Un ragazzo davanti ad un' agenzia interinale (DBA/ FRANCO SILVI)

Si continua a discutere del blocco dei licenziamenti

Dovrebbe finire dal 1° luglio, ma nella maggioranza di governo molti partiti chiedono una proroga, almeno per alcuni settori

Un ragazzo davanti ad un' agenzia interinale (DBA/ FRANCO SILVI)
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Negli ultimi giorni tra i partiti politici della maggioranza di governo si è tornato a discutere della proroga del blocco dei licenziamenti, una misura inizialmente annunciata e poi ritirata dalla versione definitiva del cosiddetto Decreto Sostegni Bis, il provvedimento del governo a sostegno di aziende e lavoratori maggiormente colpiti dalla pandemia da coronavirus e approvato a maggio. Nonostante l’accordo raggiunto sul decreto, alcuni partiti della maggioranza stanno manifestando insofferenza per questa misura, e sostengono che la fine del blocco dei licenziamenti dall’inizio luglio porterebbe più danni che benefici.

In base al decreto, dal 1º luglio le aziende che ricorreranno alla “cassa integrazione COVID” – uno dei principali strumenti adottati dal governo per attenuare le conseguenze economiche della pandemia – non saranno più soggette al divieto di licenziamento dei dipendenti, una misura che era stata introdotta all’inizio della pandemia per evitare che migliaia di persone rimanessero senza lavoro e retribuzione per via della crisi economica.

Inizialmente il ministro del Lavoro Andrea Orlando del Partito Democratico aveva detto che il provvedimento avrebbe previsto la proroga del blocco dei licenziamenti al 28 agosto, ma durante il negoziato sul testo definitivo era stato deciso di farlo terminare alla fine di giugno. Alla fine era stato trovato un compromesso, inserendo nel decreto la possibilità per le aziende che utilizzeranno la cassa integrazione ordinaria di non pagare i previsti contributi addizionali fino al 31 dicembre 2021, impegnandosi a non licenziare.

La discussione sul blocco dei licenziamenti è ripresa con forza dopo che il 7 giugno l’Ufficio Parlamentare di Bilancio (UPB) ha depositato alla commissione Bilancio alla Camera una memoria sul decreto, sostenendo che il divieto dei licenziamento previsto da luglio porterebbe alla perdita 70mila posti di lavoro. La nota specifica però che i licenziamenti «saranno plausibilmente scaglionati nel tempo» e che dovrebbero favorire le politiche di occupazione «a favore dei soggetti, soprattutto i giovani, in cerca di lavoro che nei mesi scorsi hanno visto venire meno le opportunità di impiego».

Cosa vogliono i partiti
In particolare PD, LEU e M5S stanno facendo pressioni affinché in Parlamento, durante la discussione per la conversione in legge del Decreto Sostegni Bis, sia trovata una soluzione che permetta di attenuare i possibili effetti negativi della fine del blocco dei licenziamenti. Forza Italia è contraria, mentre la Lega sembra favorevole a trovare un punto d’incontro in un blocco “selettivo”, proposto dal ministro Orlando.

Secondo Orlando, infatti, potrebbe essere possibile decidere di vietare i licenziamenti soltanto alle filiere industriali maggiormente colpite dalla crisi e di consentirli a tutti gli altri: «C’è una coalizione ampia e si tratta di tenere insieme posizioni tra loro diverse. Ho visto che si sta facendo strada un ragionamento sulla selettività rispetto ad alcune filiere. Se c’è questo ragionamento io sono pronto. Bisogna naturalmente ricordare che se c’è da intervenire va fatto subito perché i tempi sono abbastanza stretti», ha detto a margine della firma di un protocollo d’intesa fra Regione Emilia-Romagna e ministero su formazione e occupazione.

Anche il sottosegretario all’Economia, Claudio Durigon, della Lega, si è detto favorevole a un blocco “selettivo” dei licenziamenti per i settori più in difficoltà, come per esempio quelli del tessile e della moda: «Se guardiamo alla cassa integrazione ordinaria, che scade a giugno, ci sono circa 140mila lavoratori della moda e del tessile tra i 480mila totali. Questo è un settore che, dati i numeri della CIG, andrebbe protetto, sul resto abbiamo cifre che ci permettono di reggere». Per Durigon bisogna procedere consentendo i licenziamenti da luglio per poi adottare norme specifiche per i settori in forte crisi. Durigon ha anche detto di non credere però che, tolti i lavoratori del tessile e di poche altre categorie, lo sblocco avrà un impatto drammatico: «Non è che se si toglie il divieto tutti licenzieranno».

Questa posizione è stata sostenuta anche dal ministro dello Sviluppo economico Giancarlo Giorgetti, della Lega, secondo cui il blocco dei licenziamenti andrebbe «declinato più utilmente» su alcuni settori, come ad esempio il tessile e il calzaturiero. Secondo Giorgetti il blocco deve essere rivisto e collegato a un nuovo sistema degli ammortizzatori sociali. «A un evento eccezionale si è risposto con una politica eccezionale come quella del blocco dei licenziamenti. Dal blocco dei licenziamenti si deve uscire con un sistema di ammortizzatori sociali che consenta a chi esce dal circuito produttivo di avere un reddito e di essere accompagnato al reingresso nel mondo del lavoro», ha detto Giorgetti.

I sindacati chiedono invece che il blocco sia prorogato fino al 31 ottobre. Maurizio Landini, segretario generale della CGIL, ha detto che «pensare che dai primi di luglio in pandemia ancora aperta si possa tranquillamente andare a licenziare e non proteggere ancora il nostro sistema o trovare soluzioni più intelligenti sarebbe un errore grave», e  alcuni parlamentari del M5S hanno dato il loro appoggio a una possibile proroga, in seguito a un incontro con CGIL, CISL e UIL. Il 7 giugno era previsto un incontro dei sindacati anche con il PD, ma è stato annullato in seguito all’annuncio della morte dell’ex segretario della CGIL e del PD Guglielmo Epifani.