Un operatore sanitario nel reparto di rianimazione dell'ospedale Maggiore di Bologna (Michele Lapini/Getty Images)
  • Italia
  • sabato 9 Gennaio 2021

Meno persone vogliono donare gli organi, ed è un problema

Il direttore del centro nazionale trapianti spiega che l’aumento di opposizioni è preoccupante, e che si potrebbero salvare molte più vite

di Isaia Invernizzi
Un operatore sanitario nel reparto di rianimazione dell'ospedale Maggiore di Bologna (Michele Lapini/Getty Images)

Nel 2020 a causa dell’epidemia da coronavirus c’è stato un calo del numero di trapianti eseguiti negli ospedali italiani, ma la più grande preoccupazione dei medici riguarda altri due dati: la diminuzione del numero di donatori e l’aumento della percentuale di opposizioni espresse nelle dichiarazioni di volontà raccolte dai comuni. Sono due problemi rilevanti per un’attività che ogni anno consente di salvare la vita a migliaia di persone, e che potrebbe salvarla ad altre migliaia in attesa di un organo. A differenza di tanti altri settori della medicina, infatti, i trapianti dipendono dalla donazione e non solo dal progresso scientifico. Quindi non basta la ricerca: serve anche un costante lavoro di sensibilizzazione.

Le ragioni che stanno dietro all’aumento delle opposizioni sono tante e sono state studiate dagli esperti del centro nazionale trapianti, che stanno prendendo questi dati molto sul serio per non compromettere la crescita di questa attività nei prossimi anni.

Quanti trapianti nel 2020
I dati raccolti dal sistema informativo trapianti dicono che nei primi undici mesi del 2020 c’è stato un calo del numero di trapianti del 7,8% rispetto agli stessi mesi del 2019: da 3449 a 3178. Sono stati eseguiti 1648 trapianti di reni, 1202 di fegato, 243 di cuore, 114 di polmone, 36 di rene e pancreas insieme e 5 di pancreas. Il trapianto è considerato un intervento di emergenza, quindi l’attività non si è mai fermata anche nei mesi di marzo e aprile, durante la prima ondata dell’epidemia. Considerate le condizioni in cui si sono trovati gli ospedali italiani, però, si può parlare di un calo contenuto.

I donatori, cioè le persone morte a cui è stato espiantato almeno un organo, sono calati del 7,5%, da 1379 a 1275. Dal 2014 il numero di donatori ha quasi sempre superato la soglia di 1300, con un picco nel 2017 con 1437 donatori. L’inizio del 2020 era sembrato molto promettente, sia per il numero di donatori che per trapianti eseguiti, poi è arrivata l’epidemia che ha rallentato tutto.

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Secondo il direttore del centro nazionale trapianti, Massimo Cardillo, ci si poteva aspettare un calo più marcato perché le donazioni si concretizzano soprattutto nelle terapie intensive, che sono stati i reparti più sotto pressione negli ultimi mesi. «La diminuzione del numero di trapianti è giustificabile rispetto a quello che è successo», spiega Cardillo. «In altri paesi europei come la Spagna, la Francia e il Regno Unito c’è stato un calo ancora più significativo. La rete trapiantologica italiana è molto solida e ha retto nonostante l’impatto della pandemia».

Le opposizioni alla donazione
Il dato ritenuto più preoccupante è quello relativo alle opposizioni alla donazione degli organi. L’opposizione alla donazione può avvenire in due modi. Il primo caso riguarda le persone che muoiono in ospedale, soprattutto nei reparti di terapia intensiva: ci sono medici che hanno il compito di parlare con i famigliari e informarli della possibilità di consentire la donazione degli organi. Negli ultimi dodici mesi le opposizioni dopo l’accertamento di morte in rianimazione sono arrivate al 29,6%, ma da aprile in poi la percentuale è leggermente calata per effetto della crescita di fiducia nei confronti di medici e infermieri durante l’emergenza coronavirus.

Si può dichiarare la propria volontà di donare o di opporsi alla donazione degli organi anche in vita, nel momento del rinnovo della carta d’identità. Questa possibilità viene garantita dal 2015 e negli ultimi cinque anni ha consentito di inserire 7 milioni di dichiarazioni di volontà nel sistema informativo trapianti.

