(Peter Macdiarmid/Getty Images)
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  • domenica 22 maggio 2016

Come se la passa il Guardian

Il suo ex direttore lo ha trasformato in uno dei giornali più letti del mondo, ma in molti credono abbia speso troppo: e il nuovo corso prevede tagli e licenziamenti

(Peter Macdiarmid/Getty Images)

Venerdì 13 maggio Alan Rusbridger ha detto che rinuncerà alla carica di presidente del fondo Scott Trust, l’organizzazione non profit che possiede il Guardian, il più autorevole quotidiano britannico e uno dei più importanti e letti nel mondo. Rusbridger avrebbe dovuto diventare presidente dello Scott Trust a settembre. Rusbridger è un grande personaggio del giornalismo internazionale: è stato direttore del Guardian dal 1995 al 2015 ed è considerato il principale responsabile della trasformazione del giornale da quotidiano inglese di medie dimensioni al colosso internazionale che è oggi. Negli ultimi mesi però in molti hanno messo in discussione l’eredità lasciata da Rusbridger al Guardian, la cui situazione economica è fragile e complessa. La grande espansione voluta da Rusbridger negli anni della sua direzione è costata moltissimi soldi: troppi, secondo molti esperti, che sostengono in sostanza che le spese sostenute, con il senno di poi, non siano state giustificate da un ritorno economico sufficiente. Si stima che nel 2015 il Guardian abbia perso quasi 80 milioni di euro.

Come Rusbridger ha cambiato il Guardian
Rusbridger è nato in Zambia nel 1953, e nel 1976 si laureò all’Università di Cambridge in Letteratura inglese. Lavorò per un po’ al Cambridge Evening News, un giornale locale, e nel 1979 arrivò al Guardian. Nel 1988 divenne redattore, nel 1994 vice direttore e l’anno dopo fu nominato direttore. Una delle sue prime decisioni fu cambiare il formato di stampa del giornale e passare dal cosiddetto “lenzuolo” (broadsheet in inglese) al “berlinese” (lo stesso di Le Monde in Francia o Repubblica in Italia): una cosa insolita nel Regno Unito, dove quasi tutti i giornali sono in formato tabloid.

Rusbridger aveva lavorato negli anni Ottanta negli Stati Uniti come corrispondente per il Daily News, in un periodo in cui aveva lasciato il Guardian, e aveva scoperto – ha raccontato lui stesso – il giornalismo americano. Fin dall’inizio della sua direzione cercò di fare al Guardian un giornale più simile al New York Times o al Washington Post che agli altri giornali britannici, dove insieme a quotidiani autorevoli come il Financial Times, il Times e il Telegraph esistono moltissimi tabloid che contengono notizie esagerate o inventate, che si occupano spesso di argomenti frivoli o morbosi e che tra le altre cose pubblicano quotidianamente foto di donne nude, per una consolidata abitudine.

Il Guardian di Rusbridger invece si dedicò da subito alle inchieste, e una serie di articoli del 1997 che accusavano di corruzione alcuni parlamentari inglesi conservatori provocò la caduta dell’allora governo guidato da John Mayor, in quello che diventò noto come “cash-for-questions scandal”. Rusbridger diventò una delle figure più autorevoli del giornalismo mondiale ma fin da allora, spiega il New York Times, fu più apprezzato negli Stati Uniti che nel Regno Unito. Nel 2014, nell’ultimo anno della sua direzione, il Guardian vinse il suo primo premio Pulitzer insieme al Washington Post, per l’inchiesta di Glenn Greenwald sulla sorveglianza di massa negli Stati Uniti realizzata grazie alle rivelazioni dell’ex analista della NSA Edward Snowden. Nei diciassette anni tra lo scandalo “cash-for-questions” e quello della NSA, il Guardian è diventato il quarto sito di news in inglese più letto al mondo, davanti al New York Times, con oltre 100 milioni di utenti unici al mese.

