Una protesta di Black Lives Matter, il 17 giugno 2020, a New York (Jeenah Moon/Getty Images)
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  • mercoledì 23 Giugno 2021

L’errore che si fa pensando di non vedere il colore della pelle

Spiegato dal libro sul razzismo di Reni Eddo-Lodge, bestseller nel Regno Unito e negli Stati Uniti dopo la morte di George Floyd

Una protesta di Black Lives Matter, il 17 giugno 2020, a New York (Jeenah Moon/Getty Images)

L’anno scorso, nel periodo delle grandi proteste americane e internazionali per la morte di George Floyd, alcuni libri sul razzismo hanno avuto un gran successo di vendite. Uno di quelli che si sono fatti notare di più è il saggio Perché non parlo più di razzismo con le persone bianche della giornalista britannica Reni Eddo-Lodge: sebbene uscito nel 2017, il 16 giugno 2020 arrivò in cima alla classifica dei libri più venduti nel Regno Unito, diventando peraltro il primo libro scritto da una donna nera britannica a raggiungere tale posizione. Nello stesso periodo comparve nell’ambita classifica dei libri più venduti del New York Times, negli Stati Uniti, un risultato notevole considerando che parla del razzismo nel Regno Unito.

Mercoledì Perché non parlo più di razzismo con le persone bianche è arrivato anche nelle librerie italiane, pubblicato dalla casa editrice E/O. Anche se parla molto del razzismo e della storia delle persone nere nel Regno Unito, dice tante cose che si applicano bene al contesto italiano e internazionale, come ha dimostrato il successo del saggio.

Ne pubblichiamo un estratto – che parla di razzismo strutturale e di dove possono sbagliare le persone bianche che si ritengono non razziste – insieme a un’avvertenza della traduttrice Silvia Montis che introduce alla lettura: «Coerentemente con l’uso accreditato nei paesi anglofoni e in molti campi di studio umanistici, il termine “razza” indica in questo testo un costrutto sociale, una pratica sociale e un fenomeno storico strettamente legato a colonialismo e segregazione. La scienza moderna ha da tempo rigettato l’esistenza delle cosiddette «razze biologiche», dichiarando il concetto inconsistente sul piano genetico. La razza, tuttavia, come categoria sociale e fenomeno strutturale, continua ad avere profonde ripercussioni politiche, economiche, umane ed esistenziali».

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Per onestà, devo confessare che un tempo io stessa diffidavo delle battaglie per allargare la rappresentanza nera. Non capivo perché ce ne fosse bisogno. E non capii mai perché, mentre crescevo, mia madre mi esortasse a lavorare il doppio dei miei coetanei bianchi. Per me eravamo tutti uguali. Così, quand’ero all’università e lei mi inoltrò il modulo di un programma per la diversità e l’inclusione attivato da un giornale nazionale, provai rabbia, indignazione e vergogna. All’inizio mi rifiutai di presentare domanda, dicendole: «Se devo competere con i miei coetanei bianchi, lo farò sullo stesso terreno di gioco». Ma dopo un po’ di lusinghe da parte sua gettai la spugna, compilai il modulo, superai il colloquio di selezione e ottenni uno stage.

Lavorando lì mi furono chiare due cose fin dall’inizio. Già al colloquio ero tra i pochi candidati che non studiassero o non si fossero laureati a Oxford e Cambridge. Poi, durante lo stage, capii perché fossero necessari programmi come quello. All’epoca l’idea stessa di un tirocinio in cui venivano richiesti solo candidati neri o di altra minoranza etnica mi sembrava, di base, ingiusta. Ma una volta oltrepassata la porta mi accorsi che le facce nere che vedevo là dentro si occupavano quasi sempre del catering o delle pulizie, anziché delle notizie da pubblicare. In più, all’epoca era rarissimo trovare tirocini ufficiali. Fino a poco tempo fa gli stage nei media si basavano su nepotismo e passaparola, e ci si affidava a qualcuno che conosceva qualcuno che conosceva qualcun altro. Se non avevi agganci nel settore – in famiglia, nella cerchia di amici o nella rete allargata – o non eri disposto a lavorare gratis, eri tagliato fuori. Sgobbai per mesi in una fabbrica per potermi permettere di non essere pagata durante le tre settimane di tirocinio, e la mia famiglia abitava a Londra, perciò le mie spese erano ridotte al minimo.

Fu allora che dovetti ammettere con riluttanza che le spinte per la discriminazione positiva non avevano lo scopo di capovolgere le proporzioni, creando un mondo tutto nero a scapito dei bianchi, ma puntavano soltanto a rispecchiare meglio la società – quella stessa società che ogni organizzazione, in teoria, si proponeva di servire.