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Secondo i dati aggiornati al 14 dicembre, nel 2020 ci sono state 1,8 milioni di nuove dichiarazioni contro i 2,3 milioni del 2019. Anche in questo caso il calo si può considerare contenuto perché da aprile gli uffici anagrafe sono stati chiusi e il governo ha rinviato la scadenza delle carte d’identità. A causa dello stop alle attività delle associazioni, sono diminuite anche le iscrizioni all’AIDO, l’associazione italiana della donazione di organi: dalle 18496 del 2019 si è passati alle 4555 dell’ultimo anno.

È aumentata, invece, l’opposizione alla donazione degli organi comunicata con la dichiarazione di volontà: nel 2020 è arrivata al 34%, percentuale più alta mai raggiunta negli ultimi anni, mentre nel 2019 era rimasta al 32,8%.

Ci sono molte differenze territoriali. La percentuale di consenso alla donazione è più alta nelle regioni del nord Italia. In questa mappa è possibile consultare tutti i dati provinciali.

Il centro nazionale trapianti ha elaborato un “indice del dono” che classifica la “generosità” delle città italiane attraverso diversi parametri tra cui il consenso nelle dichiarazioni di volontà raccolte dai comuni e il numero di dichiarazioni positive o negative rispetto alle carte di identità emesse. Nel 2020 è stata Sassari a raggiungere il miglior risultato con un tasso di consenso superiore dell’80% nelle città con più di 100mila abitanti, davanti a Livorno e Trento. Milano è diciottesima, ventisettesima Roma, entrambe con un indice vicino alla media nazionale del 52%.

In questa mappa, invece, si possono vedere i dati provinciali con la percentuale di opposizione nelle dichiarazioni di volontà raccolte dai comuni.

Le conseguenze delle opposizioni
Può sembrare un paradosso, eppure avere registrato milioni di dichiarazioni nel momento del rinnovo della carta d’identità sta limitando la possibilità di eseguire trapianti. La volontà che si esprime in vita non può essere modificata da nessuno, nemmeno dai famigliari. E spesso la decisione di opporsi alla donazione viene presa senza avere la piena consapevolezza, perché viene dichiarata nell’atto del rinnovo della carta d’identità attraverso un modulo presentato senza preavviso e con pochissime informazioni.

Negli ultimi anni, quindi, l’incremento delle dichiarazioni di volontà ha portato anche migliaia di opposizioni. «Più le persone sono informate sulla donazione, maggiore è il tasso di consenso», spiega Cardillo. «L’opposizione è dovuta quasi sempre a scarsa informazione, diffidenza, paure ingiustificate. Noi siamo molto preoccupati di questi ultimi dati, perché un “no” espresso in vita deve essere rispettato e vengono annullati anche gli sforzi comunicativi dei medici nei confronti dei famigliari dopo la morte in terapia intensiva. L’aumento delle opposizioni alla donazione potrebbe essere insostenibile a lungo termine».

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Quantificare le conseguenze delle opposizioni è un’operazione semplice, ma significativa. Nel 2020 i donatori sono stati 1275: annullando il 34% di opposizioni si potrebbero avere potenzialmente 430 donatori in più. Secondo Cardillo questo numero consentirebbe di eseguire circa mille trapianti in più all’anno. «Mille persone a cui potremmo salvare la vita». In tutta Italia le persone in lista d’attesa sono poco più di ottomila, di cui 222 bambini, quindi l’impatto delle opposizioni è notevole.

Tutti i dati delle dichiarazioni di volontà sono stati studiati dagli esperti del centro nazionale trapianti che stanno cercando di capire come far abbassare la percentuale di opposizioni. Al centro della strategia c’è l’informazione. Nei primi mesi di quest’anno partirà una campagna su larga scala per spiegare l’utilità della donazione e soprattutto è previsto l’invio di una comunicazione preventiva a tutte le persone che devono rinnovare la carta d’identità. «È proprio quello il momento più critico, perché la scelta viene fatta in un momento che non ha nulla a che fare con la donazione e che quindi espone a un forte rischio di opposizione», dice Cardillo. «Se un cittadino ha la possibilità di maturare una scelta più consapevole, anche attraverso un’informazione preventiva, lo scenario cambia completamente. I cittadini devono avere maggiore fiducia nel nostro sistema, uno dei migliori in Europa. In questo modo ci consentiranno di salvare la vita a migliaia di pazienti in attesa di un trapianto».