Oltre a cambiare l’impostazione del giornale per renderlo più simile a quelli americani, Rusbridger ha speso moltissimi soldi per espandere il giornale. Nel 2011 ha lanciato un’edizione australiana e una statunitense, aprendo in tutto dieci redazioni nei due paesi e assumendo 50 nuovi giornalisti. Negli ultimi anni della sua direzione Rusbridger aveva promosso anche una grande e costosa espansione digitale del Guardian, in un periodo in cui moltissimi giornali chiudevano e licenziavano (l’Independent, altro storico quotidiano britannico, ha stampato la sua ultima copia cartacea lo scorso 26 marzo). Delle 1.950 persone che lavorano al Guardian, invece, 480 sono state assunte negli ultimi tre anni. Nonostante le grandi spese sostenute per queste operazioni, Rusbridger si è sempre opposto all’introduzione di un sistema per far pagare in qualche modo i lettori dell’edizione online, come hanno fatto moltissimi altri giornali, dal New York Times al Financial Times al Wall Street Journal. Secondo Rusbridger un sistema a pagamento non sarebbe compatibile con la missione editoriale del giornale.

Il Guardian è nei guai?
Quando Rusbridger annunciò che avrebbe lasciato la direzione del Guardian, nel dicembre del 2014, non c’era nessuno che mettesse in discussione la qualità del suo lavoro né la salute del giornale. In un comunicato ufficiale, la redazione aveva scritto: «Alan ha fissato gli standard per una leadership nel giornalismo dell’era digitale. La sua nomina allo Scott Trust coincide con un pubblico in rapida crescita, un’innovazione continua e una situazione economica sicura. Il suo successore erediterà un’organizzazione mediatica globale in ottima salute, e con prospettive chiare per un’ulteriore crescita». Rusbridger si è dimesso effettivamente lo scorso settembre. Negli ultimi mesi sono circolati diversi racconti sull’opposizione interna al giornale alla nomina di Rusbridger a capo del fondo che gestisce il Guardian, che fu istituito nel 1936.

Katharine Viner, che ha sostituito lo scorso settembre Rusbridger alla direzione del Guardian, ha idee piuttosto diverse su quale strada debba prendere il giornale per provare a risolvere i suoi problemi economici. Ha annunciato un piano per ridurre del 20 per cento il budget annuale del giornale nei prossimi tre anni, per un totale di 340 milioni di euro, e ha detto che verranno licenziate 250 persone che non verranno sostituite. Lo scorso luglio il fondo Scott Trust aveva un capitale di quasi 1,1 miliardi di euro: a gennaio del 2016 era sceso a circa 960 milioni. Dal 2007 a oggi il Guardian ha perso circa 545 milioni di euro.

Secondo il Financial Times, le tensioni tra Rusbridger e la nuova direzione del Guardian – e di conseguenza le critiche alla sua eredità – sono diventate più intense tra il dicembre del 2014 e oggi soprattutto perché con la sua nomina a presidente dello Scott Trust la sua influenza sul giornale non sarebbe finita. Secondo quanto hanno scritto diversi esperti di media, era diventato evidente che Viner voleva cambiare molte cose nel Guardian, ma che non avrebbe potuto farlo con Rusbridger presidente dello Scott Trust, perché in pratica sarebbe stato il suo capo.

Dopo le sue dimissioni da direttore, i dirigenti del Guardian Media Group (GMG) avevano chiesto a Rusbridger di aspettare ad assumere il ruolo di presidente dello Scott Trust finché non fosse stato nominato il suo successore. La scelta di Rusbridger, ha spiegato il Financial Times, non fu unanime da parte dei dirigenti del GMG, e arrivò dopo diversi ritardi e ripensamenti, influenzata anche dalle insistenze dell’allora presidente dello Scott Trust Liz Forgan. Il Financial Times ha anche raccontato di molte recenti tensioni tra i dirigenti dello Scott Trust e quelli del GMG sulle responsabilità delle perdite economiche degli ultimi anni, e dei complicati rapporti tra i tre organismi che gestiscono il Guardian: il fondo Scott Trust possiede il Guardian Media Group (la società che gestisce il Guardian), che a sua volta gestisce il Guardian News & Media, il gruppo editoriale del Guardian, che pubblica anche l’Observer, l’inserto domenicale.

