Soldati indiani a guardia di un seggio durante la prima fase delle elezioni locali del Consiglio per lo sviluppo rurale in Kashmir, a novembre del 2020 (Mukhtar Khan/AP Photo, LaPresse)
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  • mercoledì 23 Dicembre 2020

In Kashmir ci sono state le prime elezioni dopo la fine dell’autonomia

E sono state vinte dalle forze politiche che la rivorrebbero indietro, che hanno sconfitto il partito del presidente Narendra Modi

Soldati indiani a guardia di un seggio durante la prima fase delle elezioni locali del Consiglio per lo sviluppo rurale in Kashmir, a novembre del 2020 (Mukhtar Khan/AP Photo, LaPresse)

Nelle scorse settimane nello stato indiano del Kashmir si è votato per eleggere un organo amministrativo locale, il District Development Council (DDC), istituito quest’anno per occuparsi dello sviluppo dei distretti dello stato. Le elezioni, che sono iniziate il 28 novembre e si sono concluse il 19 dicembre dopo otto turni elettorali, hanno avuto un’importanza speciale per la popolazione dello stato, dato che sono state le prime elezioni locali da quando, nell’agosto del 2019, il governo indiano ha tolto l’autonomia al Kashmir, revocando lo status speciale che gli era garantito fin dagli anni Cinquanta.

A vincerle è stata un’alleanza di partiti che si oppone alla perdita dell’autonomia dello stato, che ha ottenuto 110 dei 280 seggi disponibili nel consiglio, mentre il Bharatiya Janata Party (noto come BJP), il partito del presidente indiano Narendra Modi, ne ha ottenuti 75, risultando comunque il partito più votato. Nonostante si sia trattato solo di elezioni amministrative, in molti vi hanno visto un voto popolare contro la revoca dell’autonomia della regione.

Il Kashmir (il cui nome formale è Jammu e Kashmir) è infatti un “territorio” indiano – a differenza degli stati federati indiani non ha un governo autonomo – a maggioranza musulmana, rivendicato dal Pakistan e tuttora oggetto di un’antica disputa territoriale che dura da oltre 70 anni. Il governo locale ha sempre goduto di una certa autonomia , garantita dalla Costituzione, fino a quando nell’agosto dello scorso anno il governo del primo ministro nazionalista indù e conservatore Narendra Modi decise di controllare direttamente il territorio, cominciando una stagione di dura repressione che ha provocato l’incarcerazione di molti importanti politici, anche fra i moderati, separatisti, giornalisti e altri personaggi pubblici del Kashmir.

Tra questi ci sono stati anche Farooq e Omar Abdullah, padre e figlio che guidano la National Conference – importante partito del Kashmir che fa parte dell’alleanza di partiti che ha vinto le elezioni – e che sono stati rilasciati da poco. Per diverso tempo i cellulari e l’accesso a internet della popolazione sono stati bloccati e durante quest’anno sono stati imposti a più riprese coprifuochi – anche prima dell’emergenza sanitaria per il coronavirus – per evitare proteste e raduni contro il governo centrale.

Le elezioni del DDC sono state quindi viste da diversi analisti come un’occasione per Modi di dimostrare la ripresa della democrazia in Kashmir, dopo mesi di repressioni. Il New York Times, che durante le elezioni ha fatto parte di un ristretto gruppo di media internazionali che ha potuto visitare il Kashmir, sotto severi controlli, ha parlato però di una situazione molto distante da quella che si sarebbe vista in normali elezioni democratiche.

Molte persone sono andate a votare e il principale funzionario del governo nel territorio, B.V.R. Subrahmanyam, ha usato la grande affluenza per spiegare che «la democrazia è viva alla base». In realtà queste elezioni sono state indette all’improvviso e i partiti hanno avuto solo una settimana per registrare i candidati prima del primo degli otto turni elettorali, a novembre. Inoltre molti dei politici più in vista del Kashmir non hanno potuto candidarsi perché erano in carcere.

Le principali formazioni politiche che si sono contese le elezioni sono state il BJP, il partito indù nazionalista di Modi, e la Gupkar Alliance, un’alleanza di sette partiti – guidata da Farooq Abdullah – che si sono uniti in queste elezioni per protestare contro la perdita dell’autonomia del Kashmir e per dimostrare che la maggioranza della popolazione non approva la decisione di agosto 2019 del governo.

In quest’ultimo anno e mezzo sono crollati gli investimenti in Kashmir, provocando una crisi economica ulteriormente aggravata dall’emergenza sanitaria, e il BJP ha approfittato del clima di incertezza per fare grande campagna elettorale, soprattutto nei centri considerati più separatisti.

Hasnain Masoodi, un membro del parlamento indiano della National Conference, che è il partito più importante all’interno della Gupkar Alliance, ha detto che il BJP «ha trasformato le elezioni in un referendum», sulla revoca dello status speciale del Kashmir. Ha detto che all’alleanza non è stata data parità di condizioni e che non le è stata concessa una normale campagna elettorale.

Dilbag Singh, responsabile della polizia in Kashmir, ha negato che ai partiti di opposizione non sia stato dato il permesso per fare eventi elettorali e ha anche respinto le accuse di tortura mosse nei confronti della polizia locale, scrive il New York Times. «Non è stato sparato un solo proiettile, nessun civile è stato ucciso», ha detto.

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