Il ministro dell'Istruzione francese Jean-Michel Blanquer (il primo a destra) e il primo ministro Jean Castex in visita a una scuola di Conflans-Sainte-Honorine, a nord-ovest di Parigi, per commemorare l'assassinio dell'insegnante Samuel Paty, lo scorso 2 novembre. Castex è stato spesso preso in giro per il suo accento. (Thomas Coex, Pool via AP / LaPresse)
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  • lunedì 30 Novembre 2020

La Francia vuole difendere i suoi tanti accenti

Quello parigino è da sempre considerato lo standard, e a volte questo crea problemi e perfino discriminazioni. Ma le cose potrebbero presto cambiare

Il ministro dell'Istruzione francese Jean-Michel Blanquer (il primo a destra) e il primo ministro Jean Castex in visita a una scuola di Conflans-Sainte-Honorine, a nord-ovest di Parigi, per commemorare l'assassinio dell'insegnante Samuel Paty, lo scorso 2 novembre. Castex è stato spesso preso in giro per il suo accento. (Thomas Coex, Pool via AP / LaPresse)

Giovedì il parlamento francese ha adottato in prima lettura una proposta di legge che inserisce tra i reati perseguibili legati alla discriminazione razziale, a quella di genere e nei confronti delle persone disabili anche la discriminazione basata sull’accento con cui si parla. Nonostante in parlamento ci sia stato un acceso dibattito, i voti favorevoli sono stati 98 e soltanto 3 i contrari. Se la legge verrà approvata anche al Senato la discriminazione basata sull’accento potrà essere punita con multe fino a 45mila euro e fino a 3 anni di carcere.

In Francia, dove abitano circa 67 milioni di persone, la pronuncia standard è quella diffusa nel nord del paese; ci sono però circa 30 milioni di persone che parlano con accenti che vengono ritenuti minoritari, ovvero quelli del sud del paese e di diverse aree rurali o comunque remote. Come ha spiegato Christophe Euzet, il deputato che aveva proposto la legge per promuovere un «diritto positivo», più della metà di queste persone ha detto di essere stata derisa per via del suo accento, e un terzo di loro ha detto di aver subito discriminazioni.

La questione della discriminazione nei confronti di chi ha un accento diverso è discussa in Francia da parecchio tempo. Nel paese si parlano dialetti diversi, e come succede anche in Italia la lingua nazionale ha accenti differenti che variano in base alle regioni: tuttavia, le pronunce regionali sono tendenzialmente considerate inferiori rispetto alla pronuncia standard, cioè quella di Parigi e delle aree cittadine del nord del paese.

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Gli accenti del sud del paese, per esempio quello di Marsiglia, sono caratterizzati dalla pronuncia della “e” muta in finale di parola, che nel francese standard non si sente; sono considerati accenti forti e la differenza si sente in particolare nella pronuncia delle parole che finiscono in -in, e anche nel fatto che nel sud si tenda a pronunciare le sillabe come se fossero staccate le une dalle altre anziché in maniera fluida.

Altri accenti regionali con pronunce diverse sono quelli del francese che si parla in Bretagna, nelle zone dei Pirenei e in Alsazia, dove si sentono le influenze del tedesco. Nell’estremo nord del paese, al confine col Belgio, si parla anche la lingua piccarda (Ch’ti), e poi ci sono tutte le varianti che si parlano in Corsica e nei territori d’oltremare, come la Polinesia francese e le isole di Guadalupa e Martinica, che si trovano nei Caraibi. Un altro accento che viene considerato inferiore rispetto allo standard e spesso viene deriso è quello del cosiddetto francese delle “banlieue (le periferie), che è molto popolare tra i giovani originari di altri paesi ed è stato reso famoso anche dal rap.

Del problema della discriminazione si è tornato a parlare nell’ottobre del 2018, quando durante un’intervista con alcuni giornalisti il politico Jean-Luc Mélenchon se l’era presa con la reporter di una televisione regionale che aveva un forte accento: dapprima, non capendola, Mélenchon le chiese: «Qu’est-ce que ça veut dire?» (“E questo cosa vuol dire?”) scandendo bene le sillabe e imitando il suo accento; poi ignorò la sua domanda, chiedendo agli altri giornalisti: «Quelqu’un a-t-il une question formulée en francais, à peu près comprensible?» (“C’è qualcuno che ha una domanda formulata in un francese vagamente comprensibile?”).

Questo tipo di discriminazione linguistica ha un nome, “glottofobia”, e la questione ha a che fare con l’idea che un particolare accento sia superiore agli altri. Il problema è che in Francia questa “gerarchia linguistica” perpetua dinamiche in cui chi parla con l’accento standard si sente legittimato a sminuire chi parla con accenti diversi e questo ha conseguenze concrete sulla vita delle persone, a partire dalle scuole. Le Monde per esempio ha scritto di microaggressioni ed episodi di razzismo quotidiano che sono basati anche sull’accento definendoli gesti non sempre consapevoli e «spesso insignificanti per l’autore, ma sempre offensivi per chi li riceve».

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Il deputato Christophe Euzet ha spiegato che in Francia avere un accento regionale vuol dire essere «trattato automaticamente come un campagnolo: una persona amichevole ma fondamentalmente non credibile». Per dare l’idea, tra le persone che sono state derise per il loro accento c’è anche il primo ministro del paese, Jean Castex, che è cresciuto vicino a Tolosa, nel sud-ovest della Francia. Un commentatore aveva definito l’accento di Castex simile a quello che parla chi gioca a rugby, sottolineando che questo è uno sport che si pratica molto nel sud-ovest del paese, ma non a Parigi.

Oltre a essere sminuite e derise, molte persone che hanno un accento diverso da quello standard fanno fatica a trovare un lavoro in certi ambiti, specialmente in quello della comunicazione. Secondo Euzet «è impensabile che in Francia ci possa essere qualcuno con l’accento del sud – o anche dell’estremo nord – che commenti in televisione la festa nazionale o la politica nel Medio Oriente». A questo proposito, durante la discussione parlamentare circa la proposta di legge alcuni parlamentari hanno osservato che i pochi che hanno un accento regionale e lavorano in tv si occupano di aree o temi particolari, come appunto è il caso dei commentatori di rugby.

Le Figaro ha scritto che grazie alla nuova proposta di legge gli accenti diversi potranno essere visti come «una risorsa anziché un limite». Il ministro della Giustizia ed ex avvocato, Eric Dupond-Moretti, ha detto di essere «convintissimo» che fosse arrivato il momento di adeguare la legge e affrontare il tema. Tra i parlamentari che hanno votato in favore dell’approvazione della nuova legge ci sono per esempio Patricia Miralles, che è figlia di due algerini e ricorda le «prese in giro» di quando era bambina per via del suo accento, e la deputata della Polinesia francese Maina Sage, che ha denunciato le «forme di razzismo» nei confronti delle persone che parlano con intonazioni tipiche dei territori d’oltremare.

Tra quelli che hanno votato contro c’è Jean Lassalle di Libertés et territoires, un gruppo di opposizione che include anche alcuni nazionalisti corsi. Lassalle ha detto: «Io non chiedo la carità e non pretendo di essere difeso perché sono quello che sono». Emmanuelle Ménard, politica di estrema destra, ritiene invece che sia «inopportuno» mettere l’accento sullo stesso piano delle disabilità come motivo di discriminazione.