Razzismo strutturale non significa mai “persone di colore pure e innocenti perseguitate da bianchi malvagi che agiscono con dolo”. Significa piuttosto che il modo con cui il Regno Unito si relaziona con razza e razzismo contamina e distorce le pari opportunità. Ci tranquillizziamo col falso mito della meritocrazia, sostenendo di non vedere il colore. In questo modo ci sentiamo progressisti. Ma questo equivale ad assimilazione forzata. La mia nerezza è stata politicizzata contro il mio volere, ma non voglio che sia ignorata per una finta, precaria sensazione di armonia. E benché in tanti si mettano l’animo in pace con una bugia, dicendosi “io i colori non li vedo”, le drastiche differenze citate prima – sulle reali opportunità a cui si ha accesso a seconda della propria origine – mostrano che le nostre istituzioni predicano bene ma non mettono in pratica quello che dicono.

Viviamo nell’era della cosiddetta colour-blindness – daltonismo razziale o cecità verso il colore – e continuiamo a ingannare noi stessi con la menzogna della meritocrazia, costringendo alcuni al silenzio perché altri possano proseguire nella loro scalata. Nel 2014 ho intervistato la dottoressa Kimberlé Crenshaw, femminista, nera e docente universitaria, che ha spiegato nei dettagli la teoria della colour-blindness. «L’idea di fondo è che, per eliminare la questione razza, si debba cancellare anche ogni dibattito sull’argomento, inclusi gli sforzi per individuare gerarchie e strutture razziali e per affrontarle in quanto problemi» ha detto. «È un approccio cosmopolita caratteristico del XXI secolo – una visione del tipo “Cerco di non farmi carico dei fardelli del passato e voi dovreste fare altrettanto”. Tra la gente che la pensa così troviamo persone che si considerano di sinistra, progressiste e con una buona capacità critica – che si ritrovano a fare fronte comune con liberali dell’era postrazziale e conservatori colour-blind, dicendo: “Se davvero vogliamo andare oltre la razza dobbiamo smettere di parlarne”».

La colour-blindness è un’analisi del razzismo puerile e limitata. Inizia e finisce con un “discriminare qualcuno per il colore della pelle è sbagliato”, senza prendere atto dei tanti modi in cui può manifestarsi il potere strutturale su questo argomento. Grazie alla sua superficialità, questa definizione di razzismo viene spesso usata per mettere a tacere persone di colore che tentano di descrivere la discriminazione sistemica. E ogni volta che un nero o una persona di colore lo fa notare a un bianco, finisce per essere accusato di razzismo inverso, e tutti continuano a evitare di assumersi le proprie responsabilità. La colour-blindness non riconosce l’esistenza di un razzismo strutturale né di un passato di dominazione bianca.

Continuare a dire a noi stessi – e, peggio ancora, ai nostri figli – che siamo tutti uguali è una bugia fuorviante, anche se detta a fin di bene. Riusciamo a stento ad ammettere che un tempo c’è stata una segregazione razziale. Ma cedere alle lusinghe del mito “siamo tutti uguali” significa negare l’eredità politica, sociale ed economica del Regno Unito, vale a dire di una società storicamente fondata sul concetto di razza. Non siamo tutti uguali, ecco la verità. La società in cui viviamo è di un’ingiustizia estrema. È un costrutto sociale creato apposta per perpetrare iniquità e supremazia razziale. E la diversità – di cui le persone di colore prendono atto fin dalla nascita – non è mai positiva. È una diversità carica di discriminazione, di stereotipizzazione razzista e, nel caso delle donne, di misoginia razzializzata.

Ai bambini bianchi si insegna a non “vedere” il colore, mentre a quelli di colore viene detto – spesso senza ulteriori spiegazioni – che devono lavorare il doppio dei coetanei bianchi se vogliono avere successo. La disparità è già qui. E la colour-blindness non va alla radice del problema. Nel frattempo è quasi impossibile che i bambini di colore possano crescere e ricevere un’istruzione al di fuori di stereotipi razziali – anche se, una volta accumulata una discreta ricchezza individuale, possiamo fingere di non essere più oggetto di questi stereotipi.

Rifiutarsi di vedere la razza aiuta poco a decostruire le strutture razziste o a migliorare concretamente le condizioni in cui vivono ogni giorno le persone di colore. Se vogliamo davvero smantellare strutture inique e discriminatorie, dobbiamo aprire gli occhi. Dobbiamo vedere chi trae benefici dall’idea di razza, chi subisce enormi ripercussioni a causa dei pregiudizi razziali, e chi ottiene potere e privilegi – meritati o meno – grazie a razza, classe e genere. Vedere la razza è essenziale per cambiare il sistema.

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