Il Financial Times ha spiegato che non sempre è chiaro chi prenda le decisioni al Guardian tra il direttore e l’editore, cioè il presidente dello Scott Trust. Rusbridger e Forgan avevano un ottimo rapporto: la scelta naturale come successore di Rusbridger sarebbe stata quindi Janine Gibson, ex direttrice dell’edizione americana del Guardian e attuale direttrice di quella britannica di BuzzFeed, che aveva un ottimo rapporto con Rusbridger. Invece i dirigenti del GMG scelsero Viner, che – ha detto al Financial Times un dipendente del Guardian – era molto preoccupata dal ritorno di Rusbridger.

In una email inviata ai dipendenti del Guardian, Rusbridger ha spiegato che Viner e David Pemsel, CEO del GMG, «chiaramente ritengono di voler progettare un percorso nel futuro con un nuovo presidente e io capisco il loro ragionamento». Viner in una email ha lodato il lavoro di Rusbridger e ha detto che il Guardian ha nei suoi confronti «un enorme debito di gratitudine».

Ma è colpa sua?
Lo scorso marzo il mensile britannico Prospect ha pubblicato un lungo articolo intitolato “Who guards the Guardian?”, nel quale il giornalista Stephen Glover ha raccolto le perplessità di diverse persone che lavorano al Guardian sui risultati della strategia e degli investimenti decisi da Rusbridger negli ultimi anni della sua gestione.

Glover ha raccontato per esempio che quando nel 2005 Rusbridger decise di passare al formato berlinese per l’edizione cartacea, il Guardian dovette investire oltre cento milioni di euro per nuove presse in grado di supportare il formato, mentre il Times e l’Independent usarono quelle già in loro possesso per passare al formato tabloid. Rusbridger spiegò che il contratto che regolava la stampa del Guardian sarebbe terminato nel giro di tre anni e che quindi avrebbe dovuto comunque fare nuovi investimenti. Secondo Glover, però, il Guardian avrebbe potuto accettare di passare al formato tabloid e prolungare il contratto già esistente: nel 2005 il Guardian vendeva ogni giorno circa 400mila copie, mentre oggi ne vende solo 165mila. L’investimento quindi non ha pagato, anche perché le presse del Guardian non possono fare contratti con altri giornali, visto che nessun altro usa il formato berlinese.

Rusbridger ebbe anche un ruolo importante nella decisione del 2009 di trasferire la redazione centrale di Londra dalla zona di Farringdon a quella di King’s Cross, scartando scelte più economiche: «Secondo un dirigente del Guardian Media Group, trasferirsi a sud del Tamigi non era compatibile con la nuova ambizione del Guardian di diventare “il giornale più importante del mondo”». Lo stesso dirigente ha spiegato a Glover che la filosofia di Rusbridger era «spendere, spendere e spendere»; un altro ha aggiunto che l’ex direttore non accettò mai le responsabilità legate alle conseguenze di questi investimenti.

