(AP Photo/Eliana Aponte)
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  • sabato 17 Luglio 2021

Perché si protesta a Cuba, spiegato

C’entrano la mancanza di cibo e generi di prima necessità, l’embargo statunitense e molte responsabilità del governo cubano

di Eugenio Cau
(AP Photo/Eliana Aponte)

Domenica 11 luglio a Cuba sono iniziate ampie proteste contro il governo che per molti versi sono storiche: sono le prime in quasi trent’anni – anche se non sono le prime in assoluto – e sono decisamente le più ampie e partecipate da quando nel 1959 i rivoluzionari guidati da Fidel Castro conquistarono il paese.

Le manifestazioni sono cominciate nella tarda mattinata di domenica scorsa a San Antonio de Los Baños, una cittadina a circa 25 chilometri a sud della capitale L’Avana, e nel giro di poco si sono estese a tutte le principali città cubane. Gridando slogan come “Libertà!” e “Patria e vita!” (che è il verso di una canzone di protesta che prende in giro il famoso slogan castrista “Patria o morte”), i manifestanti hanno chiesto le dimissioni del governo del presidente Miguel Díaz-Canel. Hanno inoltre protestato contro la grave crisi economica, a causa della quale sull’isola mancano cibo e generi di prima necessità, e contro la cattiva gestione della pandemia da coronavirus.

Il regime cubano ha risposto alle proteste con la violenza: ha inviato per la prima volta in decenni la polizia in tenuta antisommossa e ha arrestato decine e forse centinaia di persone, tra cui molti noti oppositori: negli scontri, almeno una persona è rimasta uccisa. Domenica sera inoltre il governo ha bloccato la connessione a internet per diverse ore, per evitare la diffusione delle immagini e dei video delle proteste e per impedire ai manifestanti di organizzarsi online. Nei giorni successivi la connessione è tornata a tratti, ma diversi importanti social network come Facebook, Twitter e il servizio di messaggistica Telegram sono rimasti bloccati.

Soltanto negli ultimi giorni Díaz-Canel ha cominciato ad adottare una strategia più conciliante, assumendosi parte della responsabilità della crisi e annunciando concessioni molto limitate, come per esempio la possibilità per i cubani che tornano dall’estero di poter portare con sé cibo e altri beni senza dover pagare imposte.

Le ragioni per cui queste proteste sono iniziate in una maniera così improvvisa sono in parte legate a problemi strutturali di Cuba, della sua economia e del regime che la governa, e in parte legate a eventi straordinari, come la pandemia da coronavirus.

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La crisi economica e sanitaria
Le motivazioni immediate della protesta, citate anche dai manifestanti nei loro slogan, sono la peggiore crisi economica degli ultimi trent’anni (che si è trasformata nella peggiore carenza di generi alimentari degli ultimi trent’anni) e la cattiva gestione della pandemia da coronavirus, soprattutto a causa della carenza di medicine e di infrastrutture sanitarie inadeguate. Questi due fenomeni sono strettamente legati l’uno all’altro.

L’aspetto più preoccupante della crisi economica a Cuba, e quello che ha scatenato le proteste, è la carenza di cibo, che non era così grave dai primi anni Novanta, quando il crollo dell’Unione Sovietica, che sussidiava e sosteneva il regime cubano, provocò un terribile dissesto economico (fu allora che ci furono le ultime proteste pubbliche, il cosiddetto “Maleconazo”).

A Cuba negli ultimi mesi le file nei negozi di alimentari e nei supermercati approvati dal governo sono lunghissime e possono durare ore, e i prezzi dei generi alimentari nel mercato nero sono diventati proibitivi. Secondo Pavel Vidal Alejandro, un ex economista della banca centrale cubana ora professore di Economia in Colombia, negli ultimi mesi a Cuba l’inflazione è aumentata del 500 per cento. Reperire anche ingredienti basilari come la farina è diventato difficile e costoso, e durante le proteste di questi giorni molti manifestanti hanno denunciato di essere senza cibo, acqua e corrente elettrica nelle case.

Cuba importa il 70 per cento del cibo che consuma, e la crisi economica e la pandemia hanno reso molto complicato procurarsi scorte sufficienti.

