(Illustrazione di Cristina Amodeo)
  • lunedì 29 Marzo 2021

La prima inchiesta sull’aborto clandestino in Italia

Fu scritta dalla giornalista Milla Pastorino e pubblicata 60 anni fa sul settimanale femminista "Noi Donne": rivelò un fenomeno di cui allora non parlava nessuno

di Tommaso Dell'Anna
(Illustrazione di Cristina Amodeo)

Tra il febbraio e il marzo del 1961 uscì sul settimanale Noi Donne, divisa in tre parti, la prima inchiesta giornalistica che ritraeva con precisione le modalità, l’estensione e i numeri relativi al fenomeno degli aborti clandestini in Italia. Il lungo articolo, intitolato “I figli che non nascono”, era firmato da una giovane redattrice della rivista, Milla Pastorino, convintasi ad investigare sul tema dalle decine di lettere inviate alla sua rivista, nonché dai numerosi casi di cronaca con protagoniste donne costrette a ricorrere a pericolosi metodi clandestini per interrompere una gravidanza indesiderata. 

Mettere insieme numeri e testimonianze abbastanza solide per un’inchiesta fu particolarmente complesso: del problema, scoprirà Pastorino, nessuno voleva parlare. Né i medici, né i commissari, né tanto meno le stesse donne che subivano le conseguenze di questa clandestinità diffusa, temendo che esporsi avrebbe comportato ulteriori rischi. «Una giovane signora mi ha detto: non riuscirete mai a fare un’inchiesta su questo. Nessuno vi dirà mai niente. Io stessa non voglio dire niente», scriverà Pastorino nel suo articolo.

Le statistiche ufficiali più aggiornate, risalenti al 1957, parlavano di 772 reati accertati di aborto: ma la sensazione della redazione era che la realtà fosse un’altra, sommersa dal silenzio generale.

L’elefante nella stanza
Nell’Italia di quegli anni l’interruzione di una gravidanza, sia per le donne che la richiedevano che per chiunque la eseguisse o la facilitasse nella pratica, era inserita tra i “crimini contro l’integrità e la sanità della stirpe”: un reato perseguito molto severamente dal Codice penale vigente, in buona parte ancora composto dalle norme del Codice Rocco, risalente al ventennio fascista.

L’articolo che conteneva le disposizioni, il 553, era nato a supporto dell’espansione demografica in linea con le mire imperialiste di Mussolini. Fu abrogato soltanto nel 1971: dovranno passare altri sette anni prima dell’approvazione della legge 194, che disciplinerà e liberalizzerà le modalità di accesso alle interruzioni di gravidanza. 

Alfredo Rocco, il ministro della Giustizia che promulgò il Codice Penale contenente l’articolo 553 (WikiCommons)

Negli anni Cinquanta e Sessanta anche solo parlare di aborti, per le stesse donne e per chiunque fosse coinvolto, comportava grossi rischi, oltre a destare scalpore e indignazione in una società tendenzialmente religiosa, moralista e di stampo patriarcale. L’articolo di Pastorino scatenò, in un’atmosfera molto diversa da quella delle tumultuose contestazioni sociali degli anni successivi, un acceso dibattito ed una certa risonanza, considerata anche la grande diffusione di Noi Donne all’epoca della sua uscita.

I quotidiani italiani del periodo riportavano, con una certa frequenza, casi che intrecciavano aborti e cronaca nera, restituendo però la sensazione che si trattasse di drammi isolati piuttosto che di un problema di dimensioni nazionali. Incappare in una gravidanza non voluta, in quegli anni, era un evento molto più frequente di quanto lo sia ora, a causa della scarsissima diffusione di nozioni di educazione sessuale e di un’assenza di promozione di dispositivi di contraccezione.

Nonostante le condizioni economiche e sociali stessero sensibilmente migliorando rispetto al recente passato, un figlio non desiderato significava spesso rimanere a casa dal lavoro e ritrovarsi con una bocca in più da sfamare. Le ragazze e le donne in questa posizione, non potendo permettersi economicamente l’intervento dei pochi professionisti disposti ad aiutarle, erano costrette a rivolgersi a infermiere improvvisate senza alcuna preparazione, note come “mammane” o “praticone”. I contesti in cui avvenivano le interruzioni erano di scarsissima igiene e i metodi utilizzati altamente traumatici: spesso lasciavano danni permanenti o portavano, in alcuni casi, alla morte.

