Max Verstappen nelle prove libere del Gran Premio di Monaco (Dan Istitene/Getty Images)
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  • sabato 22 Maggio 2021

Perché alla Formula 1 piace incastrarsi a Monaco

Come si è arrivati a far correre le gare di auto più seguite al mondo in un centro abitato così densamente abitato come quello di Montecarlo

Max Verstappen nelle prove libere del Gran Premio di Monaco (Dan Istitene/Getty Images)

Con poco più di due chilometri quadrati di superficie, circa 37mila abitanti e la più alta densità di popolazione del pianeta (18mila abitanti per chilometro quadrato), il Principato di Monaco è il secondo stato più piccolo al mondo dopo il Vaticano. Nonostante questo, ha trovato il modo di ospitare nel suo quartiere più centrale e conosciuto, Montecarlo, una delle corse più longeve e prestigiose nella storia dell’automobilismo sportivo.

Il circuito cittadino monegasco rappresenta una sorta di connessione tra la vecchia, caotica e pericolosa Formula 1 del passato e quella moderna, organizzata e sicura dei nostri giorni. Può essere considerato il tracciato più antico al mondo, perché di fatto esiste da quando esistono le strade sulle quali si corre: secondo la Formula 1 quelle vie erano utilizzate fin dal 1200, quando il Principato era un avamposto di Genova. Negli anni è stato imitato e preso come ispirazione per realizzare altri circuiti cittadini, come Singapore, Macao e Baku, che però non presentano né la complessità né l’autenticità di Monaco, un centro abitato raffinato a picco sul Mediterraneo e circondato dalle Alpi marittime.

La prima vera gara automobilistica di Monaco si corse nel 1929 su iniziativa di Antony Noghes, influente direttore del monopolio dei tabacchi del Principato, già tra gli organizzatori del più antico Rally di Montecarlo. Il rapido successo ottenuto dal 1911 in poi dalla gara corsa su sterrato tra la riviera monegasca e quella francese suggerì l’idea di una corsa altrettanto impegnativa e prestigiosa, ma su asfalto. Noghes — a cui è intitolata l’ultima curva prima del traguardo — istituì quindi il Gran Premio con l’aiuto di ingegneri e piloti tramite l’Automobile Club monegasco fondato dal padre Alexandre. Nel 1950 lo fece inserire come una delle sette gare del primo Campionato mondiale di Formula 1.

Pierre Veyron guida una Bugatti davanti all’Alfa Romeo di Carlo Felice Trossi in una gara a Monaco nel 1934 (Breslin/Central Press/Getty Images)

Dal 1955 Monaco ha sempre fatto parte del Mondiale di Formula 1 ad eccezione dell’anno scorso, quando fu annullato e rimpiazzato per l’impossibilità di organizzarlo durante la pandemia. La bravura richiesta per vincere nel Principato è tale che chi ci riesce ottiene una delle tre vittorie che compongono la Tripla corona, l’ambito riconoscimento per i piloti che in carriera riescono ad arrivare primi a Monaco in Formula 1, primi a Indianapolis nella 500 miglia e primi a Le Mans nella 24 ore. Finora soltanto uno ci è riuscito, l’inglese Graham Hill. Altri invece ci sono vicini, come Fernando Alonso, a cui manca Indianapolis.

Ad eccezione del tratto delle Piscine, il circuito è grossomodo lo stesso dagli anni Cinquanta proprio perché fa parte del sistema viario locale: non si può modificare senza cambiare la città. Misura 3,3 chilometri di lunghezza e viene percorso per 78 giri per un totale di 260 chilometri, circa cinquanta in meno del minimo previsto dalla Formula 1. Questa è solo una delle tante deroghe concesse a Monaco per il prestigio ottenuto negli anni: le prove iniziano sempre il giovedì e il venerdì ci si riposa, e la premiazione segue un protocollo particolare.

La larghezza della pista varia dai 7 ai 10 metri circa (una Formula 1 del 2021 misura poco meno di 2 metri nelle sue parti più larghe) e i limiti sono le barriere. Questo fa sì che i sorpassi a Montecarlo siano estremamente rari, motivo per cui le qualifiche e l’ordine delle auto dopo la prima curva successiva al rettilineo di partenza — la stretta Sainte Dévote — siano determinanti per l’andamento della gara: alcuni si ricorderanno per esempio quella del 2003, nella quale non si vide neanche un sorpasso. Una volta il pilota brasiliano Nelson Piquet disse che «correre a Monaco è come andare in bici nel salotto di casa».

Le monoposto sulla salita che porta al Casinò poco dopo la partenza del Gran Premio corso nel 2015 (Getty Images)

La mancanza di sorpassi è probabilmente l’unico aspetto che muove critiche contro il circuito. Il campione del mondo Lewis Hamilton ne ha parlato proprio quest’anno: «È il posto migliore, il posto più bello in cui possiamo correre, ma non è emozionante per gli appassionati. In gara non ci sono possibilità di sorpasso ed è così da sempre, qualcosa deve cambiare». I sorpassi e la velocità sono elementi imprescindibili dalle gare, ma a Monaco vengono rimpiazzati dalle capacità tecniche richieste nei piloti: chi non è bravo abbastanza si elimina da solo.

È il circuito con la velocità media più bassa del Mondiale, ma anche quello che presenta una delle curve più veloci, quella del tunnel, e la più lenta in assoluto, quella iconica a ferro di cavallo della Vecchia stazione, che si percorre a poco più di cinquanta chilometri orari. Rispetto agli altri Gran Premi del Mondiale, le auto vengono preparate in modo da essere il più reattive e manovrabili possibile e rialzate più del solito da terra per i numerosi sbalzi che devono affrontare.

Per molti che fanno parte del mondo della Formula 1, il Gran Premio di Monaco è una sorta di gara casalinga. Decine tra piloti, proprietari e team manager risiedono nel Principato. Tra i venti piloti in gara in questo Mondiale, uno in particolare si sente a casa: Charles Leclerc della Ferrari, che si avvicinò all’automobilismo proprio per la gara corsa nelle strade della sua città.