Glover ha spiegato che Rusbridger fu tra i primi a prevedere, dieci anni fa, che il futuro del giornalismo sarebbe stato su internet. La sua imponente strategia per espandere il sito del Guardian ha avuto un innegabile successo dal punto di vista giornalistico ma non da quello commerciale, secondo Glover, perché i guadagni legati alla pubblicità online sono stati inferiori alle previsioni (circa 100 milioni di euro nell’ultimo anno fiscale, contro i 125 milioni previsti). Glover ha confrontato la scelta del Guardian di non introdurre un sistema di pagamento con quella del Times, il quotidiano britannico posseduto da Ruperth Murdoch, che lo introdusse nel 2010. Allora il Times vendeva 500mila copie al giorno e il Guardian 280mila: oggi ne vendono rispettivamente 400mila e 165mila; e Glover dice che il primo al momento ha un bilancio in attivo, anche se di poco. Secondo Glover il calo delle vendite cartacee del Guardian è collegato al fatto che gli articoli sul sito siano gratuiti: molti lettori del giornale si sono spostati su internet, quindi continuano a leggere il Guardian ma senza dargli un soldo. Lo scorso primo marzo Viner ha detto comunque che non ci sono piani per mettere a pagamento gli articoli del Guardian, ma che si vuole continuare a sviluppare alcuni modelli già introdotti negli scorsi anni con la membership speciale, una sottoscrizione che permette ai lettori di pagare per partecipare a eventi speciali organizzati dal giornale e sostenerne le attività.

L’esperto di giornalismo Matthew Ingram si è chiesto su Fortune quanto le perdite economiche del Guardian siano da attribuire alle scelte di Rusbridger.

È vero che il mercato della pubblicità digitale, soprattutto quella che si basa su un pubblico molto ampio, si è rivelato un business peggiore di quanto ci si aspettasse, specialmente se si considera la crescita dei software di adblocking e il dominio di Facebook. Ma sarebbe esagerato pretendere che un direttore di un giornale lo sapesse nel 2013. Il Guardian ha fatto del suo meglio per sviluppare nuove forme di pubblicità, ma molte non hanno generato grandi guadagni. L’altro punto che si potrebbe citare in difesa di Rusbridger è che i direttori dei giornali non prendono le decisioni economiche che mandano in bancarotta i giornali: quelle le fanno gli editori. Tutti gli investimenti decisi dal direttore del Guardian sono stati approvati dal Guardian Media Group, e nel caso dei 480 dipendenti assunti negli ultimi tre anni, la metà sono stati assunti da David Pemsel, attuale CEO del Guardian Media Group.

Rusbridger ha risposto a Glover con un articolo, sempre pubblicato da Glover, intitolato “Who guarded the Guardian? I did”. Rusbridger ha spiegato che la decisione di cambiare le presse per la stampa del Guardian fu presa dopo molte riflessioni e consulenze, e non comportò costi maggiori. Ha anche detto che la redazione di King’s Cross era più economica di quella a sud del Tamigi, e che anche in quel caso furono i dirigenti del Guardian Media Group a decidere. Ma soprattutto Rusbridger ha difeso la strategia digital first (prima il digitale) portata avanti sotto la sua direzione, sostenendo che il giornalismo sulla carta è in declino, e che i giornali devono guardare al digitale per ottenere ricavi, anche se all’inizio potrebbero non esserci. I 100 milioni di euro di guadagni dalla pubblicità online del Guardian, secondo Rusbridger, sono molti se si pensa che dieci anni fa non esistevano, e sono circa 25 milioni in più di quelli del Daily Mail, il sito di news britannico più visitato al mondo. Soprattutto, dice Rusbridger, l’edizione cartacea del Guardian è sempre stata limitata nella circolazione – è in ottava posizione tra i giornali più venduti in Regno Unito – mentre l’attuale sito è più letto di quello del New York Times. Insomma, Rusbdiger dice: magari con me le cose non sono andate perfettamente, ma cosa ho fatto di sbagliato? Sicuri che senza questo genere di investimenti le cose oggi non sarebbero ancora peggiori, con l’aria che tira?

Secondo Rusbridger, la strategia del Times citata da Glover non è lungimirante: le vendite cartacee diminuiranno comunque e il giornale si ritroverà con una ristretta base di abbonati e per giunta tutti inglesi. Ha spiegato che le perdite del fondo erano state previste da un piano di investimenti che resta sostenibile: anche se finora non è stato redditizio, spiega Rusbridger, il Guardian «ha, nonostante cicli probabilmente inevitabili di espansioni e contrazioni, costruito le fondamenta per un futuro digitale. E ha aiutato a sostenere del giornalismo eccezionale negli ultimi anni».

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