A causa della pandemia, l’anno scorso il PIL del paese è crollato dell’11 per cento, e molti dei canali usati abitualmente per ottenere valute forti come il dollaro e l’euro (che servono per comprare derrate alimentari sui mercati internazionali, oltre che fertilizzanti e benzina per i mezzi agricoli) si sono chiusi o ridotti: per esempio il turismo, che oltre a costituire il 10 per cento del PIL era anche uno dei metodi principali per ottenere valute estere, è ormai fermo da un anno e mezzo, così come i numerosi voli quotidiani di collegamento con gli Stati Uniti, che spesso erano usati per trafugare notevoli quantità di dollari.

Per cercare di racimolare valuta, il governo ha imposto anche che in molti negozi di generi alimentari autorizzati dallo stato i pagamenti possano essere fatti soltanto in dollari, cosa che ha fatto infuriare ancora di più la popolazione. Durante le proteste di questa settimana, molti di questi negozi sono stati vandalizzati e saccheggiati.

Ci sono altri fattori straordinari che hanno peggiorato la crisi dell’economia e la carenza di cibo: il forte aumento dei prezzi dei generi alimentari in tutto il mondo, la riduzione degli aiuti dal Venezuela, che per anni ha venduto petrolio a Cuba a prezzi calmierati, e il fatto che il raccolto annuale di canna da zucchero, una delle più importanti esportazioni di Cuba, sia stato il peggiore degli ultimi decenni.

La crisi economica ha portato con sé la crisi sanitaria. Il governo cubano vanta da decenni di avere uno dei sistemi sanitari migliori delle Americhe e di formare ogni anno migliaia di nuovi medici e infermieri. Nonostante questo, la pandemia ha messo in difficoltà gravissima il sistema sanitario. Il governo cubano non è riuscito a tenere sotto controllo la pandemia, né a garantire le cure ai cubani malati: come spiegavano alcuni cubani in un video circolato qualche giorno fa, è inutile che ci siano i medici se mancano le medicine.

La carenza di carburante per tenere attive le centrali elettriche, inoltre, sta provocando blackout ormai quotidiani in tutta l’isola, che mettono in gravissima difficoltà l’attività degli ospedali.

Ha fatto molto arrabbiare i cubani anche il fatto che il governo nel corso della pandemia abbia inviato all’estero centinaia di medici come mossa in gran parte propagandistica, mentre il coronavirus si diffondeva sull’isola. È probabilmente per questo che negli ultimi giorni Granma, il quotidiano del Partito comunista cubano, ha pubblicato articoli sul rientro a Cuba di centinaia di medici e infermieri che erano stati inviati all’estero nei mesi scorsi.

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Embargo
Secondo il presidente Díaz-Canel, il responsabile principale della crisi sono gli Stati Uniti, che hanno imposto un duro embargo economico contro Cuba. L’embargo era stato eliminato nel 2014 da Barack Obama nell’ambito di un più ampio ristabilimento dei rapporti diplomatici, ma poi era stato imposto nuovamente nel 2017 da Donald Trump, che aveva imposto nuove restrizioni alla circolazione e agli scambi commerciali tra i due paesi. L’amministrazione di Joe Biden, per ora, ha mantenuto le misure di Trump, anche se ha annunciato l’intenzione di riesaminarle in futuro.

Díaz-Canel non ha tutti i torti quando accusa gli Stati Uniti: è vero che dal 2001 l’embargo contro Cuba esclude esplicitamente sia i generi alimentari sia i medicinali e il materiale sanitario, e che gli Stati Uniti sono il principale esportatore di cibo a Cuba. Ma è anche vero che l’embargo vieta qualsiasi metodo di finanziamento degli acquisti di derrate alimentari e di fatto consente a Cuba di comprare cibo soltanto in contanti – e in dollari. In un momento in cui i contanti sono scarsi e i dollari ancora di più, importare cibo dagli Stati Uniti diventa molto complicato, e probabilmente non è un caso che la quantità di generi alimentari importata a Cuba dagli Stati Uniti quest’anno sia ai minimi dal 2002.

Buona parte delle responsabilità per la situazione attuale è comunque riconducibile all’operato del governo del paese, che pur essendo consapevole del disperato bisogno di riforme per rilanciare la sua economia per ora non ha preso iniziative sostanziali al riguardo. L’economia è ancora in gran parte centralizzata, i margini di autonomia per l’iniziativa imprenditoriale sono ristrettissimi e gli investimenti per la crescita sono ai minimi.

