Il pubblico dello Stadio Pedro Marrero dell'Avana (Getty Images)
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  • sabato 3 Aprile 2021

Cuba sta cambiando idea sui suoi atleti all’estero

La nazionale di calcio ha convocato per la prima volta giocatori che vivono in altri paesi, dopo anni di grande rigidità e limitazioni

Il pubblico dello Stadio Pedro Marrero dell'Avana (Getty Images)

A inizio marzo, per la prima volta nella sua storia, la nazionale maschile di calcio cubana ha convocato giocatori risiedenti all’estero e sprovvisti di un contratto con l’INDER, l’istituto nazionale dello sport cubano. Onel Hernandez del Norwich City (Inghilterra), Carlos Vazquez del Navalcarnero (Spagna) e Joel Apezteguia del Tre Fiori (San Marino) hanno ricevuto la prima convocazione in nazionale della loro carriera, mentre Jorge Luis Corrales del Tulsa (Stati Uniti) è potuto tornarci sei anni dopo aver lasciato il paese.

Nelle due partite giocate per le qualificazioni centro-nordamericane ai Mondiali del 2022, le convocazioni dei giocatori dai campionati stranieri non sono servite a evitare due sconfitte contro Curacao (1-2) e Guatemala (0-1), ma il loro ritorno sembra sia più orientato a un progetto a lungo termine.

Dopo anni di lenta normalizzazione dei rapporti tra gli organi statali cubani e i suoi atleti espatriati, la nazionale di calcio locale ha infatti potuto scegliere tra tutti i suoi migliori giocatori disponibili, cosa che finora non aveva mai potuto fare. Cuba è attualmente 180esima nel ranking FIFA, che conta 210 federazioni. Nonostante i suoi 11 milioni circa di abitanti e la sua radicata tradizione sportiva, si trova tra Puerto Rico (3 milioni di abitanti) e il Liechtenstein (appena 38mila) e non partecipa alla fase finale di un Mondiale dal 1938, quando si fermò ai quarti di finale.

La federazione locale non ha fornito nessuna spiegazione riguardo alla scelta di convocare per la prima volta giocatori dall’estero. In molti si sono interrogati sul perché sia accaduto proprio ora e la risposta più plausibile è che, di pari passo con la distensione dei rapporti con i suoi atleti, la prospettiva di un Mondiale, quello del 2026, aperto a 48 squadre e ospitato tra Messico, Stati Uniti e Canada possa aver spinto la federazione a trovare un modo per ottenere una qualificazione dopo tutti questi anni.

(Getty Images)

Espatri e vere e proprie fughe all’estero hanno segnato l’ultimo mezzo secolo di sport cubano. L’ex leader Fidel Castro vietò il professionismo nel 1961, cosa che svalutò contratti e compensi e spinse tanti fra i migliori atleti delle ultime generazioni a scappare all’estero o a disertare facendo perdere le tracce durante le trasferte all’estero autorizzate.

Nel baseball, per esempio — sport nazionale in cui Cuba ha vinto tre medaglie d’oro olimpiche —, le restrizioni hanno avuto come effetto l’impoverimento del campionato locale. Per arginare la fuga dei giocatori, nel 2013 il governo di Raul Castro permise ai giocatori cubani di trasferirsi all’estero a patto che pagassero il 20 per cento di tasse sui propri compensi e facessero ritorno per l’inizio del campionato nazionale, in inverno. Negli ultimi decenni ci sono stati 218 cubani nella Major League americana, senza contare tutti quelli che sono stati e si trovano tuttora negli Stati Uniti senza una squadra.

Le defezioni degli atleti cubani hanno riguardato anche l’Italia. Il pallavolista Osmany Juantorena, che dal 2015 rappresenta l’Italia dopo aver ottenuto la cittadinanza, passò quasi tre anni senza poter giocare per il veto imposto dalla federazione cubana, che contestava le modalità del suo trasferimento. Ancora più famoso fu il caso di Taismary Aguero, anche lei pallavolista, che arrivò in Italia nel 1998 grazie ai permessi concessi ai tempi da Cuba, ma che rifiutò di tornare quando, nel 2001, la federazione richiamò tutti gli atleti in patria. Per la sua decisione di non tornare, nel 2007 Cuba le negò il permesso di fare visita alla madre malata. Solo dopo la morte della madre ad Aguero fu concesso il visto per tornare.

Ora, la prima convocazione dei calciatori cubani dall’estero potrebbe diventare una consuetudine e riguardare anche gli altri sport, anche perché non si tratta di atleti fuggiti o rimasti all’estero consapevolmente, ma principalmente di seconde generazioni nate all’estero da genitori cubani o espatriati con le famiglie da piccoli. Hernandez, per esempio, è il primo calciatore cubano ad aver giocato e segnato un gol in Premier League. Si trasferì con la famiglia in Germania quando aveva tre anni e aveva sempre espresso il desiderio di rappresentare Cuba, cosa che ha potuto fare a 28 anni compiuti.

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