Eppure, nonostante molti fossero a conoscenza di questa realtà (stando a un sondaggio condotto dall’istituto Doxa, 70 persone su 100 pensavano che gli aborti procurati fossero molto o abbastanza diffusi), pubblicamente del problema aborto in Italia si preferiva tacere.

Gli anni del “miracolo”
Nel 1961 gli italiani si preparavano ad entrare nel quarto anno del cosiddetto “miracolo italiano”, il celebre termine con cui ci si riferisce agli anni a cavallo tra il 1958 e il 1964, che videro il paese protagonista di una fortunata congiuntura industriale, economica e sociale. L’Italia, in quei pochi anni, da nazione sottosviluppata e rurale si ritrovò a comparire tra le prime dieci potenze mondiali.

 Era l’estate di 24.000 baci di Adriano Celentano e Le mille bolle blu di Mina, di Divorzio all’italiana e del primo volo orbitale di Yuri Gagarin attorno alla terra.

Forte di questo improvviso progresso fioriva, nel paese, un nuovo ecosistema di media: cinema, radio e televisione. Le nuove evoluzioni dell’industria editoriale stavano diffondendo in tutto il paese nuovi modi, per milioni di italiani, di avere accesso ad una quantità di informazioni e di contenuti senza precedenti. La generazione di ragazze che negli anni Sessanta aveva tra i venti e i trent’anni, e che in questi contenuti si vedeva per la prima volta rappresentata, era figlia delle prime italiane a poter vantare il diritto di voto. Rispetto alle loro madri godeva di un’istruzione generalmente migliore e diffusa, e poteva permettersi di andare al cinema, acquistare riviste, leggere libri. 

Le riviste femminili, in particolare, guadagnarono una grande diffusione: un fenomeno nato negli anni Cinquanta che si espanse per tutto il periodo successivo. Noi Donne era una di queste, anche se vide i suoi albori in ben altre condizioni.

La nascita di un rotocalco
A Milano, nel 1943, all’alba della fase più critica della guerra, un gruppo di donne di varia appartenenza politica, tra cui Ada Gobetti, Lina Merlin (la stessa a cui si deve la legge che abolì la prostituzione legalizzata in Italia) e Caterina Picolato, fondarono i Gruppi di Difesa della Donna, meglio noti come G.D.D., nel tentativo di unificare sotto un unico coordinamento il maggior numero possibile dei movimenti antifascisti femminili esistenti in Italia.

Per comunicare notizie e valori fondativi ai vari distaccamenti, l’anno successivo venne istituito un “foglio clandestino”, una rivista stampata con pochissimi mezzi a disposizione e distribuita a mano o attaccata direttamente sui muri delle città. Si decise di omaggiare il nome di un’altra pubblicazione clandestina, fondata da due italiane esiliate a Parigi nel 1937: Noi Donne. Era nata la prima rivista italiana dedicata all’emancipazione femminile.

La copertina di un numero clandestino di Noi Donne del 1944. Le copie di questo periodo venivano riprodotte dalle militanti con mezzi di fortuna, come macchine da scrivere (Archivio Storico Noi Donne)

La fine della guerra vide confluire ulteriori associazioni in quello che stava prendendo forma come il primo movimento femminista italiano organizzato, che cambiò nome in Unione Donne Italiane, o UDI: di fatto uno dei pilastri politici dell’Italia postbellica. Ma questa è un’altra storia.

Dell’UDI Noi Donne divenne la pubblicazione ufficiale, godendo di riflesso di una distribuzione capillare e potendo contare su un’ampia base di fedeli lettrici che ne condividevano i principi progressisti e libertari. Nel 1947, la direzione prese una decisione coraggiosa: evolvere in un rotocalco, un formato che in quegli anni cominciò a contendere lo scettro di “re delle tirature” ai quotidiani. 

