diffondersi l’idea che avesse senso alzarsi su pareti anche non molto alte, non per raggiungere posti dove diversamente era impossibile arrivare, ma principalmente per l’aspetto sportivo ed estetico del tirarsi su per quei grandi muri di roccia.

Nei successivi trent’anni, l’arrampicata sportiva divenne la disciplina che è oggi. Prima con le scalate sulle altissime e liscissime pareti dello Yosemite, in California, soprattutto con strumenti come ganci e scalette, e poi in Europa e in altri paesi provvisti di montagne, anche basse purché rocciose. Col passare degli anni si affermò una filosofia più purista, che prevedeva di utilizzare solo mani e piedi, legati a una corda. Le tecniche si affinarono, le scarpette e le attrezzature vennero perfezionate, sempre più falesie e pareti vennero provviste di chiodi (e poi di “spit”, chiodi ben più sicuri) perché gli arrampicatori potessero agganciarci la corda e proteggersi in caso di caduta.

Le difficoltà aumentarono, e il rapporto con la montagna diventò sempre più marginale per molte delle persone che praticano l’arrampicata, in favore di un approccio più laico e sportivo, favorito dalla diffusione delle palestre artificiali indoor, frequentate da sempre più persone anche solo saltuariamente.

Il controverso formato delle Olimpiadi
Per poter essere ammessa come disciplina olimpica, la International Federation of Sport Climbing (IFSC), che esiste dal 2007 e ha sede peraltro a Torino, ha deciso di accorpare le tre discipline: lead climbing, boulderingspeed. Il problema è che, se molto spesso arrampicatori forti sulle pareti se la cavano anche nei blocchi e viceversa, praticamente nessuno si dedica allo speed, una disciplina assai marginale i cui campioni sono spesso (non sempre) scarsi nell’arrampicata vera e propria.

A Parigi nel 2024 le discipline dovrebbero però essere scorporate, e lo speed dovrebbe tenersi a sé.

Perché per salire lo speed wall, come si chiama la parete standard, si usa una tecnica molto diversa: niente ragionamento, eleganza, pulizia, equilibrio, ma più che altro forza bruta, slancio, foga. I fisici dei campioni di speed climbing sono non a caso molto più massicci di quelli solitamente asciutti degli arrampicatori. Nello speed, poi, si sale dandosi la spinta coi piedi e appoggiando e tirando molto rapidamente con le mani, con uno stile “scimmiesco” totalmente diverso da quello più ragionato e composto della normale arrampicata.

Alle Olimpiadi, tra i venti uomini e le venti donne in gara c’è qualche atleta specializzato nello speed climbing, come la polacca Aleksandra Miroslaw o il kazako Rishat Khaibullin, che però faticano molto nelle altre due discipline. Allo stesso modo, i più forti arrampicatori al mondo hanno dovuto allenarsi specificamente sullo speed wall in vista delle Olimpiadi, perché senza fare un ottimo risultato anche lì non avranno chances di vincere.

Il podio finale è insomma abbastanza imprevedibile: difficilmente potranno arrivarci specialisti nella velocità, che andranno in difficoltà nelle altre due prove; ma non è detto che i più forti nel lead climbing e nel bouldering possano effettivamente arrivare a una medaglia, se faranno particolarmente male nello speed.

Come sono fatte le prove
Nel lead climbing, gli atleti devono salire più in alto possibile, anche fino in cima, se ci riescono: salgono su una parete di 15 metri, legati a una corda che devono agganciare a dei moschettoni (“rinvii”, si chiamano più precisamente) già fissati alla parete, man mano che avanzano. Se cadono, si considera il punto più alto che hanno raggiunto.

Possono toccare soltanto le prese, disposte appositamente da persone che progettano nei minimi dettagli le sequenze di movimenti possibili. Poi in realtà ogni arrampicatore interpreta la via come crede, sulla base delle sue preferenze e del suo stile: lo fa osservandola per alcuni minuti dal basso prima di partire, senza mai averla vista prima, e studiando in anticipo come mettere mani e piedi, e dove fermarsi per recuperare le forze appeso in parete.

Nel bouldering, gli atleti sono messi alla prova con una parete molto più bassa che scalano slegati: se cadono finiscono comodamente su un materasso, e possono riprovare a salire. I movimenti sono molti meno, e molto più duri fisicamente e tecnicamente: in pochi metri sono concentrate un gran numero di difficoltà. Alle Olimpiadi la parete comprende vari “blocchi”, e gli atleti devono completarne il maggior numero possibile in quattro minuti (un blocco è considerato chiuso quando l’atleta afferra la presa finale con entrambe le mani).

Nello speed, come detto, la sequenza, la distanza e la forma delle prese è universale, così come l’altezza e l’inclinazione della parete. La corda scende dall’alto, in modo che l’arrampicatore non rischi di cadere nella foga di salire così velocemente. Si sfidano contemporaneamente due atleti, affiancati, che devono pigiare un pulsante in cima.

Atleti da tenere d’occhio
Tra le donne, la strafavorita è la slovena Janja Garnbret, nata nel 1999: sono anni che domina gli eventi internazionali, ha vinto due volte il titolo mondiale nel boulder, nel lead climbing e nella combinata. Se non vincesse l’oro, sarebbe una grossa sorpresa. A differenza di Ondra, Garnbret è specializzata nell’arrampicata su pareti artificiali, e meno sulle falesie di roccia.

Il più forte arrampicatore uomo del mondo invece è ceco e si chiama Adam Ondra. Ha 28 anni, e da una decina è uno dei più famosi al mondo, grazie alle difficilissimi vie che ha scalato soprattutto in Spagna e in Francia. Ha sempre fatto sia boulder che arrampicata libera, con risultati eccezionali in entrambi: ma si è dedicato soprattutto alla seconda, e attualmente è la persona che ha scalato la via più difficile al mondo, su una parete in Norvegia. O perlomeno: lui, che ha scalato di fatto tutte le più difficili vie al mondo scalate anche da altre persone (pochissime), dice che questa è più difficile. E in generale ci si fida, in questi casi. Le ha assegnato per questo il grado di 9c.

Alle Olimpiadi Ondra è il più atteso, ma paradossalmente non è il favorito. Ci sono infatti molti dubbi su come se la caverà nello speed: il suo miglior tempo è 7,46 secondi, il record mondiale – dell’indonesiano Veddriq Leonardo – è di 5,20 secondi. Al New York Times ha detto che sa di non poter competere con gli specialisti, ma non è sicuro di potersela giocare nemmeno con i non specialisti: è una cosa che proprio non gli riesce bene (relativamente parlando: va comunque velocissimo, ovviamente).

Chi potrebbe soffiare il titolo a Ondra è il giapponese Tomoa Narasaki, fortissimo nel boulder, disciplina di cui è stato due volte campione del mondo. Il suo vantaggio è che è bravissimo anche nel lead climbing e soprattutto nello speed: il suo record personale è di 5,727 secondi, soltanto mezzo secondo in più del primato mondiale.

Per l’Italia gareggerà nell’arrampicata sportiva femminile Laura Rogora, ventenne romana e vincitrice nel 2020 della Coppa del Mondo di lead climbing a Briançon. Sempre l’anno scorso è diventata la seconda donna al mondo a scalare un 9b in falesia, in Spagna. Rogora può giocarsi una medaglia, mentre non ci sono atleti con altrettante chance tra gli uomini: gareggiano Ludovico Fossali, che è stato campione del mondo di speed e potrebbe fare bene in quella prova, ma difficilmente nelle altre; e l’altoatesino Michael Piccolruaz, che nel 2017 vinse un bronzo ai campionati europei nella combinata.