Un murale con la scritta "Hope" ("Speranza") dipinto sul muro di un hotel danneggiato dall'esplosione del 4 agosto (MARWAN TAHTAH/Getty Images)
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  • giovedì 4 Febbraio 2021

L’esplosione nel porto di Beirut, sei mesi dopo

Le indagini sono ancora ferme, anche a causa degli scontri nella politica libanese, mentre la crisi economica si fa sempre più grave

Un murale con la scritta "Hope" ("Speranza") dipinto sul muro di un hotel danneggiato dall'esplosione del 4 agosto (MARWAN TAHTAH/Getty Images)

Il 4 agosto del 2020 un’enorme esplosione devastò il porto di Beirut, in Libano, e parte della città. Sei mesi dopo, le indagini su chi sia stato il responsabile di quanto successo sono andate avanti pochissimo, complice la politica libanese che sta intralciando la giustizia, mentre i problemi economici, sociali e sanitari del paese si stanno aggravando sempre di più.

Prima dell’esplosione
Quello che sappiamo con certezza è che l’esplosione, in cui morirono più di 200 persone, avvenne a causa di un incendio in un deposito del porto in cui erano stipate quasi 3mila tonnellate di nitrato di ammonio, arrivate a Beirut nel 2013 a bordo di una nave mercantile di proprietà russa.

La nave, come ricostruì pochi giorni dopo l’incidente il New York Times, si chiamava Rhosus ed era partita dalla Georgia diretta in Mozambico, dove avrebbe dovuto consegnare il nitrato di ammonio che era stato ordinato dalla banca nazionale locale per conto della Fábrica de Explosivos de Moçambique, che si occupa di esplosivi industriali per miniere ed edilizia, un ambito in cui il composto è largamente usato (in seguito emersero altre teorie sulla nave, mai confermate da fonti solide).

Il porto di Beirut, dopo l’esplosione (AP Photo/Hussein Malla, File)

L’armatore della nave si chiamava Igor Grechushkin, un ricco uomo d’affari russo, che però dopo la partenza comunicò al capitano che non aveva abbastanza soldi per attraversare il canale di Suez. Gli disse quindi di fermarsi a Beirut, dove avrebbe dovuto caricare altro materiale raccogliendo così la somma per il pedaggio. Questo però non accadde, e la nave rimase ferma nel porto per mesi, e nel 2014 il carico della nave passò sotto il controllo delle autorità cittadine, che per motivi di sicurezza lo spostarono in un deposito del porto, in attesa di decidere come smaltirlo.

Perché le indagini sono ferme
Sei giorni dopo l’esplosione il primo ministro libanese Hassan Diab diede le dimissioni a causa delle violente proteste in tutta nella capitale. Al suo posto venne nominato il diplomatico Mustapha Adib, che però si dimise dopo appena un mese per non essere riuscito a formare un governo.

A fine ottobre è stato richiamato Saad Hariri, già tre volte primo ministro, che però non è ancora riuscito a formare una coalizione di governo: ad oggi, quindi, il primo ministro è ancora Hassan Diab.

L’incerta situazione politica ha avuto ripercussioni anche sulle indagini che si stanno svolgendo per capire chi siano i responsabili dell’esplosione. Hassan Diab è stato indagato insieme a tre ex ministri – Ali Hassan Khalil, ex ministro delle Finanze, e Ghazi Zaiter e Youssef Fenianos, entrambi ex ministri dei Lavori pubblici – con l’accusa di negligenza nella gestione della grande quantità di nitrato di ammonio depositato vicino al porto.

Prima delle sue dimissioni, Diab aveva respinto la richiesta di un’indagine internazionale sull’accaduto, voluta in particolare dal presidente francese Emmanuel Macron. Diab aveva detto che c’era il rischio di una politicizzazione dell’inchiesta, e aveva affidato alla Corte Suprema, la massima autorità giudiziaria del paese, il compito di condurre le indagini. La decisione era stata sostenuta anche dal presidente Michel Aoun, cristiano maronita del Movimento Patriottico Libero, e da Hassan Nasrallah, leader del gruppo radicale sciita Hezbollah, considerata la forza politica e militare più potente del paese, pur avendo solo 12 seggi in parlamento.

La Corte Suprema, che è composta da 7 membri scelti dal parlamento e 8 giudici, e quindi fortemente dipendente dai partiti politici, decise di affidare le indagini a Fadi Sawan, un giudice poco conosciuto che in passato era stato a capo del tribunale militare.

