Una coppia di turiste passeggia a Waikiki Beach, a Honolulu, una delle spiagge più note delle Hawaii, lo scorso 2 ottobre. (AP Photo/ Caleb Jones)
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  • sabato 12 Dicembre 2020

Perché alle Hawaii va meglio col coronavirus

La posizione isolata aiuta, ma è anche il solo stato degli Stati Uniti ad aver introdotto una quarantena stringente e ad averla fatta rispettare a tutti

Una coppia di turiste passeggia a Waikiki Beach, a Honolulu, una delle spiagge più note delle Hawaii, lo scorso 2 ottobre. (AP Photo/ Caleb Jones)

A oggi negli Stati Uniti sono stati accertati più di 15 milioni di casi di coronavirus e quasi 290mila morti legate alla COVID-19. Dall’inizio della pandemia i singoli stati americani hanno avuto l’autonomia di decidere quali restrizioni introdurre o quali comportamenti raccomandare e nella maggior parte dei casi la situazione è peggiorata rapidamente. Tra di loro però c’è uno stato che è riuscito a contenere la diffusione dei contagi in maniera più efficace, in parte per via della sua posizione isolata, ma soprattutto grazie a un rigido protocollo di quarantena: Hawaii.

L’arcipelago delle Isole Hawaii è composto da otto grandi isole di origine vulcanica più diversi isolotti e atolli; si trova nell’oceano Pacifico settentrionale ed è famoso per le isole di Oahu, Kauai, Maui, Hawaii e Lanai, che sono mete turistiche molto frequentate sia per le attrazioni turistiche, sia per le loro caratteristiche geologiche. L’arcipelago ha circa 1 milione e 450mila abitanti ed è l’unico stato degli Stati Uniti a non fare geograficamente parte del continente americano. Questa sua caratteristica ha aiutato Hawaii a bloccare la catena dei contagi subito, all’arrivo negli aeroporti: in base alle norme stabilite dallo stato la scorsa estate, infatti, chiunque arrivasse sulle isole dall’estero doveva sottoporsi a un periodo di 14 giorni di quarantena obbligatoria.

Superato il picco di contagi, tra la metà di agosto e la prima metà di settembre, l’epidemia ad Hawaii è stata tenuta sotto controllo in maniera efficace sia grazie alla quarantena, sia grazie a un efficace sistema di tracciamento dei contagi. Per dare l’idea, dall’inizio della pandemia nello stato sono stati accertati meno di 19mila casi e 264 morti: nel South Dakota e nel North Dakota, due stati che insieme hanno circa 1 milione e 650mila abitanti, i casi riscontrati sono stati circa 175mila e i morti accertati 2.228.

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L’Atlantic ha raccontato che all’inizio della pandemia diversi stati avevano provato a introdurre misure simili, ma senza successo; in Ohio, per esempio, è stata introdotta una quarantena per chi rientra da aree ad alto rischio, ma sottoporsi all’isolamento preventivo è una scelta volontaria e anche in altri stati misure come queste sono “raccomandate” ma non imposte. Inizialmente – almeno in qualche caso – i cittadini che violavano la quarantena obbligatoria venivano arrestati, ma quando le dimensioni dell’epidemia sono cresciute le forze dell’ordine non sono più riuscite a mantenere il controllo. Sulle isole di Hawaii, invece, se si viola la quarantena le pene sono severe.

Negli ultimi mesi le persone arrestate ad Hawaii per aver violato la quarantena sono state più di 200: si trattava sia di turisti che si erano rifiutati di firmare i documenti relativi all’accettazione della quarantena all’aeroporto, sia di persone che erano uscite dai loro alberghi, alcune anche più di una volta. Di recente, la polizia ha arrestato una coppia per aver preso un volo verso le Hawaii pur sapendo che entrambi avevano contratto il coronavirus. Tutte le persone arrestate rischiano di dover pagare una multa di 5mila dollari (poco più di 4mila euro) o fino a un anno di carcere, ma per il momento questa pena non è ancora stata assegnata a nessuno.

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Se da un lato l’isolamento geografico è un vantaggio, dall’altro potrebbe essere anche un grosso problema in caso di diffusione dell’epidemia. L’isola di Kauai, per esempio, ha soltanto 15 ventilatori, strumenti essenziali per curare i pazienti più gravi in terapia intensiva; inoltre, come ha osservato l’Atlantic, non ci sono stati confinanti da cui “prendere in prestito” medici o attrezzature sanitarie né dove poter trasferire facilmente i pazienti che hanno bisogno di cure.

Tra le altre cose, nel periodo della pandemia si sono attivati anche circa 6.700 residenti che hanno contribuito a segnalare alle forze dell’ordine i turisti che secondo loro non rispettavano le regole della quarantena. Questi attivisti fanno parte del movimento dei cosiddetti “Kapu Breakers” e a loro volta fanno affidamento sulle soffiate di tassisti, operatori turistici e commercianti che incontrano turisti che a loro avviso potrebbero infrangere le “leggi sacre” delle isole (kapu).

Secondo Angela Keen, ex giornalista televisiva e leader del movimento, gli hawaiiani sono così sensibili all’argomento della pandemia da coronavirus per via di altre epidemie che nel recente passato alle Hawaii avevano ucciso migliaia di persone: per esempio quella di morbillo, che a metà dell’Ottocento uccise tra il 10 e il 30 per cento della popolazione e che ritornò periodicamente altre volte fino al 1937, quando fece 205 morti. Inoltre, è sempre nella seconda metà dell’Ottocento che sull’isola di Molokai venne introdotta una lunga quarantena per contenere i contagi dovuti al morbo di Hansen, che causa la malattia conosciuta come lebbra e fu responsabile di migliaia di morti, in particolare a Kalaupapa.

Keen ha spiegato che adesso i residenti hanno paura di quello che potrebbe «portare» sulle isole chi viene da fuori ed è per questo che la quarantena viene rispettata con molta attenzione.

Da metà ottobre i turisti o i residenti che rientrano ad Hawaii possono saltare la quarantena obbligatoria mostrando al momento dell’arrivo un test fatto non più di 72 ore prima con esito negativo; diversamente, il test viene effettuato all’arrivo e i 14 giorni di quarantena sono comunque obbligatori anche se nel frattempo dovessero arrivare risultati negativi. Attualmente i senatori dello stato stanno discutendo di ridurre il periodo di quarantena a 7 giorni ma di sottoporre i viaggiatori a due test, uno prima della partenza e uno all’arrivo sulle isole. Come ha detto Clare Connors, procuratrice generale delle Hawaii: «Dobbiamo prenderci cura della salute e della sicurezza dei nostri cittadini così che le Hawaii siano sicure quando la gente deciderà di tornarci, quando sarà il momento di tornarci».