(Ezra Acayan/Getty Images)

Che fine ha fatto Sputnik V

Il vaccino russo è ormai usato in circa 70 paesi con dati positivi su sicurezza ed efficacia, ma restano dubbi sugli eventuali eventi avversi

(Ezra Acayan/Getty Images)

Sputnik V, il vaccino contro il coronavirus sviluppato in Russia, era stato accolto con qualche perplessità e scetticismo dagli esperti, ma a distanza di quasi un anno dalla diffusione le ricerche e i dati sembrano confermare la sua sicurezza e un’alta efficacia nel prevenire la COVID-19. Il vaccino è del resto ormai impiegato in quasi 70 paesi e ne sono stati distribuiti milioni di dosi, senza che siano emersi particolari problemi, ha segnalato di recente Nature. È una buona notizia, soprattutto per le nazioni più povere, ma al tempo stesso lascia aperte alcune questioni non secondarie sull’effettiva capacità della Russia e di altri paesi di rilevare eventuali eventi avversi dovuti alla vaccinazione.

Un debutto controverso
Il debutto di Sputnik V nell’agosto del 2020 in Russia era stato accolto con grande scetticismo e non poche preoccupazioni in ambito internazionale, perché il governo russo aveva deciso di iniziare a distribuire le dosi ancora prima che fossero pubblicati i risultati dei test clinici di fase 1 e 2, di solito necessari per verificare la sicurezza dei nuovi farmaci e vaccini, e prima ancora che fossero iniziati quelli di fase 3 per verificarne l’efficacia. Il presidente russo, Vladimir Putin aveva ricevuto critiche ed era stato accusato di avere anticipato i tempi con l’unico scopo di fare propaganda e dimostrare di avere fatto prima degli Stati Uniti e degli altri paesi occidentali.

Il vaccino era stato sviluppato dall’Istituto nazionale di epidemiologia e microbiologia Nikolai Gamaleya di Mosca, con la collaborazione del ministero della Difesa russo e del Russia Direct Investment Fund, un fondo controllato dal governo che sovvenziona ricerche in campo medico. La Russia aveva inoltre pubblicato un sito per promuovere «il primo vaccino registrato contro il coronavirus» e in seguito aveva anche finanziato una massiccia presenza sui social network, per promuovere Sputnik V anche all’estero.

Cosa c’è dentro
Sputnik V è basato sugli adenovirus, sostanzialmente innocui per gli esseri umani, come i vaccini prodotti da AstraZeneca e Johnson & Johnson (J&J). Gli adenovirus vengono modificati per fare in modo che portino nelle cellule il materiale genetico necessario per produrre la proteina spike dell’attuale coronavirus, che viene impiegata da quest’ultimo per ottenere l’accesso alle cellule e moltiplicarsi. Grazie al vaccino, le cellule producono solamente parti della proteina spike, che poi il sistema immunitario impara a riconoscere in modo da intervenire più rapidamente e con maggiore efficacia nel caso di una successiva infezione dovuta al coronavirus vero e proprio.

A differenza dei vaccini di AstraZeneca e J&J, che impiegano ciascuno un adenovirus, Sputnik V ne utilizza due: rAd26 quando si riceve la prima dose e rAd5 quando viene somministrata la seconda. Secondo chi ha sviluppato il vaccino, questa differenza consente di ottenere una migliore risposta immunitaria, perché il nostro sistema immunitario impara a fare i conti con due virus diversi, sviluppando maggiori capacità.

Le cose da sapere sul coronavirus

Efficacia e sicurezza
I ricercatori russi avevano pubblicato due studi preliminari nel settembre del 2020, segnalando di avere condotto i test su 76 volontari vaccinati con due dosi di Sputnik V a distanza di tre settimane. In tutti i partecipanti era stata riscontrata la presenza di anticorpi contro il coronavirus, mentre gli eventi avversi erano stati pochi e simili a quelli degli altri vaccini: dolore nel punto dell’iniezione, febbre, mal di testa, indolenzimento muscolare e spossatezza. I risultati erano promettenti, ma erano stati valutati con un certo scetticismo perché i test avevano coinvolto meno di un centinaio di persone.

