Durante una nevicata davanti all'Alamo, la missione coloniale spagnola nel centro storico di San Antonio, in Texas, il 18 febbraio 2021 (AP Photo/Eric Gay, La Presse)

Il freddo in Texas c’entra con il cambiamento climatico?

Se ne sta discutendo da giorni, tirando in ballo il "vortice artico", ma non c'è accordo tra scienziati

Durante una nevicata davanti all'Alamo, la missione coloniale spagnola nel centro storico di San Antonio, in Texas, il 18 febbraio 2021 (AP Photo/Eric Gay, La Presse)

La scorsa settimana in Texas si sono registrate alcune delle temperature più basse da più di 30 anni, e i giorni tra il 14 e il 18 febbraio sono stati i più freddi per temperatura media dal 1981. A causa dei limiti della rete elettrica locale, il freddo ha lasciato senza corrente e riscaldamento milioni di persone. Secondo alcuni scienziati questi fenomeni meteorologici potrebbero essere legati al riscaldamento globale causato dalle attività umane.

L’idea potrebbe sembrare controintuitiva, perché il riscaldamento globale si associa all’aumento delle temperature, ma il discorso è più complesso.

Le aree della Terra dove la temperatura media sta aumentando più velocemente sono i Poli. I fenomeni climatici sono molto complessi e non si sa ancora bene quali siano tutte le conseguenze dell’aumento delle temperature polari, ma secondo una delle ipotesi esistenti (“Artico caldo, continenti freddi”) il riscaldamento del Polo Nord porterebbe i venti polari verso le zone continentali a sud più spesso che in passato, causando alcuni dei fenomeni meteorologici più estremi degli ultimi decenni, come le recenti tempeste di neve in Texas.

Il nome dell’ipotesi non significa che l’Artico sia più caldo dei continenti, ma che lo sia rispetto alle sue classiche temperature medie. Il concetto è ben trasmesso da molte mappe in cui sono mostrate le anomalie della temperatura superficiale della Terra delle ultime settimane rispetto alla media nel periodo 1979-2000: i colori che tendono verso il rosso mostrano dove la temperatura è più alta del solito, quelli verso il viola dove è insolitamente più bassa.

Negli strati atmosferici sopra il Polo Nord c’è un vortice di venti freddi, il cosiddetto vortice polare, o più correttamente vortice artico. Generalmente il vortice artico è “trattenuto” sopra il Polo da una corrente a getto, cioè un veloce flusso d’aria che si trova più a sud. La corrente a getto fa da barriera al vortice artico come se fosse il bordo di una ciotola, ha spiegato a Vox il climatologo dell’Università del Colorado Walt Meier, esperto di clima artico: «L’aria fredda è più pesante, quindi è come tenuta in trappola da questa ciotola di aria calda. Non ne supera il bordo». O almeno, non lo fa di solito.

Quando le temperature nell’Artico aumentano, parte del vortice di venti freddi può oltrepassare il bordo della “ciotola”, superando i consueti limiti della corrente a getto e arrivando così sulle zone continentali. Il fenomeno si può capire meglio guardando una delle rappresentazioni grafiche che lo spiegano.

L’aria che oltrepassa i bordi della ciotola è più calda dei tipici venti artici, ma è comunque molto fredda. Per questo potrebbe essere stata in grado di causare intense nevicate come quelle avvenute di recente in Texas (che non ha catene montuose a proteggerlo), o in Europa due anni fa.

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Non è il cambiamento climatico dovuto alle attività umane a causare queste “fuoriuscite” di venti freddi verso i continenti – negli Stati Uniti capita in media sei volte per decennio, dice la National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA), l’agenzia federale americana che si occupa di meteorologia e clima –, ma secondo alcuni scienziati il riscaldamento globale le ha rese più frequenti.

Non tutti i climatologi sono d’accordo e nel corso del 2020 sulla rivista scientifica Nature sono stati pubblicati due studi che contestano l’ipotesi “Artico caldo, continenti freddi”. Uno di questi dice che l’influenza del clima artico su quello delle latitudini inferiori è ridotta rispetto a quella di altri fenomeni climatici.

In generale, gli scienziati ritengono che in conseguenza del cambiamento climatico le temperature medie invernali dell’emisfero Boreale (il nostro) aumenteranno. Questa previsione però, ha spiegato su Twitter Stefan Rahmstorf, professore di Fisica degli oceani dell’Università di Potsdam, non è per forza in contrasto con l’ipotesi che alcuni fenomeni meteorologici invernali caratterizzati da un freddo intenso possano diventare più frequenti, almeno nel breve periodo.

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