Cosa significa l’abolizione della censura cinematografica in Italia

Una nuova legge stabilisce che i film possano essere al massimo vietati ai minori, ma già da alcuni decenni i provvedimenti più severi erano rarissimi

Il 5 aprile il ministro della Cultura, Dario Franceschini, ha firmato un decreto che abolisce la censura cinematografica in Italia. Il decreto attuativo, che segue la cosiddetta “Legge cinema” del 2016, istituisce infatti una nuova Commissione per la classificazione delle opere cinematografiche, la quale potrà al massimo vietare la visione di certi film ai minori di 18 anni. Ma non potrà più, come in teoria era possibile fino ad ora, vietare a certi film di uscire nei cinema o imporre tagli o modifiche a determinate scene.

Secondo Franceschini è stato «definitivamente superato quel sistema di controlli e interventi che consentiva ancora allo Stato di intervenire sulla libertà degli artisti». Va detto, tuttavia, che sebbene in passato la censura sia stata usata spesso – a volte nei confronti di film molto noti, facendo molto discutere – erano ormai passati diversi anni dall’ultimo, piccolo caso. Ed erano ormai passati più di vent’anni dall’ultimo caso importante, che nel 1998 riguardò il film Totò che visse due volte.

Le nuove regole
Il decreto attuativo firmato da Franceschini prevede che d’ora in poi i film destinati ai cinema siano divisi in quattro categorie: quelli adatti a ogni tipo di pubblico, e poi quelli vietati ai minori di 6, 14 e 18 anni. In base alle nuove regole a proporre la categoria ritenuta più adeguata per ogni film saranno direttamente i loro produttori e solo a quel punto la Commissione per la classificazione delle opere cinematografiche potrà confermare la categoria o, al massimo, proporne una diversa. Nicola Borrelli, direttore della Direzione generale Cinema e audiovisivo, ha spiegato che di fatto, quindi, «si mette in essere una sorta di autoregolamentazione» perché «saranno i produttori o i distributori ad autoclassificare l’opera cinematografica».

Come spiega il ministero della Cultura, la nuova Commissione – che sostituisce quello che in passato erano state diverse commissioni, che agivano in un sistema assai più complicato – risponderà alla Direzione Generale Cinema del ministero della Cultura, sarà presieduta da Alessandro Pajno (presidente emerito del Consiglio di Stato) e sarà composta da 49 componenti «scelti tra esperti di comprovata professionalità e competenza nel settore cinematografico e negli aspetti pedagogico-educativi connessi alla tutela dei minori o nella comunicazione sociale, nonché designati dalle associazioni dei genitori e dalle associazioni per la protezione degli animali».

La Commissione, che nella sua composizione attuale resterà in carica per tre anni, sarà composta, tra gli altri, da «sociologi, pedagogisti, psicologi, studiosi, esperti di cinema (critici, studiosi o autori), educatori, magistrati, avvocati, rappresentanti delle associazioni di genitori e persino di ambientalisti». E per confermare o modificare la classificazione di un film avrà a disposizione un massimo di 20 giorni.

Breve storia della censura cinematografica in Italia
In Italia la censura cinematografica è vecchia quasi quanto il cinema. Nella sua prima forma arrivò già negli anni Dieci del Novecento, con un Regio Decreto che imponeva tutta una serie di divieti e che prevedeva, per far sì che un film potesse essere proiettato, la presenza di un apposito nulla osta. Seguirono, negli anni del fascismo, i rigidissimi controlli del MinCulPop, il Ministero della Cultura Popolare.

Nel dopoguerra, tra chi più si occupò di censura ci fu Giulio Andreotti, che tra le tante altre cose fu anche sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega allo Spettacolo e che con riferimento al film Umberto D. – diretto da Vittorio De Sica – disse: «i panni sporchi si lavano in casa», riferendosi all’impatto all’estero del drammatico e impietoso racconto dell’Italia che emergeva dal film.