Ispirato ai periodici illustrati statunitensi come Life, il rotocalco divenne un popolarissimo formato editoriale nell’Italia degli anni Cinquanta. Con cadenza settimanale, bisettimanale o mensile, queste pubblicazioni proponevano un tipo di informazione più seducente e moderna di quella dei quotidiani: fotografie, spesso a colori, e temi di attualità, approfondimento, narrativa, sport, costume. Affiancando alla sua natura politica e femminista tematiche più leggere come narrativa, moda e cucina, Noi Donne trovò una formula unica nel panorama editoriale dell’epoca, e particolarmente azzeccata. 

La tiratura arrivò infatti a toccare, nel marzo del 1961, le 700.000 copie, anche grazie ad un sistema di distribuzione “misto”, che integrava la vendita in edicola con quella porta a porta. 

Le colorate copertine di alcuni numeri di Noi Donne usciti negli anni ‘60 (Archivio Storico Noi Donne)

“Il personale è politico”
Nonostante le novità e le trasformazioni che questo periodo portò con sé, buona parte della società italiana rimaneva tuttavia ancora legata a tradizioni e comportamenti estremamente conservatori: il disagio provato dai cittadini più giovani e progressisti si riversò nelle strade soltanto verso la fine del decennio. 

La condizione di vita delle donne, anche negli ambienti culturalmente più avanzati, era sensibilmente diversa da quella degli uomini, in particolare per quanto riguarda la parità salariale e l’emancipazione dai tradizionali ruoli domestici e di cura di figlie e figli. I rotocalchi seppero raccogliere questo desiderio di cambiamento, portando le lettrici a costruire con essi un rapporto di fiducia e intimità. Un legame particolarmente visibile nelle pagine dedicate alla corrispondenza, in cui – probabilmente per la prima volta – le italiane potevano confessarsi liberamente rispetto a tutta una serie di temi sui quali tradizionalmente vigeva un silenzio assoluto: relazioni extraconiugali, sesso, frustrazioni, violenze subite e, per l’appunto, aborto. 

Questa improvvisa ribalta dello spazio intimo nel discorso pubblico è evidente anche in due altre opere di quegli stessi anni: il libro Le italiane si confessano di Gabriella Parca, del 1959, e il film-documentario Comizi d’Amore di Pier Paolo Pasolini, del 1964. In entrambi i casi, le donne italiane (e, nel film di Pasolini, anche la loro goffa controparte maschile) esprimono, spesso timidamente e indirettamente, la condizione di sudditanza, sofferenza e alienazione che sono costrette ad affrontare nella vita di tutti i giorni, in quella che probabilmente era la società di stampo più patriarcale di tutto l’Occidente.

Fu questo allargamento dello spazio privato a pubblico, reso possibile in gran parte dal fiorire e dalla popolarità di riviste, film, programmi radiofonici e libri che gettò le basi per i movimenti femministi degli anni successivi, il cui motto principale divenne, appunto: “il personale è politico”. È in questo clima che sarebbe stata realizzata l’inchiesta “I figli che non nascono” di Milla Pastorino.

L’inchiesta
Nata a Genova, e dal 1951 parte della redazione romana di Noi Donne, Milla Pastorino era una giovane giornalista interessata a raccontare il punto di vista femminile all’interno della società italiana, che iniziava a configurarsi in modalità completamente diverse rispetto al passato. Sulla sua scrivania, ormai da tempo, si andavano accumulando ritagli di quotidiani e lettere, tutti accomunati dallo stesso tema. Gli stralci di giornale, molti dei quali poi inseriti nell’articolo, riportavano titoli come:

«Una sposa si riduce in fin di vita per il timore di avere un bambino», «Morente una diciottenne per il timore di diventare madre», «Un medico ha sepolto nel bosco una ragazza morta nel suo studio per illeciti interventi», «L’infelice esistenza della giovane cuneese morta all’ospedale forse per pratiche illecite».