(Michele Lapini/Getty Images)

Le tante buone notizie del 2020
Ma nel 2020 ci sono anche tante buone notizie, nonostante l’epidemia. L’attività del centro nazionale trapianti non si è mai fermata e sono stati portati a termine interventi mai eseguiti finora. Nella notte tra il 10 e l’11 dicembre, per esempio, all’ospedale Molinette di Torino è stato eseguito il primo trapianto al mondo da donatore positivo al coronavirus a ricevente anch’esso positivo al coronavirus. Un uomo di 63 anni affetto da tumore al fegato ha ricevuto l’organo di una donatrice, dopo la volontà espressa dai famigliari. L’intervento chirurgico, durato 9 ore, è stato eseguito dal professor Renato Romagnoli, ed è stato tecnicamente difficile e molto faticoso a causa dei dispositivi di protezione individuale indossati da medici e infermieri.

A fine marzo, nelle settimane più difficili della prima ondata, il centro regionale dei trapianti del Piemonte ha ricevuto anche due reni provenienti dalla Svizzera. Non è stata un’operazione semplice, perché le frontiere erano chiuse e i medici hanno raggiunto il confine per ricevere il contenitore con gli organi dai colleghi svizzeri. «Non è una cosa che si fa tutti i giorni», dice Antonio Amoroso, direttore del centro regionale trapianti del Piemonte. «In Svizzera gli interventi erano fermi, qui invece no. Abbiamo raccolto subito l’offerta. Non ci siamo lasciati mai intimorire dal coronavirus e grazie anche all’organizzazione degli ospedali piemontesi siamo riusciti a continuare l’attività dei trapianti, nonostante le tante difficoltà in cui si sono trovate le terapie intensive, anche in Piemonte».

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Anche in Lombardia, la regione più in difficoltà durante la prima ondata, non si sono fermati gli interventi. A maggio, al policlinico di Milano è stato eseguito un trapianto di polmone su un paziente affetto da Covid-19. Il primo di questo genere in Europa. A ricevere l’organo è stato un ragazzo di 18 anni, a cui la Covid-19 aveva danneggiato i polmoni in modo irreversibile.

Il 21 marzo, all’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo, un paziente di 54 anni, affetto da fibrosi polmonare, ha ricevuto due nuovi polmoni da un donatore deceduto in un ospedale del Lazio. Il trapianto è stato fatto nella terza settimana di marzo, in un periodo drammatico in provincia di Bergamo, dove il coronavirus ha causato migliaia di morti.

All’ospedale di Catania, invece, il 22 agosto è stato eseguito il primo trapianto di utero in Italia. La paziente che ha ricevuto il trapianto è una donna di 29 anni affetta da sindrome di Rokitansky, una rara patologia congenita a causa della quale era nata priva di utero.

La campagna vaccinale
Anche chi si occupa di trapianti spera che la campagna vaccinale contro il coronavirus prosegua a ritmi spediti perché con la protezione dal virus si ridurranno i tanti problemi organizzativi causati dall’epidemia. Le persone che sono in lista d’attesa per un trapianto sono considerate a rischio, quindi saranno vaccinate dopo gli operatori sanitari e gli anziani. Lo stesso vale per le circa 50mila persone che hanno ricevuto un trapianto e che sono immunodepresse, cioè hanno basse difese immunitarie, a causa delle terapie antirigetto. «È incredibile pensare che siamo riusciti a trovare un vaccino nel giro di così poco tempo, e per tutti noi è un elemento di forte ottimismo per il futuro», spiega Amoroso. «Con la vaccinazione supereremo tutte le difficoltà degli ultimi mesi: dobbiamo considerare che chi è in lista d’attesa generalmente non è giovane, ha altre patologie, non è sicuramente in buone condizioni di salute e quindi ha più probabilità di contrarre l’infezione. Con il vaccino saremo tutti più sicuri: potremo tornare a lavorare e a crescere come prima dell’epidemia».