Il controllo rigidissimo del governo sulla vita economica rende tutto più complicato, specie in un momento di crisi alimentare: come ha raccontato l’Economist, se un allevatore vuole macellare una vacca – sia per venderne la carne sia per consumo personale – deve aspettare che abbia raggiunto una certa età dettata dal governo, deve certificare che durante i suoi anni di vita abbia prodotto almeno 520 litri di latte all’anno e, poiché la quantità del bestiame non deve diminuire, deve garantire che per ciascuna vacca macellata ci siano tre vitelli a sostituirla.

La crisi di autorevolezza del regime cubano
Un’ulteriore ragione delle proteste è la crisi di autorevolezza del regime cubano. Díaz-Canel è il primo leader di Cuba dal tempo della rivoluzione che non appartiene alla famiglia Castro, dopo che qualche mese fa Raúl Castro, il fratello minore di Fidel, aveva lasciato a lui tutti i poteri.

Il problema è che mentre Fidel e Raúl Castro erano due politici estremamente carismatici che appartenevano alla gloriosa generazione della rivoluzione, e che ispiravano rispetto e timore anche negli oppositori, Díaz-Canel è un burocrate di partito sessantenne privo di carisma e del prestigio che viene dall’aver combattuto per la causa rivoluzionaria.

In questi giorni, dopo lo scoppio delle proteste, è apparso più volte in televisione cercando di rinfocolare lo spirito rivoluzionario e di chiamare in strada i sostenitori del governo, ma le sue performance sono state deboli e in alcuni casi bizzarre – come quando ha citato tra i membri più in vista della presunta campagna internazionale contro Cuba l’ex attrice porno Mia Khalifa.

I social media
Un altro elemento centrale delle proteste sono i social media. Sembra banale, dopo oltre un decennio in cui tutte le manifestazioni del mondo, dalle primavere arabe in poi, sono documentate da foto e video online, ma a Cuba possedere un telefono cellulare è diventato legale soltanto nel 2008, e la diffusione del traffico dati sugli smartphone è cominciata soltanto nel 2018: prima i cubani dovevano collegarsi a sovraccariche e costosissime wifi pubbliche, che rendevano quasi impossibile il caricamento di foto e video.

Per questo la diffusione online di testimonianze delle proteste non soltanto ha contribuito a renderle note nel resto del mondo, ma è stata funzionale al loro successo. John S. Kavulich, presidente dell’U.S.-Cuba Trade and Economic Council, ha detto al New York Times che la crisi economica degli anni Novanta a Cuba «era molto peggiore, ma le comunicazioni su quello che stava succedendo erano sotto controllo, perché non c’erano i mezzi che esistono oggi».

Le conseguenze
Non è chiaro per ora se le proteste contro il governo riusciranno a mantenere l’impeto sorprendente dei primi giorni, né quali saranno le conseguenze sul lungo periodo. Il governo sta adottando una strategia che alterna la repressione violenta a limitate concessioni, ma per ora non sembra in grado di risolvere i problemi strutturali che costituiscono il grosso delle rimostranze dei manifestanti.

Il regime inoltre è stato privato negli ultimi anni di uno degli strumenti più rilevanti che aveva a sua disposizione in questi contesti: l’emigrazione.

Storicamente, una delle risposte del regime cubano alle gravi esplosioni di malcontento è stata infatti quella di consentire l’emigrazione di massa verso gli Stati Uniti, come valvola di sfogo del dissenso interno. Nel 1980, dopo una grave crisi politica, il governo consentì a oltre 125 mila persone di raggiungere le coste della Florida su imbarcazioni spesso d’emergenza (la comunità cubana che si costituì in Florida dopo quella grande migrazione fu uno degli elementi centrali del film Scarface: Tony Montana, il protagonista interpretato da Al Pacino, è un rifugiato cubano). Negli anni Novanta il risultato della crisi economica fu una nuova migrazione di massa.

Queste migrazioni più o meno controllate erano possibili perché il governo degli Stati Uniti, trattando i cubani emigrati come rifugiati sfuggiti a un regime comunista, garantiva la cittadinanza a tutti i cubani che riuscissero a mettere piede in territorio americano. Questa politica è stata però abolita quando Obama ripristinò le relazioni diplomatiche con Cuba. Pochi giorni fa Alejandro Mayorkas, il segretario alla sicurezza interna dell’amministrazione Biden, ha detto che tutte le imbarcazioni di immigrati cubani che cercheranno di raggiungere le coste americane saranno respinte.