L’inchiesta però si è sostanzialmente bloccata a dicembre, dopo che Diab si era rifiutato di farsi interrogare e due dei ministri indagati avevano fatto ricorso alla Corte di Cassazione libanese per sostituire Sawan come giudice. Nonostante a gennaio la Corte abbia respinto la richiesta, il processo è ancora bloccato, anche perché fino all’8 febbraio in Libano sarà in vigore un coprifuoco totale a causa del coronavirus.

Il lungomare di Beirut di sera, dopo l’introduzione del coprifuoco totale a causa del coronavirus (Diego Ibarra Sanchez/Getty Images)

Antonia Mulvey, responsabile di Legal Action Worldwide, organizzazione no-profit che sta fornendo assistenza legale alle famiglie delle vittime dell’esplosione, ha commentato i rallentamenti sostenendo che ci sia «un problema di indipendenza nell’inchiesta». Mulvey ha detto che non è una novità, dato che «per decenni le Nazioni Unite hanno descritto il sistema [giudiziario] libanese come profondamente corrotto». Secondo Mulvey, inoltre, né le persone che sono state ferite né le famiglie delle vittime sono state consultate fino ad oggi dai magistrati.

Anche l’ong internazionale Human Rights Watch ha parlato dei gravi problemi del sistema giudiziario libanese, sostenendo la mancanza di trasparenza nella nomina di Sawwan, dopo che la Corte Suprema aveva respinto le nomine di due altri giudici prima di lui, senza motivare la decisione. Finora l’inchiesta di Sawan ha portato all’arresto di 25 persone, in attesa del processo: sono in gran parte lavoratori del porto, tra cui il capo dell’autorità portuale e un dirigente addetto alla sicurezza. Secondo Human Rights Watch, i 25 sarebbero in custodia cautelare senza che siano state presentate accuse specifiche nei loro confronti, né prove solide del loro coinvolgimento nell’esplosione.

L’accusa di Human Rights Watch è che le indagini guidate da Sawan stiano cercando di nascondere le responsabilità politiche di quanto successo. Una tesi simile è appoggiata da Hezbollah, che sostiene che le indagini starebbero cercando di coprire il ruolo di partiti politici rivali. Nasrallah, il leader di Hezbollah, ha sempre negato che nel deposito dove era custodito il nitrato di ammonio ci fossero anche esplosivi del gruppo paramilitare sciita, e ha chiesto a Sawan di rendere pubblici i rapporti fatti in seguito all’esplosione nel porto, per sapere se nel deposito ci fossero armi o strumentazioni militari.

Come hanno sottolineato diversi esperti nel corso degli ultimi mesi, Hezbollah, gruppo alleato dell’Iran e del presidente siriano Bashar al Assad, starebbe cercando di sfruttare l’esplosione e le proteste successive per ottenere vantaggi politici.

I suoi rivali sostengono invece che dietro l’esplosione potrebbe esserci proprio la Siria. Secondo Walid Jumblatt, leader del Partito Socialista Progressista e della comunità drusa in Libano, negli ultimi anni il porto di Beirut sarebbe usato dal governo siriano per importare armi ed esplosivi in Siria da impiegare nella guerra. Jumblatt ha aggiunto di credere che parte di quel materiale potesse essere depositato lì al momento dell’esplosione.

Una casa distrutta dall’esplosione del 4 agosto (AP Photo/Hussein Malla)

A complicare ancora di più lo svolgimento regolare dell’inchiesta c’è la crisi economica che il Libano sta vivendo, frutto di anni di instabilità e settarismo nella politica nazionale, resa ancora più grave dalla pandemia da coronavirus.

Come gran parte del resto del mondo, il Libano sta facendo i conti con la seconda ondata del virus, che ha fatto registrare picchi di circa 6mila casi giornalieri (su quasi 7 milioni di abitanti) a fine gennaio, e in totale ha provocato la morte di più di 3mila persone. Nel frattempo nella parte della città di Beirut distrutta dall’esplosione sembra che il tempo si sia fermato ad agosto. Gli edifici sventrati sono ancora lì, e i cantieri per la ricostruzione stentano a ripartire. Nell’ultimo anno la lira libanese ha perso circa l’80 per cento del suo valore rispetto al dollaro statunitense, rendendo eccessivamente costose le importazioni di materiali, che vengono pagate in gran parte in dollari.