Lo scorso febbraio i ricercatori avevano pubblicato i primi risultati dei test clinici di fase 3, mentre erano ancora in corso. Erano stati selezionati circa 20mila volontari divisi in due gruppi: il primo da quasi 15mila partecipanti aveva ricevuto il vaccino, mentre i restanti avevano ricevuto una sostanza che non fa nulla (placebo). Nel gruppo dei vaccinati avevano sviluppato la COVID-19 in 16, mentre nel gruppo di controllo con il placebo i casi rilevati erano stati 62.

Sulla base di questi dati, i ricercatori avevano dichiarato un’efficacia di Sputnik V in generale contro la COVID-19 del 91,6 per cento. L’efficacia contro le forme gravi era invece vicina al 100 per cento, non essendo emersi casi di questo tipo tra i vaccinati a fronte dei 20 casi nel gruppo del placebo.

Ci furono critiche da parte di alcuni ricercatori nei confronti dei loro colleghi russi, accusati di non avere fornito tutti i dati grezzi sul test clinico. Erano state inoltre segnalate alcune discrepanze e conclusioni poco convincenti nello studio preliminare. Gli autori della ricerca avevano risposto sostenendo che i dati forniti fossero più che sufficienti per ricevere le necessarie autorizzazioni da parte delle autorità sanitarie, mentre dissero che le discrepanze erano dovuti ad alcuni refusi che erano stati poi corretti. Considerata la fretta del governo russo nei mesi precedenti per iniziare a utilizzare da subito Sputnik V, le spiegazioni non erano state ritenute sufficienti.

Ad aprile il Gamaleya Institute aveva pubblicato una nuova serie di dati, sempre in forma preliminare, dando conto dell’impiego del vaccino su circa 3,8 milioni di russi, che avevano ricevuto entrambe le dosi. Dai dati raccolti, il vaccino aveva fatto rilevare un’efficacia del 97,6 per cento.

Il mese seguente, le autorità sanitarie russe avevano inoltre approvato una nuova versione di Sputnik V, basata solamente sull’adenovirus rAd26 e che richiede un’unica dose, come per il vaccino di J&J. La decisione di autorizzarlo era derivata dai dati raccolti sempre durante i test clinici di fase 3, nei quali era emersa una protezione al 73,6 per cento del vaccino contro le forme gravi di COVID-19.

Diffusione
Sputnik V veniva intanto impiegato da un numero crescente di paesi, grazie alle vantaggiose offerte del governo russo, interessato a mantenere buoni rapporti con i paesi nella propria area di influenza e non solo. Il vaccino è ora impiegato in decine di paesi e oltre alla Russia è prodotto in India, Argentina e Corea del Sud. Il governo indiano ha di recente annunciato di volerne produrre almeno 850 milioni di dosi, in modo da accelerare la campagna vaccinale nel paese, che si sta riprendendo dalla violenta ondata di COVID-19 dei mesi scorsi.

In Sudamerica, Sputnik inizia a essere diffuso in diversi paesi. Una ricerca svolta dal ministero della Salute in Argentina, e in attesa di pubblicazione, ha coinvolto circa 40mila individui vaccinati e quasi 150mila persone non vaccinate, con un’età compresa tra i 60 e i 79 anni. I ricercatori hanno rilevato che la versione da una sola dose (Sputnik Light) ha ridotto i casi di COVID-19 del 78,6 per cento e i ricoveri dell’87,6 per cento, rivelandosi inoltre efficace all’84,7 per cento nel prevenire i decessi.