Il titolo di uno degli articoli inclusi nell’inchiesta (Archivio Storico Noi Donne)

Le lettere, che venivano pubblicate nella rubrica Parliamone insieme e che Pastorino raccoglierà poi in un libro pubblicato tre anni dopo, Controllo all’italiana, facevano emergere storie molto diverse tra loro, per condizioni economiche e latitudine, ma con una narrazione comune:

«Mio marito è disoccupato da un anno […] Siamo sposati da quattro anni e abbiamo tre figli. Ora sono di nuovo incinta e abbiamo lo sfratto perché non paghiamo l’affitto. Questo bambino non ci voleva proprio…»

«La mia salute è cattiva, dopo quattro figli e cinque aborti sono ridotta che sembro una vecchia (ho solo trent’anni invece) e non posso più lavorare…»

«Con mio marito non andiamo tanto d’accordo perché in cinque anni di matrimonio ho avuto tre figli e ho dovuto fare due aborti, così ho sempre paura di restare incinta»

Di racconti come questi Pastorino ne raccolse a decine, mentre parecchi altri affollavano le pagine di altre riviste. Era una realtà tristemente condivisa, fatta di metodi casalinghi, “erbe miracolose” che procuravano infezioni ed emorragie, interventi clandestini eseguiti in ambienti sporchi e improvvisati. Nell’articolo, le interruzioni di gravidanza clandestine erano chiamate «l’aborto della povera gente: troppo ignorante per evitare la gravidanza, troppo disperata per mettere al mondo un altro figlio, troppo povera per ricorrere a un medico».

La copertina del numero 6 di Noi Donne del Febbraio 1961 (Archivio Storico Noi Donne)

La raccolta dei dati utili a ricostruire le dimensioni del fenomeno richiese a Pastorino uno sforzo notevole: sia per aggregarli e confrontarli, sparsi tra statistiche provinciali e camuffamenti, che per contattare chi potesse aiutarla a metterli insieme.

Il clima attorno all’argomento era di sdegno, omertà, silenzio: data la legislatura vigente, nessuno voleva guai. Molte morti venivano archiviate dai medici legali dell’epoca come conseguenti a un non meglio specificato “trauma fisico”, per evitare problemi, e scomparivano quindi dalle statistiche ufficiali. Gli stessi medici parlavano con reticenza, così come i rappresentanti delle istituzioni. «A chi decida di occuparsene possono accadere una quantità di cose strane: si può essere cortesemente invitati a pensare ad altro, si può essere guardati con sospetto, come possibili ricattatori, o con disprezzo, come difensori della legalizzazione dell’aborto; si può essere sconsigliati affettuosamente, come ragazzi che vogliono giocare con le bombe e non sanno che possono scoppiargli fra le mani», scriveva Pastorino.

La doppia pagina d’apertura dell’inchiesta di Milla Pastorino (Archivio Storico Noi Donne)

Pastorino passò quindi a contattare giuristi, commissari di polizia, parlò con ostetriche, raccolse testimonianze da ogni estrazione sociale e latitudine. E, soprattutto, ricevette un aiuto dall’A.I.E.D., l’Associazione Italiana per l’Educazione Demografica.

Fondata nel 1951 a Milano da un gruppo di giornalisti, scienziati e uomini di cultura, l’associazione cercava di contrastare l’articolo 553 con un’attività politica, divulgativa, e sanitaria: i medici associati si offrivano volontariamente per tenere aperti gli ambulatori, operando fuori dalla legalità. Fu l’A.I.E.D. a fornire a Milla Pastorino dati, contatti e testimonianze che le permisero di triangolare, finalmente, le effettive dimensioni del fenomeno dell’aborto clandestino in Italia.

I numeri raccontavano la stessa storia delle lettere anonime e degli stralci di giornale. Uno studio di nove anni effettuato in una borgata romana su un campione di 208 donne mostrava come il rapporto tra figli nati e aborti fosse di 527 a 308: più di una gravidanza su due veniva quindi interrotta. A Palermo, nel 1958, i nati vivi furono 9635, mentre gli aborti 4211.

Persino a Bergamo, una delle province più cattoliche d’Italia, la situazione ricalcava lo stesso rapporto. Alcuni anni prima, il dottor Piero Zambetti, presidente dell’ONMI (Opera Nazionale Maternità e Infanzia, poi sciolto negli anni Settanta) e segretario della Democrazia Cristiana, dichiarava: «Tutti i paesi, dico tutti, sono stati toccati da questa piaga vergognosa e immorale… Si parla di migliaia di aborti provocati in un anno in provincia di Bergamo. E sì è, credo, nel vero quando si dice che le migliaia superano la decina». L’annuario statistico del 1957 riportava per la provincia di Bergamo la cifra di 13.661 nati vivi. Questi dati venivano confermati da ulteriori cifre parziali emerse durante un convegno svoltosi in quegli anni al Circolo della Riforma di Milano, i cui relatori furono unanimemente d’accordo nel valutare in rapporto di cinquanta su cento il numero delle gravidanze interrotte su quelle portate a termine. 