La legge in vigore fino alla firma dell’ultimo decreto attuativo arrivò però qualche anno dopo, nel 1962. Prevedeva, in breve e al netto di alcune modifiche nel corso degli anni, una Commissione di primo grado e una di appello, e la necessità, così come a inizio secolo, di un apposito nulla osta per l’arrivo di un film nei cinema.

A ben vedere però, come ha scritto su Repubblica Emiliano Morreale, per diversi decenni in Italia ci furono «tre tipi» di censura cinematografica, «e non necessariamente la più temibile era quella della commissione che visionava i film finiti». C’era infatti una sorta di controllo preventivo sulle sceneggiatura, a cui seguiva – dopo la fine del film e prima dell’eventuale arrivo nei cinema – «la visione da parte della commissione di revisione (la “censura” strettamente intesa, quella riformata da Franceschini)». C’era poi una terza possibile censura che si poteva verificare una volta che il film era nelle sale e dove «poteva essere denunciato da privati cittadini o magistrati, ed eventualmente venir processato».

Secondo un calcolo di ANSA, dal secondo dopoguerra in poi i film italiani in qualche modo «sottoposti a censura» furono 274, 130 quelli statunitensi e oltre 300 quelli da altri paesi. E furono migliaia i film controllati e ammessi nei cinema «dopo modifiche». Tra i casi più famosi, tra loro diversi per modi e tipo di censura o per le imposizioni di tagli e modifiche, ci sono quelli di Ultimo Tango a Parigi di Bernardo Bertolucci, Il pap’occhio di Renzo Arbore, Totò e Carolina di Mario Monicelli. In generale, il regista i cui film ebbero più problemi fu senza dubbio Pier Paolo Pasolini.

Uscito nel 1972, Ultimo Tango a Parigi fu sequestrato poco dopo per «esasperato pansessualismo fine a se stesso» e nel 1976 una sentenza della Corte di Cassazione decretò la distruzione di tutte le copie del film. La riabilitazione del film arrivò solo nel 1987. Il pap’occhio, invece, uscì nel 1980 e dopo tre settimane fu sequestrato «per vilipendio alla religione cattolica» e nei confronti del papa. E a proposito del suo Totò e Carolina – che ebbe tante e complicate vicende di censura – Totò disse: «se a un comico tolgono la possibilità di fare la satira che gli resta? Al film migliore che ho interpretato, Totò e Carolina, hanno fatto 82 tagli».

– Leggi anche: Quando le procure sequestrarono Teorema di Pasolini

L’ultimo caso di un film italiano importante sottoposto a censura fu nel 1998, quando Totò che visse due volte, diretto da Daniele Ciprì e Franco Maresco, fu bloccato in quanto considerato «degradante per la dignità del popolo siciliano, del mondo italiano e dell’umanità» e contenente «disprezzo verso il sentimento religioso», con scene «blasfeme e sacrileghe, intrise di degrado morale». Il film era diviso in tre episodi, il terzo dei quali aveva per protagonista «un Messia vecchio e rugoso, detto Totò, che cammina attraverso i luoghi controllati dalla mafia, accompagnato da Giuda, un gobbo iroso che insiste nel pretendere da lui una immediata guarigione dalla sua deformità».

Più di recente, nel 2012, ci fu un altro e più piccolo caso che riguardò Morituris, un «piccolo horror indipendente» che, come ha scritto Morreale, sfruttò «la pubblicità dell’interdizione per uscire direttamente in home video». Diretto da Raffaele Picchio, Morituris fu bloccato dalla Commissione di revisione cinematografica «per motivi di offesa al buon costume» e poiché fu considerato «un saggio di perversità e sadismo gratuiti».

La storia della censura cinematografica in Italia è bene raccontata e mostrata – con scene, esempi e spiegazioni – su CineCensura.com, una mostra digitale e permanente che «raccoglie i materiali relativi a 300 lungometraggi e a 80 cinegiornali, ma anche 100 tra pubblicità e cortometraggi, 28 manifesti censurati e filmati di tagli». Tra le altre cose, la mostra divide i casi di censura in quattro grandi temi: sesso, politica, religione e violenza.