Studenti con dipinta in volto la bandiera che rappresenta la Papua occidentale durante una protesta in favore dell'indipendenza di Papua e Papua occidentale a Jakarta, in Indonesia, il 28 agosto 2019 (AP Photo/ Tatan Syuflana)
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  • mercoledì 10 Marzo 2021

L’isola che non vuole la base di lancio di SpaceX

Si trova nella provincia di Papua, in Indonesia, e si oppone al progetto sia per motivi ambientali che per ragioni politiche

Studenti con dipinta in volto la bandiera che rappresenta la Papua occidentale durante una protesta in favore dell'indipendenza di Papua e Papua occidentale a Jakarta, in Indonesia, il 28 agosto 2019 (AP Photo/ Tatan Syuflana)

Nella provincia indonesiana di Papua, che si trova nella metà occidentale dell’isola di Nuova Guinea, c’è un’isola che si chiama Biak ed è grande più o meno quanto Tenerife. Lo scorso dicembre, il presidente indonesiano Joko Widodo aveva proposto a Elon Musk, fondatore della compagnia spaziale privata SpaceX, di costruire una base di lancio per mandare in orbita razzi e piccoli satelliti proprio a Biak. Il governo indonesiano dice che questa è una grossa opportunità per l’economia di Papua, che è una delle regioni più povere dell’Indonesia, ma gli abitanti dell’isola non sono affatto d’accordo.

La nuova base di lancio devasterebbe l’ecosistema di Biak e forzerebbe molte persone ad abbandonare le loro case, sostengono i locali: e poi c’è la questione delle tensioni tra il governo indonesiano e le province di Papua e Papua occidentale, che durano da sessant’anni.

Starlink è l’ambizioso progetto con cui Musk vorrebbe costruire una costellazione di migliaia di satelliti intorno alla Terra per trasmettere Internet, raggiungendo i luoghi dove è troppo costoso portare connessioni tradizionali. I primi satelliti sperimentali di Starlink erano stati lanciati in orbita nel maggio del 2019 con il razzo Falcon 9 di SpaceX, e l’obiettivo finale sarebbe mettere in orbita 12mila mini-satelliti entro il 2026. L’isola di Biak sarebbe il posto perfetto dove costruire una base di lancio, e il primo sito di questo tipo non militare a operare in quella regione dell’oceano Pacifico.

Biak si trova un grado al di sotto dell’Equatore, in una posizione ideale per il lancio di satelliti destinati alla comunicazione in un’orbita bassa, attorno agli 800 chilometri dalla Terra. Inoltre, l’isola è vicina ad aree ricche di risorse naturali, per esempio giacimenti di rame e nichel, che sono impiegati sia per la realizzazione di alcune parti dei razzi che per alcune componenti delle batterie delle auto elettriche di Tesla, altra azienda fondata da Musk.

Lo scorso luglio Musk aveva offerto ai paesi produttori di nichel un «contratto enorme per un lungo periodo di tempo» a patto che estraessero metalli in maniera efficiente e rispettosa per l’ambiente.

La grande ricchezza di nichel della Papua darebbe all’Indonesia l’opportunità di attirare gli investimenti di Tesla nella zona e di diventare uno dei principali fornitori di materiali essenziali per la realizzazione delle batterie: allo stesso tempo, la nuova base di lancio porterebbe «un impatto economico positivo» per gli abitanti di Biak, ha detto al Guardian un portavoce del governo indonesiano. Il problema è che secondo gli abitanti dell’isola la base di lancio porterebbe molti più svantaggi che benefici.

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Secondo una coalizione di ong indonesiane che si battono per la salvaguardia dell’ambiente, JATAM, un incremento delle attività di estrazione farebbe aumentare la deforestazione e potrebbe provocare l’inquinamento di aree marine protette, danneggiando anche la salute delle persone. Per esempio, l’aumento di produzione previsto per la miniera di Grasberg, che si trova sull’isola di Papua ed è la prima miniera d’oro del mondo e la seconda più grande di rame, produrrebbe circa 80 milioni di tonnellate in più di rifiuti, con grossi danni per l’ambiente.

Un leader tribale dell’isola, Manfun Sroyer, ha detto che la base di lancio priverà la popolazione del suo tradizionale territorio di caccia e «danneggerà la natura da cui dipendono le nostre vite»; ha anche aggiunto che «se protestassimo verremmo subito arrestati».

Sroyer ha spiegato che già nel 2002 la Russia aveva messo gli occhi sull’isola di Biak per costruirci una base per il lancio di satelliti, e molti di quelli che avevano protestato erano stati arrestati e interrogati. Il progetto di realizzazione di una base russa a Biak è stato avviato in collaborazione con l’Istituto indonesiano di Aeronautica e Spazio, è tuttora in corso e dovrebbe concludersi nel 2024: «adesso questo tormento e queste intimidazioni stanno andando avanti», ha detto Sroyer.

Oltre alla questione ambientale, però, lo sviluppo di una nuova base di lancio su Biak riguarda anche una grossa questione di natura culturale e politica.

La parte occidentale di Nuova Guinea – che non va confusa con la Papua Nuova Guinea, che è lo stato indipendente che occupa la parte orientale dell’isola – fu invasa e annessa all’Indonesia nel 1963, e nel 1969 ci fu un contestatissimo referendum con cui 1.025 capi tribali di Papua furono costretti a votare in favore del controllo indonesiano.

L’Indonesia sostiene di esercitare legittimamente la sovranità sulle due province dell’isola, Papua e Papua occidentale, ma la maggior parte degli abitanti della zona appartiene a un’altra cultura: sono melanesiani, un’etnia diversa da quella della maggioranza degli indonesiani, parlano una lingua simile e hanno tratti somatici in comune con gli abitanti della Papua Nuova Guinea, delle Isole Salomone, di Vanuatu, delle Isole Fiji e della Nuova Caledonia.

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Dal momento dell’annessione all’Indonesia, i movimenti indipendentisti di Papua si sono battuti con una guerriglia a bassa intensità contro le forze indonesiane, che hanno risposto schierando contingenti militari nella regione e impedendo a organizzazioni non governative e osservatori internazionali di visitarla.

Per questa ragione, gli abitanti di Biak temono anche che la costruzione di una nuova base di lancio possa ulteriormente rafforzare la presenza dell’esercito sull’isola.

Biak è una località molto importante per l’esercito indonesiano, che vi ha costruito basi militari utilizzate per lo spiegamento di truppe, forze aeree e navi. Secondo le scarse testimonianze che provengono dalla regione, nel corso degli anni le forze indonesiane hanno compiuto numerosi abusi, come assassinii, arresti illegali, torture e intimidazioni. Ancora oggi decine di attivisti si trovano in prigione per aver sostenuto pacificamente il movimento per l’indipendenza, e si stima che nel lungo conflitto siano state uccise fino a 500mila persone.

Nel 1998 proprio a Biak c’era stato uno dei più grossi presunti massacri legati all’occupazione indonesiana di Papua occidentale: circa 150 civili sarebbero stati torturati, uccisi e gettati nel mare da parte delle forze di sicurezza indonesiane per aver protestato in favore dell’indipendenza e innalzato la bandiera che simboleggia Papua occidentale, chiamata “Morning Star”.