Una canzone di Karl Benjamin

Voler bene alle persone senza volerle frequentare spesso

Le Canzoni è la newsletter quotidiana che ricevono gli abbonati del Post, scritta e confezionata da Luca Sofri (peraltro direttore del Post): e che parla, imprevedibilmente, di canzoni. Una per ogni sera, pubblicata qui sul Post l’indomani, ci si iscrive qui.
Vasco Brondi ha commentato spiritosamente “la cosa più temuta da ogni band italiana” che stavolta è capitata a lui.
Vabbè, su Raffaella Carrà c’è poco da aggiungere, perché ognuno ha le sue cose da ricordare: per me è sempre esistita, mi ricordo io bambino che sentivo parlare alle elementari di “Raffaella Carrara”, come la capivo io, prima di scoprire chi fosse (eravamo di sinistra, la svolta pop sarebbe arrivata dopo, ma poco dopo).
Alcuni di noi condividono con Gary Kemp degli Spandau Ballet lo stesso problema relazionale con i nostri cari: la nostra collezione dei Genesis non viene capita quanto merita.
Il 23 luglio esce un disco di David Crosby, che subito dopo compirà 80 anni ma i suoi dischi recenti continuavano a essere belli: c’è una buona intervista su Rolling Stone americano (lui ne ha sempre da dire) e una canzone (la seconda, qui la prima) con un suono Steely Dan perché l’ha scritta Donald Fagen degli Steely Dan.
Nei giorni scorsi sono stati 35 anni dall’uscita del disco dal vivo di Sting che si chiamò Bring on the night, dal titolo di una meravigliosa canzone dei Police, una delle tante: per celebrare hanno pubblicato un video di quel tour. La versione live della canzone era diversamente bella, con un tono più festoso dell’originale; ma la sorpresa maggiore di tutto il disco era una canzone che era uscita solo come lato B e che si chiamava Another Day, e che da allora meritava di più.

Friends
Karl Benjamin

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Era da un po’ che non vi rifilavo qualche canzone nuova: sono state settimane di impegni altri, e poter ascoltare musica nuova a sufficienza è un privilegio da sfaccendati o da pagati per quello. Però avevo messo da parte questa quando era uscita, qualche mese fa, prima che eventi del Post, riviste del Post, traslochi e questeqquello mi distraessero (ma conto sull’estate per aggiornarmi).

Lui è di Londra e ha 24 anni, è rimbalzato tra ambizioni creative diverse per un po’, è stato arruolato come modello per la moda (gran sorriso), ma voleva fare musica e a marzo ha pubblicato un EP con quattro canzoni di un genere che mette insieme elettronica e pop contemporanei, e una specie di vecchio soul: il risultato non suona del tutto inedito di questi tempi, ma se infili la canzone giusta – come nell’ultima delle quattro – ne esce una bellezza.

How pathetic, I don’t spend enough time on my phone
How ironic, I’m so okay being all on my own
I don’t see my friends
No, I don’t see my friends

Si chiama Friends, e parla di tenerci, agli amici, alle persone care, e di realizzare invece che la propria frequente misantropia possa essere equivocata: che è una riflessione tanto fondata e sincera quanto un po’ infantile. Se non ci passi tanto tempo, con gli amici, se non glielo dimostri, se stai volentieri da solo o sei svogliato a cercarli, poi puoi raccontartela quanto ti pare che sono importanti: ma forse non lo sono abbastanza. Voler bene alle persone senza volerle frequentare spesso: per molti è un atteggiamento esteso all’intera specie umana, da secoli.

Pockets swelling, I’m telling you that I’m not lazy
I got family, good people calling me daily
Like, “What’s good? What’s up?
How you been? How you keeping?
What’s been going through your mind?
Could you tell me how you’re feeling?”

Ma insomma, quel “I don’t see my friends, no, I don’t see my friends” è un verso che suona splendidamente: oltre ad avere – ci avete pensato anche voi? – qualcosa in comune conNon studio, non lavoro, non guardo la tv“.

(ce n’è anche una versione acustica, niente male)

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