In Brasile le cose erano andate meno bene per Sputnik V. Le autorità di controllo sanitarie ne avevano vietato l’importazione ad aprile, richiesta da alcuni stati brasiliani, perché non era disponibile una documentazione soddisfacente non solo sulla sicurezza e l’efficacia del vaccino, ma anche sulle modalità e le condizioni in cui viene prodotto. A giugno il divieto era stato poi rimosso, ma l’impiego di Sputnik V è comunque consentito solo tra le persone adulte e senza problemi di salute.

Negli Emirati Arabi Uniti, tra i primi ad avere adottato il vaccino russo, i dati diffusi dal ministero della Salute sembrano essere incoraggianti. Un’analisi ha riguardato 81mila persone che hanno ricevuto le due dosi di Sputnik V, portando a stimare un’efficacia del 97,8 per cento contro la COVID-19 in generale e di quasi il 100 per cento nel prevenire le forme gravi della malattia.

Eventi avversi
I dati sugli effetti avversi dovuti al vaccino sono altrettanto incoraggianti, anche se ancora parziali e in molti casi carenti. Sputnik V non sembra causare i rarissimi casi di trombosi riscontrati con i vaccini di AstraZeneca e di J&J. A oggi non ci sono state segnalazioni di rilievo né da parte delle autorità sanitarie russe né da quelle degli altri paesi dove viene impiegato il vaccino.

Uno studio pubblicato sulle vaccinazioni nella Repubblica di San Marino, che ha adottato anche Sputnik V, non ha evidenziato problemi circolatori tra i vaccinati. Anche altre ricerche condotte in Argentina e in Brasile non hanno portato a segnalazioni di eventi avversi di questo tipo, basandosi su un campione di svariati milioni di vaccinati.

Le cause delle rarissime trombosi dovute ai vaccini di AstraZeneca e di J&J non sono ancora completamente note e le ricerche sono in corso. Il fatto che non siano emersi casi anche tra i vaccinati con Sputnik V, che impiega comunque adenovirus come gli altri due vaccini, pone qualche domanda cui i ricercatori stanno cercando di dare risposta. Il vaccino russo è stato comunque impiegato milioni di volte e in decine di paesi: nel caso di eventi avversi come le trombosi, qualche segnalazione a questo punto sarebbe probabilmente dovuta arrivare.

La Russia dovrebbe essere il punto di riferimento per rilevare eventuali eventi avversi di questo tipo, considerato che è il paese dove si sta impiegando quasi esclusivamente Sputnik V. Il sospetto è che i rari casi di trombosi passino inosservati, sia perché c’è una maggiore ritrosia a ricorrere al sistema sanitario russo da parte della popolazione, sia perché nelle aree più isolate i medici non hanno spesso strumenti o possibilità di effettuare ulteriori accertamenti per verificare che cosa abbia causato una trombosi cerebrale.

Attesa
I dubbi sugli eventi avversi potrebbero essere uno dei fattori che più hanno condizionato le attività di autorizzazione da parte di alcune autorità di controllo. L’Agenzia europea per i medicinali (EMA), per esempio, ha ricevuto da qualche mese la richiesta di autorizzazione, ma finora non si è espressa su Sputnik V dicendo di avere bisogno di maggiori dati e informazioni. Questa circostanza ha portato i ricercatori che hanno sviluppato il vaccino a definire «politica» la scelta dell’EMA, interessata secondo loro a privilegiare vaccini prodotti negli Stati Uniti e in Europa, come quello di Pfizer-BioNTech, a oggi tra i più impiegati dai paesi europei.

Anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità non ha ancora dato il proprio parere positivo al vaccino russo. L’autorizzazione da parte dell’OMS è essenziale per rendere possibile l’impiego di Sputnik V nell’ambito di COVAX, il programma per un’equa distribuzione dei vaccini, specialmente nei paesi più poveri e in via di sviluppo.

I tempi per le autorizzazioni da parte di EMA e OMS non sono ancora noti, ma la disponibilità di una crescente quantità di dati su Sputnik V potrebbe portare a un’accelerazione, salvo non emergano imprevisti.