(Jack Taylor/Getty Images)

La quotazione in borsa di Deliveroo è stata un disastro

La famosa azienda di consegne è andata molto male alla borsa di Londra, e ci sono preoccupazioni per tutto il settore

(Jack Taylor/Getty Images)

Mercoledì la quotazione alla borsa di Londra di Deliveroo, la società britannica di consegna a domicilio di cibo, attiva anche in Italia, è stata un grosso insuccesso, che ha fatto perdere all’azienda oltre due miliardi di sterline di capitalizzazione di mercato (circa 2,2 miliardi di euro) rispetto alle attese di 7,6 miliardi. Pochi minuti dopo l’apertura delle contrattazioni, il titolo dell’azienda è crollato del 31 per cento e ha chiuso la giornata a –26 per cento.

La maggior parte degli analisti ha definito l’IPO (l’acronimo inglese di offerta pubblica iniziale, cioè il debutto in borsa) di Deliveroo un «fallimento» o un «disastro», e uno dei banchieri che se ne sono occupati ha detto al Financial Times che si è trattato della «peggiore IPO della storia di Londra».

Le ragioni di questo fallimento sono in parte congiunturali ma soprattutto strutturali: gli investitori sono scettici a proposito del modello di business di Deliveroo, che finora non ha generato profitti e che nel futuro potrebbe essere reso ancora meno sostenibile dall’approvazione di nuove leggi a difesa dei rider e dei lavoratori del settore. Questo scetticismo è una novità importante: finora le compagnie della cosiddetta gig economy, come Deliveroo, Glovo e Uber Eats, non avevano mai avuto grossi problemi a finanziarsi e anzi godevano della totale fiducia degli investitori.

Il fallimento della quotazione in borsa di Deliveroo non cambia tuttavia le caratteristiche economiche fondamentali della compagnia, che pur essendo in perdita ha avuto in questi anni una forte espansione. Molti altri debutti in borsa falliti, inoltre, hanno poi recuperato abbondantemente nei mesi e negli anni successivi, trasformandosi in un successo.

Che le cose rischiassero di andare male per Deliveroo si sapeva già da qualche settimana. Alcuni dei principali gestori di fondi che operano nella borsa britannica — come Baillie Gifford, Legal & General, M&G, Aviva e Aberdeen Standard — avevano annunciato che non avrebbero partecipato alla quotazione e dunque non avrebbero comprato azioni dell’azienda. Queste istituzioni, con varie motivazioni, avevano espresso scetticismo sulla possibilità che il business di Deliveroo potesse essere sostenibile sul lungo periodo.

L’azienda non ha mai ottenuto un profitto – ha perso 224 milioni di sterline nel 2020 (263 milioni di euro) – e le sue prospettive potrebbero peggiorare ulteriormente nei prossimi mesi, per due ragioni: anzitutto la diffusione delle vaccinazioni contro il coronavirus e la messa sotto controllo della pandemia che, quando e se arriveranno, potrebbero riportare le persone nei ristoranti, riducendo le occasioni di ordinare cibo con i servizi di consegna; in secondo luogo, il fatto che moltissimi paesi stiano approvando nuove leggi per proteggere i rider e garantire loro più diritti, o che i tribunali stiano costringendo le compagnie di delivery a farlo tramite sentenze.

A febbraio la Corte suprema del Regno Unito ha deciso che i lavoratori di Uber (cioè i guidatori del servizio di trasporto, non quelli che fanno consegne e che lavorano per Uber Eats) hanno diritto a contratti di lavoro dipendente, e non possono essere inquadrati come autonomi, come successo finora. A gennaio la procura di Milano ha detto in conferenza stampa che tutte le aziende di consegne, da Deliveroo a Glovo, dovrebbero assumere i loro rider, e una di esse, Just Eat, ha cominciato a farlo, sulla base di un contratto di lavoro concordato con i sindacati.

Altri casi simili ci sono stati in quasi tutta Europa: nella documentazione resa pubblica prima della quotazione, Deliveroo ha riconosciuto di avere vari tipi di dispute legali aperte nel Regno Unito, in Francia, in Spagna, nei Paesi Bassi e in altri stati. Anche negli Stati Uniti le compagnie della gig economy sono obiettivo di sentenze giudiziarie e di nuova legislazione promossa da molti stati.

Le compagnie della gig economy si sono sempre opposte alla regolarizzazione dei lavoratori, in buona parte perché i margini di guadagno sono molto ristretti e i contratti da dipendenti sono generalmente più costosi di quelli di lavoro autonomo usati finora. Un altro argomento usato dalle compagnie è che molti lavoratori preferirebbero la flessibilità del lavoro autonomo, anche se su questo punto c’è molto dibattito.

Gli investitori, in ogni caso, hanno ritenuto che nei prossimi anni per Deliveroo sarà sempre più difficile godere della convenienza dei contratti di lavoro flessibili, e che dunque le prospettive della società potrebbero essere meno positive del previsto.

Will Shu, cofondatore e amministratore delegato di Deliveroo (AP Photo/Francois Mori)

Queste prospettive negative non riguardano soltanto Deliveroo, ma tutte le altre compagnie della gig economy, i cui titoli in borsa hanno perso molto negli ultimi mesi. DoorDash, una società di consegne americana simile a Deliveroo, si è quotata lo scorso dicembre alla borsa di New York e dopo un eccezionale successo iniziale (una crescita dell’86 per cento nel primo giorno di contrattazioni) a partire da febbraio ha perso più di un terzo del suo valore. Lo stesso è successo ad altre compagnie simili. È probabile dunque che Deliveroo abbia perso di pochi mesi l’occasione di avere una IPO di successo.

Ci sono anche altre ragioni, più specifiche, del fallimento della quotazione. Gli investitori hanno accolto in maniera molto negativa il fatto che Will Shu, il cofondatore e amministratore delegato dell’azienda, abbia insistito per strutturare la quotazione in modo da consentirgli di mantenere il dominio assoluto sulla compagnia per i prossimi tre anni, pur possedendo una frazione delle azioni. Questi diritti speciali per i fondatori si ottengono tramite l’emissione di azioni chiamate “dual-class”, grazie alle quali Shu ha un potere di voto 20 volte superiore a quello di qualunque altro azionista.

Questo tipo di struttura azionaria è molto usata nella Silicon Valley (è il modo in cui i fondatori di Google, Facebook e di altre note aziende tecnologiche mantengono il controllo sui loro consigli di amministrazione) ma è inusuale in Europa, tanto che a causa delle regole della borsa di Londra Deliveroo non potrà entrare nel listino più importante, il FTSE 100.

L’iniziale crollo in borsa di Deliveroo è un problema anche per il governo britannico, che sperava in una IPO di grande successo per rilanciare la borsa di Londra, il London Stock Exchange, il cui ruolo centrale in Europa è insidiato da altri mercati (in particolare Amsterdam) a causa di Brexit. Rishi Sunak, il cancelliere dello scacchiere britannico, aveva definito Deliveroo come «una storia di successo genuinamente britannica» e aveva reso chiaro che il governo vi riponeva molte speranze.

L’IPO di Deliveroo è stata la più importante per la borsa di Londra dai tempi della quotazione di Glencore del 2011, e il suo fallimento aumenta le preoccupazioni del governo del Regno Unito sulla possibilità che il proprio mercato finanziario possa perdere d’importanza.