In Italia, in quel periodo, il numero di gravidanze ufficiali parlava di un milione di bambini nati all’anno: stando quindi alle statistiche raccolte da Pastorino, il numero di aborti toccava, e probabilmente superava, il milione, ovvero: tanti aborti clandestini quante nascite. 

Con queste cifre, le testimonianze raccolte e un quadro totale ben diverso da quello condiviso dall’opinione pubblica, il 5 febbraio 1961 uscì in edicola il numero di Noi Donne contenente la prima parte dell’inchiesta, di cui l’aspetto forse più preoccupante fu che gli stessi medici contattati da Pastorino pensavano che quei dati fossero addirittura sottostimati. «Da noi arrivano solo i casi estremi, donne in punto di morte», diceva un’ostetrica, senza aggiungere molto altro, se non ammettere che le donne che ricorrevano all’aborto clandestino fossero «moltissime». Una sua collega specificava che il fenomeno toccava «la maggior parte delle sposate, e anche le nubili», spiegando così le numerose sparizioni di donne, i casi di sepsi, i molti suicidi di cui i giornali parlavano sempre più spesso.

Le cifre delle morti conseguenti ad operazioni clandestine non sono mai state chiare a causa della loro natura illecita. Un articolo del Corriere della Sera del 1969 parlava di 20 mila morti all’anno.

Milla Pastorino (Edizioni Omnibus Il Gallo)

La quiete
L’inchiesta suscitò, sul momento, un grande scalpore, ma una volta passato – come nota anche Giambattista Scirè in L’aborto in Italia – di aborto non si parlò più ancora per molto tempo, se non negli occasionali drammatici casi da prima pagina.

Da questa inchiesta del 1961 all’approvazione della legge 194, il 22 marzo 1978, passarono altri diciassette anni. Un periodo in cui successe di tutto: dalle contestazioni giovanili del 1968 all’espansione del movimento femminista degli anni Settanta. L’uso degli anticoncezionali come la pillola, la diffusione dell’educazione sessuale e il miglioramento dell’emancipazione femminile contribuirono ad abbassare il numero di aborti annui fino alle cifre attuali, e soprattutto a debellare le insensate morti clandestine. 

Oggi può sembrare scontato, ma questa presa di coscienza – che nel decennio successivo cambiò in maniera dirompente sia l’atteggiamento collettivo che una norma fascista di quasi cinquant’anni prima sul tema dell’aborto – emerse dal semplice racconto di sé. O meglio dal lasciare che le donne, parlando della propria quotidianità, realizzassero una condizione comune, creando una coscienza condivisa.

Prima delle lotte, prima delle manifestazioni, prima dei movimenti di piazza, ci fu un momento intimo e al tempo stesso collettivo di riconoscimento di un valore comune, di un’appartenenza, che avvenne grazie al lavoro di altre donne che, attraverso la diffusione di media precedentemente appannaggio di classi agiate (e di sesso prevalentemente maschile), riuscirono a creare una narrazione comune tale da coinvolgere un’intera nazione. «Non abbiamo paura – scriveva Pastorino nella conclusione dell’articolo – di scottarci le mani quando si tratta di aiutare a conoscere la verità; solo il silenzio ci spaventa, perché è il miglior alleato del pregiudizio, della disperazione, della tragedia delle donne».

Milla Pastorino, dopo la promozione a condirettrice di Noi Donne, continuerà a scrivere inchieste e reportage per l’Avanti e per numerose altre riviste e settimanali femminili, pubblicherà diversi libri d’inchiesta e diventerà autrice di alcuni documentari per la Rai, alcuni presenti online. Morì nel 2000.

Questo e gli altri articoli della sezione L’aborto in Italia sono un progetto del corso di giornalismo 2021 del Post alla scuola Belleville, pensato e completato dagli studenti del corso.