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Sul fare i libri, anche col fax

La storia di come nacque la casa editrice Minimum Fax raccontata da Francesco Piccolo su "Cose", la nuova rivista del Post

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Da giovedì 3 luglio è in libreria Cose spiegate bene. A proposito di libri, il primo numero della nuova rivista del Post pubblicata dalla casa editrice Iperborea. Nel primo numero di Cose spiegate bene Cose, per gli amici – si parla di libri: di come si fanno, di perché si fanno, di chi sceglie come farli, con che copertina pubblicarli, su che carta stamparli e con che carattere. I libri spiegati bene, insomma. E insieme agli articoli del Post sui libri, ci sono racconti e storie di autori sul loro rapporto col “fare i libri”: Concita De Gregorio, Michele Serra, Chiara Valerio, Giacomo Papi. E Francesco Piccolo, che su Cose ha raccontato la storia rocambolesca di come nacque la casa editrice Minimum Fax.

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Minimum Fax è nata così: Marco Cassini aveva avuto l’idea di questa rivista che arrivava via fax. Aveva fatto un numero zero di prova, lo aveva mostrato un pomeriggio a me e Daniele di Gennaro, a Trastevere, dove andavamo a un corso di scrittura. Ogni settimana parlava uno scrittore. Io venivo da Caserta in treno, e una volta ci demmo appuntamento qualche ora prima in un bar lì vicino. Decidemmo che era un progetto bellissimo, Daniele divenne socio di Marco e io dissi che volevo scrivere e occuparmi dei contenuti della rivista (ma non credo che si usasse ancora la parola contenuti, quando c’era il fax).

Quindi, cominciammo a lavorarci. La sede era la casa di Marco in culo al mondo (non solo per uno che veniva da Caserta, lo penso anche ora). La madre ci cucinava e una sera fece il risotto allo champagne, mise il risotto a tavola e poi non so come fece un buco in mezzo e da lì uscì lo champagne che inondò tutto il risotto. Era buonissimo, ma non me ne importava. Io continuavo a guardarla fisso per tutta la cena come si guardano quelli che dicono che la carta a cui stavi pensando era il 7 di quadri.

Poi decidemmo di prendere uno stand al Salone del libro, ma poiché dei fogli di carta A4 spillati ci sembravano troppo poco come materiale da esporre allo stand, facemmo fare due poster con delle scritte con i caratteri che usavamo. Una era un haiku di Vito Riviello che recitava: “spero che almeno via fax / ritorni Carlo Marx”. Soltanto che questi due poster li facemmo stampare su una carta lucida così pesante che portarne cento in braccio era impossibile. E quando caricammo la macchina, la parte posteriore si abbassò fino quasi a terra. Ed era una macchina pazzesca, che mio padre aveva appena comprato usata perché la voleva da anni, era una Renault Espace, una specie di van, lui diceva che ci serviva, ma non abbiamo mai capito a cosa servisse fino a quando gli chiesi se poteva prestarmela per andare al Salone di Torino.

Arrivammo troppo tardi, era quasi notte, e non era più possibile scaricare il nostro materiale (ma non credo che si usasse la parola materiale, quando c’era il fax). Andammo a dormire a casa di alcuni amici forse di Daniele forse di Marco, degli studiosi di Economia che erano già importanti, ma nonostante questo erano allegri e ospitali.

E la mattina dopo prendemmo la Renault Espace per andare al Salone del libro. Ma non avevamo nessuna idea di dove fosse il Salone, non avevamo una cartina, chiedevamo alle persone dove fosse. E a un certo punto ci dissero che dovevamo percorrere un lungo viale – a Torino, qualsiasi informazione chiedi, ti dicono che devi percorrere un lungo viale. Poi ci diedero altre indicazioni. E noi, finalmente sicuri di aver preso la strada giusta, cominciammo a percorrere il lungo viale a una certa velocità. Ma a un certo punto avemmo il sospetto che stessimo andando via dalla città, e poi vedemmo dall’altra parte della strada l’indicazione per la Fiera: era nella direzione opposta.

E io, per entusiasmo, per eccesso di allegria, per una certa abitudine molto stereotipata a guidare in modo estroso, feci un’improvvisa inversione di marcia, creando il panico in almeno venti automobilisti e colpendo quasi in pieno un’auto scura che veniva in direzione opposta. Ma con una manovra abilissima la scansai, e come si usava in modo stereotipato dalle mie parti alzai la mano per chiedere scusa e continuai come se nulla fosse. 

A questo punto, nei racconti inventati, si scopre che quella era una macchina della Digos. E il lettore dice: sì, vabbe’. Ma questa è una cronaca reale e quindi dovete crederci. Era una macchina della Digos.

(il resto della storia è su Cose spiegate bene, in libreria)