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  • mercoledì 5 Maggio 2021

Il Guardian ha 200 anni

Nacque come un giornale di paese a Manchester, oggi è il quotidiano di ispirazione dichiaratamente progressista più noto al mondo

(AP Photo)

Duecento anni fa usciva la prima edizione del Guardian, uno dei più importanti giornali nel Regno Unito e probabilmente il più famoso quotidiano di stampo dichiaratamente progressista al mondo. Era il 5 maggio 1821 e l’allora Impero britannico stava attraversando una difficile crisi economica che aveva innescato un movimento di protesta che chiedeva un allargamento del diritto di voto. Fra i principali sostenitori del movimento c’era anche il mercante di cotone John Edward Taylor, insieme ad altri imprenditori. Taylor intendeva creare un giornale che promuovesse le idee di una minoranza – allora, la classe media liberale – nel dibattito pubblico britannico; e in un certo senso l’impostazione iniziale è stata conservata, dato che nei due secoli successivi il Guardian ha sempre occupato un posto assai peculiare nel panorama editoriale e politico britannico.

Il Guardian fu fondato a Manchester, una delle più importanti città industriali e operaie dell’Inghilterra. Aveva la redazione in una via centrale della città, Market Street, sotto a un negozio di coltelli. Nei primi tempi la tiratura fu di mille copie. Per molti anni costò 7 pence, cioè più di due euro al cambio attuale, e usciva soltanto una volta a settimana: questo per via di una tassazione elevatissima sulla stampa dei giornali, che fu cancellata nel 1885 e permise al Guardian di diventare un quotidiano.

Per molto tempo gli interessi del Guardian riguardarono soprattutto gli affari cittadini, tanto che nella testata il nome completo era The Manchester Guardian. Si nota bene anche dalla prima pagina del primissimo numero, ricostruita dal sito del Guardian in occasione della celebrazione dei 200 anni: il primo articolo annunciava il ritrovamento di una cagna nera di razza terranova, smarrita da chissà chi, e la minaccia che sarebbe stata venduta entro 14 giorni se il proprietario non si fosse fatto vivo. Ma il primo numero conteneva anche un’inchiesta sul numero reale di bambini poveri che vivevano in città, tre volte più alto di quello ufficiale.

Il Guardian si spostò su posizioni più tradizionalmente di sinistra – guadagnando notorietà sul piano nazionale e internazionale – grazie a uno dei primi direttori, Charles Prestwich Scott, che veniva da una carriera da giornalista e mantenne l’incarico per 57 anni, dal 1872 al 1929. Nell’ultima fase della sua vita ne divenne anche proprietario: nel 1907, dopo la morte del figlio di Taylor, comprò il Guardian e lo lasciò poi in eredità ai suoi due figli, John e Edward; quest’ultimo però morì poco dopo il padre, lasciando tutto in mano a John.

Una newsletter sul dannato futuro dei giornali

A quel punto John Scott prese la decisione radicale di affidare la proprietà del giornale a una fondazione, in modo che più persone si occupassero a tempo pieno del giornale, e che lo facessero senza l’obiettivo di fare soldi e rispettando alcuni valori fondanti. La fondazione, che si chiama Scott Trust, è attiva ancora oggi e per statuto non può distribuire dividendi.

Nei decenni successivi il Guardian si trasferì gradualmente a Londra, il centro dell’editoria britannica, e consolidò la sua autorevolezza nel campo progressista, anche perché nel frattempo non erano nati concorrenti degni di nota (l’Independent, fondato nel 1986 come giornale centrista, non arrivò mai davvero a competere). Negli anni Novanta fu uno dei pochi giornali britannici a non partecipare alla cosiddetta guerra dei prezzi, in cui i principali quotidiani fecero a gara per ridurre il costo della singola copia nel tentativo di strappare lettori alla concorrenza.

Come tutti i principali quotidiani europei, però, dopo la crisi finanziaria si ritrovò con i conti sballati, a causa di una platea di lettori in diminuzione, costi sempre più alti e ricavi perlopiù stagnanti. Oggi invece il Guardian è ritenuto uno dei grandi quotidiani più in salute in Europa, tanto che nel 2019 ha raggiunto il pareggio di bilancio. Gli esperti di giornalismo concordano nell’assegnare il merito di questo traguardo ad Alan Rusbridger, direttore del giornale fra il 1995 e il 2015.

Alan Rusbridger (Dan Kitwood/Getty Images)

Fin dall’inizio della sua direzione Rusbridger intuì che per sopravvivere alla crisi il Guardian avrebbe dovuto ampliare il bacino di lettori, che nel Regno Unito è soffocato da decenni fra i giornali della destra istituzionale – Times e Telegraph – e i tabloid conservatori. Rusbridger cercò di rendere il Guardian un giornale simile al New York Times o al Washington Post, i grandi quotidiani statunitensi più attenti alla politica estera e in generale a quello che succede nel mondo, spese moltissimi soldi per assumere nuovo personale, soprattutto giornalisti giovani e talentuosi, e puntò moltissimo sul digitale, tanto che già nel 2011 il Guardian spostò la maggior parte delle proprie risorse e attenzioni al sito (che nel giro di pochi anni è diventato uno dei più letti siti di news in lingua inglese).

Il Guardian ha anche saputo andare incontro meglio di altri giornali ai gusti e alle sensibilità del suo pubblico: sia sostenendo apertamente la necessità che il Regno Unito rimanesse all’interno dell’Unione Europea – ancora oggi è il quotidiano britannico che copre meglio le istituzioni europee insieme al Financial Times – sia sperimentando nuovi formati e linguaggio: oggi produce decine di podcast e una cinquantina di newsletter, tutte gratuite.

Dopo alcuni anni difficoltosi e qualche aggiustamento, il Guardian oggi è in buona salute, nonostante alcuni tratti che rimangono unici nel panorama editoriale mondiale: come ad esempio il suo sistema ibrido che non prevede alcun paywall per i contenuti, ma che invece cerca di coinvolgere i lettori, dai più fedeli ai più occasionali, nella costruzione di una comunità che si riconosce nello stile e nell’approccio del giornale, spiegato e condiviso con comunicazioni frequenti da parte della nuova direttrice Katherine Viner, che nel 2015 è diventata la prima donna a guidare un importante quotidiano britannico.